Il papà di Miotto, caduto in Afghanistan: «avrebbe rifatto tutto, ma talebani più forti di allora»

A nove anni dalla morte del figlio, il ricordo di suo padre Franco: «Voleva aiutare un popolo che non si è piegato: lì c’è una guerra, e la missione non è servita». A Thiene la commemorazione il 31 dicembre

Sono passati nove anni, e Franco Miotto oggi dice così: «Per Matteo so che ne è valsa la pena e rifarebbe tutto. Io invece preferirei avere qui mio figlio». Lui, 72 anni, è il papà di Matteo, il caporalmaggiore di Thiene in forza al 7° Reggimento alpini di Belluno, medaglia d’argento dopo essere stato ucciso a 24 anni il 31 dicembre 2010 in Afghanistan, nell’avamposto di Buji nella valle del Gulistan dov’era dislocato, colpito da un cecchino durante uno scontro a fuoco. «Non c’è differenza tra le feste e il resto dell’anno – aggiunge il padre – vado quotidianamente al cimitero da Matteo, voglio che abbia sempre fiori freschi».

«Là erano in guerra»

Matteo Miotto, che oggi avrebbe 33 anni, è sepolto nell’Area dei Caduti al cimitero dei Cappuccini a Thiene «per suo volere testamentario», precisa papà Franco. Che ogni anno scrive su facebook a quel figlio che non c’è più il giorno del suo compleanno, il 1° aprile. Una sorta di lettera aperta in cui parla della missione in Afghanistan, di quello che è successo 9 anni fa: «Una verità che sono riuscito a sapere un po’ alla volta perchè all’inizio tutti avevano la consegna del silenzio. C’è anche parecchia disinformazione sulla missione. Qualcuno pensa sia una specie di stage, in cui i militari vanno all’estero per acquisire sul campo altre esperienze; qualcuno che sia a sfondo di lucro. Io non ho mai fatto polemiche, ma vorrei mostrare la foto di Matteo 15 giorni prima di partire, un bel ragazzo che fa sfoggio del nuovo tatuaggio della sua brigata, e un’altra 8 giorni prima della morte. C’è una differenza spaventosa, lo sguardo è spento, è dimagrito di 8/9 kg, dal caldo, dalla dissenteria. E dalla tensione. Perchè lì erano in stato di guerra».

Ne è valsa la pena?

Franco ancora oggi si chiede se tutto questo abbia avuto un senso: «Le elucubrazioni di un padre finiscono sempre con la stessa domanda: ne è valsa veramente la pena? Per Matteo sì. Lui cercava sempre di sdrammatizzare quando ci sentivamo via skype, però un padre conosce gli occhi del figlio. Lì erano in guerra e il loro avanposto dava molto fastidio. Buji si trova nella valle del Gulistan, la strada che porta all’Iran. Sappiamo tutti che l’Afghanistan è il primo produttore al mondo di oppio e di conseguenza l’oppio passava tutto di lì». Nel frattempo la guerra ha visto resistere i talebani a oltranza, tanto che gli Usa hanno dovuto venirci a patti: «Da quando è cominciata questa assurda storia i talebani hanno incrementato di un terzo i loro possedimenti ma quello che mi fa più male è che tre mesi dopo la morte di Matteo l’avamposto a Buji è stato chiuso “perchè era troppo pericoloso” e i talebani si sono rimpossessati di quelle terre. Quello per un padre che ha perso un figlio potrebbe essere un santuario, un luogo della memoria, e sapere da chi è calpestato adesso fa veramente tanto male».

«La missione non è servita a niente»

Sulla presenza dei militari italiani in Afghanistan Miotto non nasconde il suo scetticismo: «Il contingente italiano, anzi internazionale, pensava di istruire gli afghani e farne dei soldati che potessero contrastare i talebani, ma li hanno sopravvalutati in maniera pazzesca. Basta vedere come è morto Luca Sanna (ucciso nel 2011 da un terrorista che indossava l’uniforme dell’esercito afghano, ndr). Matteo è morto aiutando un compagno. Aveva già finito il turno e aspettava un elicottero, che però non arrivava, per rientrare a Herat. Sarebbe dovuto tornare a casa. Quel 31 dicembre aveva fatto la guardia di notte. Verso le 14.30 si è scatenato il finimondo: lui ha visto in cima all’altana un amico in crisi ed è salito per aiutarlo. E’ stato ucciso da un cecchino “incavernato” da 800 metri. E’ morto con le scarpe da ginnastica slegate ai piedi, nella fretta non si era nemmeno messo gli anfibi». La missione di “pace” è fallita, insomma. «Sì. Io non sono sul posto, posso solo immaginare, cercare di capire. Ma i soldati sono andati in Afghanistan per i talebani che proteggevano Bin Laden ma i talebani sono ancora là e sono più forti di prima. E se gli americani, che sono in una posizione di forza, con Trump stanno cercando di trattare vorrà pur significare qualcosa. Se vai a trattare con chi doveva essere l’obiettivo per liberare quella terra vuol dire che non è servito a niente o a poco».

La lettera

Di Matteo restano tanti ricordi e le sue parole significative della lettera, inviata a Thiene e letta alla Festa delle forze Armate il 4 novembre 2010, poco prima della morte. In cui parla di “popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione” e scrive “L’essenza del popolo afghano è viva, le loro tradizioni si ripetono immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre“. Commenta Franco: «Lui andava ad aiutare un popolo che non si piegava. Ma il compito era difficile, c’erano afghani che sostenevano i talebani. Matteo è morto in avamposto, dove io pensavo fosse abbastanza tranquillo. La mia paura era quando usciva nei villaggi, temevo li aspettassero con le imboscate. Lo scrive anche nella lettera: “Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce… Nel mezzo blindo, all’interno, non una parola. Consapevoli che il suolo è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio del nostro Lince. Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo”».

I bambini nel cuore

Il pensiero di Matteo Miotto però erano i bambini, scalzi, con qualche straccio addosso. «Era il motivo per cui Matteo ha affrontato la missione. In tasca gli ho trovato sacchetti di the sfuso che lasciava nei villaggi, caramelle. A mamma aveva scritto di ritrovare la sua scatola di colori e pennarelli che usava quando andava a scuola. Perchè alla prossima missione sapeva già dove avrebbe dovuto portarla. Aveva in mente solo i bambini, ne aveva fatto una questione personale, di cuore». Di quel 31 dicembre Miotto ricorda la chiamata del comandante del reggimento che comunicava la morte di Matteo: «Poi ho tre ore di black out e di quei giorni ho messo insieme i pezzi dopo ma non so se le tessere siano andate tutte al loro posto. Il momento peggiore è stato quando hanno scaricato la bara dal C-130: con la madre di Matteo abbiamo chiesto la aprissero, sapevamo a cosa andavamo incontro ma abbiano voluto vederlo ancora una volta».

L’ultima immagine

Il ricordo più vivo è legato ai giorni prima della partenza per la missione: «Facevo servizio di volontariato alla baita dei frati ai Fiorentini, sull’Altopiano. Matteo mi ha raggiunto. Dormivamo nella stessa camera, con i letti a castello. Dopo 4 giorni mi ha annunciato che sarebbe dovuto partire. Alla notizia sono uscito dalla baita a fumare una sigaretta, e io non fumo. Lui mi ha raggiunto, stavo piangendo. Il giorno dopo l’ho accompagnato a Belluno. Aveva uno zaino più grande di lui. Mi ha salutato in maniera informale. Io gli ho detto: cerca di stare attento, di volerti bene e ricordati chi sei e da dove vieni. Lui arrivato al posto di guardia è tornato indietro: papà, giusto che te lo dica, se dovesse succedere qualcosa al Ministero ho dato i tuoi numeri di telefono. Poi l’ho visto entrare in caserma e la porta si è chiusa alle sue spalle. Ogni tanto tiro fuori gli scritti e gli oggetti di Matteo in cerca di qualcosa che magari mi è sfuggito. Prendo dall’armadio la bandiera in cui era avvolta la bara, i suoi vestiti, i suoi anfibi ancora con la sabbia dentro. Matteo è sempre con me». Il 31 dicembre a Thiene si terrà la commemorazione in ricordo di Matteo Miotto.