Sardine, o del populismo del ceto medio

Dopo appena un mese l’evoluzione del movimento “spontaneo” sta assumendo le sembianze al rovescio della Bestia salviniana: centralismo, filtraggio e censura dei contenuti scomodi

Il movimento delle Sardine nato un mese fa nelle piazze di Bologna si evolve, e si evolve molto rapidamente: secondo traiettorie imprevedibili all’inizio, almeno dal punto di vista organizzativo, mentre dal punto di vista dei fini è rimasto perfettamente coerente. Vincere le regionali in Emilia-Romagna rimane l’obbiettivo principe, come farlo però è oggetto di discussione. Vediamone i perché.
In questo mese le Sardine hanno affrontato diversi problemi: le infinite discussioni sotto ogni post che hanno posto rivendicazioni economiche; le presunte aperture a Casapound del portavoce romano Ogongo; gli attacchi agli account ufficiali su Facebook; i dissidi con i micro partiti di sinistra che hanno tentato di far propaganda nelle piazze del movimento (Pap e RifCom); la pubblicazione di un manifesto in 6 punti che accontentando tutti non seduce nessuno; l’emergere di una direzione centrale che richiede di poter vagliare ogni materiale voglia avere il marchio delle 6000 Sardine.
Per capire come il movimento abbai affrontato i problemi, bisogna comprenderne la filosofia di fondo: nato come contestazione al predominio della propaganda del duo Morisi-Salvini sui social, ne contesta lo sfacciato razzismo, sessismo e omofobia, l’uso spregiudicato del marketing, il ricorso alle cosidette “fake news”. Già all’origine il centro d’interesse delle Sardine è quindi l’uso della comunicazione e del marketing politico sui social da parte dei partiti populisti. L’unica richiesta pragmatica è sempre stata la modifica/abrogazione dei due decreti sicurezza emanati da Salvini, non a caso l’unico punto concreto finito nei 6 punti del manifesto ufficiale redatto dopo l’incontro dei 150 organizzatori dei flashmob il 15 dicembre a Roma. Già quest’unico punto concreto ha creato e crea dissidi e malumori: mentre le piazze invocano a gran voce l’abrogazione dei due decreti, il leader Santori oscilla fra la richiesta di modifiche e quella dell’abrogazione, lasciando sottintendere nelle interviste che la richiesta dell’eliminazione completa metterebbe in imbarazzo il governo Pd-M5S… Come sappiamo, all’epoca del governo gialloverde, M5S difese i decreti sicurezza, visti come un’affermazione dei propri valori sovranisti.
Essendo le Sardine filo-governative, mettere in imbarazzo l’attuale esecutivo non è affatto nelle loro intenzioni, tanto più che all’interno del movimento c’è una spiccata e rumorosa componente di elettori ed ex elettori dei 5 Stelle. Altre richieste pragmatiche emergono e riemergono continuamente nei forum di discussione del movimento: ambiente, lavoro, istruzione, ecc, sono argomenti di discussione caldi, per ora senza sbocco dato che la linea ufficiale è concentrarsi nel far scomparire la Bestia dai social. Santori ha posto un ulteriore paletto, che pochi – sia fra i militanti che fra la stampa- sembrano aver compreso: alle piazze spettano le richieste di tipo morale (antirazzismo, antisessismo, antiomofobia), ai politici e ai tecnici invece il fare leggi e bilanci. Perché leggi e bilanci, toccando il problema delle risorse e della loro redistribuzione, toccano un nervo scoperto delle Sardine: la loro composizione interclassista, il riunire sotto l’insegna dei “Nuovi Partigiani” elettori proveniente tanto dall’estrema sinistra quanto dalla destra liberal, sono talloni d’Achille quando si passa dalle generiche rivendicazioni morali alla difesa/promozione di concreti interessi economici.
I quattro fondatori, consci del problema, hanno demandato la discussione di questi punti ai vari organizzatori provinciali e regionali, in modo da evitare l’emergere di chiare correnti politico-economiche nazionali capaci di spaccare il movimento. I veri problemi e quindi le soluzioni radicali però vengono dal fronte social, il cuore pulsante del successo delle Sardine: le ambigue aperture a Casapound del portavoce delle Sardine romane Ogongo, l’infiltrazione vera o presunta di troll leghisti nelle discussioni sulle pagine facebook del movimento, nonché le continue lamentele sul materiale pubblicato dai singoli militanti nei gruppi, hanno accelerato il processo di centralizzazione e filtraggio di ogni comunicazione a marchio 6000 Sardine da parte del gruppo bolognese, composto dai 4 fondatori e da un team di 25 volontari addetti al controllo e all’approvazione del materiale indirizzato ai media.
L’annuncio di Santori di creare una piattaforma proprietaria da cui verranno emanati i materiali ufficiali, sulla quale verranno concessi i permessi ai vari organizzatori per partecipare ai dibattiti sui media, è stata accolta con favore dai militanti delle Sardine: per combattere la centrale della Bestia, è necessario creare una roccaforte virtuale altrettanto efficiente. Il che pone un problema molto interessante: l’antipopulismo delle Sardine riprende metodi, forme di pensiero, modelli organizzativi sperimentati con successo prima dal M5S o ora da Lega e FDI, partiti attaccati proprio per il loro uso spregiudicato e autoritario dei social. Sebbene la svolta a livello macro sia stata ben accolta, è nei singoli gruppi di discussione che emergono ripetutamente malumori: la classificazione di molti post di semplici domande sulla natura e lo scopo del movimento o di post di analisi economico-sociali come contenuti divisivi da censurare, sta trasformando l’iniziale effervescenza dei temi e dei problemi trattati in un monotono susseguirsi di post sulla corretta comunicazione via web, in migliaia di denunce di episodi (spesso verbali) di razzismo, omofobia, sessismo, nel susseguirsi di meme-sfottò alla destra, ecc, quindi in una versione antisovranista dei gruppi facebook populisti.
Le Sardine, dopo appena un mese, sono quindi a un bivio: o proseguire l’attuale strada e diventare il volto buono ed educato della Bestia, oppure darsi un’identità propria non in opposizione ma nemmeno appiattita su quella dell’esecutivo.
(ph: Imagoeconomica)