Promemoria per fan di Greta da un ambientalista: il catastrofismo è controproducente

La richiesta di riduzione dei consumi non ha senso senza l’innovazione delle tecnologie. E senza porre una questione politica e culturale. Oltre le manifestazioni di piazza

C’è un un romanzo di Bruno Arpaia di tre anni fa, intitolato “Qualcosa là fuori”, che torna alla mente pensando al fallimento dell’incontro annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici svoltosi a Madrid, e al silenzio in cui è piombato il movimento che ha come personaggio-simbolo la ragazza svedese Greta Thunberg. Per far capire al lettore cosa intendo, cito le parole di un autorevole fisico veronese, tra i primi 100 pensatori globali della selezione operata dalla rivista “Foreign Policy”, a commento del libro: «Grazie Arpaia (…) chiediamo alla politica di fare le scelte giuste. Pianure screpolate, argini di fango secco, fiumi aridi, polvere giallastra, case e capannoni abbandonati: in un’Europa prossima ventura, devastata dai mutamenti climatici, decine di migliaia di “migranti ambientali” sono in marcia per raggiungere la Scandinavia, diventata, insieme alle altre nazioni attorno al circolo polare artico, il territorio dal clima più mite e favorevole agli insediamenti umani».

E’ solo un romanzo, certo, quello di Arpaia, ma ma coerente con i reporte in particolare con quello speciale sul riscaldamento globale. Le emissioni non diminuiscono, anzi sono aumentate. Dai dati del Pew Research Center che riassume le principali preoccupazioni dei cittadini, per la metà dei Paesi il cambiamento climatico non rappresenta la principale minaccia. Eppure il global warming è uno dei fatti scientifici meno discussi, in termini di evidenza empirica dalla comunità accademica, e non è una priorità dell’agenda politica. Il database NatCatService, che quantifica i danni economici dovuti a disastri naturali che nel 2017, certifica che hanno raggiunto i 340 miliardi di dollari: il 93% è causato da alluvioni, uragani, temperature e siccità estreme, non per forza direttamente causati dai cambiamenti climatici, ma collegati in quanto ne aumentano l’intensità e la frequenza. Questo tipo di eventi si è triplicato negli ultimi 40 anni.

Il movimento di Greta, così come il neo “Extintion Rebellion” nato in Gran Bretagna, denunciano i governi di tutto il mondo, ma forse non focalizzano abbastanza quanto la svolta politica passi da una culturale ed esistenziale, cioè da una rivoluzione nel cambiamento degli stili di vita.Ma non è “terrorizzando” le masse con il messaggio che siamo a un passo dalla catastrofe che le si convincerà a modificarli: anzi, si ottiene l’effetto contrario. Ridurre i consumi si può indirizzando lo sviluppo economico verso un’innovazione delle tecnologie. Uno studio commissionato dagli industriali tedeschi alla Boston Consulting Group si dimostra che la Germania può tagliare l’80% dei gas serra rispetto al 1990 entro il 2050 con il solo utilizzo delle tecnologie collaudate e validate. Purtroppo la “green economy” viene invece sfruttata dai pifferai dell’economia e della politica per incantare la pancia dei consumatori e degli elettori, facendoli marciare sempre nella solita direzione.

In un contesto di cooperazione globale si potrebbe addirittura arrivare a un taglio del 95% delle emissioni. In una recente intervista a Repubblica la presidente della Commissione Europea, Ursula van der Leyden, ha dichiarato che «Durante i miei 5 anni di mandato vorrei riuscire a dimostrare che il Green Deal conviene a tutti. Prima o poi tutto il mondo si dovrà allineare alla filosofia del Green Deal e allora noi dovremo farci trovare nel ruolo di pionieri, con un vantaggio competitivo sugli altri. Dovremo essere noi a imporci sul mercato mondiale, non a subirlo come troppe volte è successo in passato». Il piano prevede di ridurre a zero le emissioni inquinanti nette prodotte dai paesi dell’Unione Europea entro il 2050. Dobbiamo crederci, o sarà la solita messa cantata? E i fan di Greta, si faranno più disincantati andranno al di là della mera denuncia fine a se stessa? La questione climatica e più in generale ecologica è eminentemente politica e culturale. Se non si capisce questo, non si capisce nulla. E andare in pazza sarà servito a poco.

(Ph. Facebook – Fridays for Future)