Se avessero ucciso un nostro comandante, caro Di Maio, la chiameremmo guerra

L’assassinio deciso da Trump del generale iraniano Soleimani in Irak non ha giustificazioni, a parte i disegni di Washington e loro alleati. Fra cui ci siamo noi. Di Maio se c’è batta un colpo

Aver deciso di uccidere Qassem Soleimani, comandante dell’unità Al Quds dei Pasdaran presenti in Irak contro l’Isis, non un terrorista, è nè più nè meno che un’illegittima azione di guerra da parte degli Stati Uniti d’America contro l’Iran. Come se un altro Paese bombardasse e assassinasse un nostro generale impegnato su un fronte bellico in cui siamo schierati. Solo che gli Usa ci hanno abituato ad arrogarsi il diritto di compiere atti militari offensivi senza chiamarla guerra, e perciò lo scandalo unanime che dovrebbe scatenarsi non si scatena, se non annegato in mille giustificazioni, distinguo ed eufemismi a copertura di una realtà sgradevole: la potenza-gendarme del mondo, sempre meno egemone per l’ascesa di altre, specialmente la Cina, può fare ciò che non sarebbe consentito a uno Stato che non avesse la sua autorizzazione (magari per tramite Nato), mentre se qualcuno attacca loro, i difensori della pax mondiale, allora scattano “guerre infinite”: esportano la democrazia con le bombe, invadono, occupano e sputano sul principio di autodeterminazione dei popoli che è loro caro solo quando fa comodo. Sapevamo che il diritto si fonda in ultima analisi sulla forza, ma gli Usa hanno sempre questa terroristica capacità di ricordarci di agire nel più pieno e spudorato arbitrio sentendosi i padroni dell’universo.

Donald Trump, a differenza che in Afghanistan dove realisticamente sta venendo a patti con gli irriducibili Talebani, sull’Iran ha sbagliato politica fin dall’inizio, tornando all’ostilità preconcetta e alle asfissianti sanzioni su cui il pur imperialista Obama aveva fatto marcia indietro. Soleimani era l’uomo di Teheran che più si era coperto di allori in Irak e Siria contro i fanatici dell’Isis, contro i quali il conflitto è stato vinto sul campo anche e soprattutto grazie agli iraniani (e ai russi). Era lo stratega principale della Repubblica sciita. Ammazzarlo quindi ha anche un significato politico preciso: Washington e i suoi alleati nella regione, Israele e Arabia Saudita, non accettano la presenza degli ayatollah con cui stanno guerreggiando a distanza per interposto Irak, dove la popolazione è in rivolta per le vittime civili che gli Americani mietono pur di colpire l’influenza iraniana. Come ha rivelato uno dei migliori giornalisti di politica internazionale in Italia, Alberto Negri, un ex agente segreto Usa ora consulente del governo di Baghdad, Michael Pregent, sul sito della tv saudita Al Arabiya ieri aveva “previsto” l’attentato scrivendo, senza giri di parole, che «E’ tempo di colpirli, sono loro i nemici degli Usa e dell’Arabia Saudita». L’escalation verso una guerra dipenderà ora non solo dalla reazione di Khamenei e dei governanti iraniani, ma anche della Russia e della Cina. Trump ha fatto il suo. Per la guerra, non per la pace.

E noi italiani? Noi abbiamo ancora le nostre truppe in Irak sotto comando americano, quindi finiremo comunque in mezzo. Senza contare le basi statunitensi sul nostro territorio, in testa Ederle 1 ed Ederle bis a Vicenza, in cui sono stanziati i soldati impiegati dal Pentagono nello scacchiere mediorientale. Il nostro ministro degli esteri, Luigi Di Maio, è capo di una forza che in passato voleva smantellarle e rivedere addirittura il Patto Atlantico. Adesso, sarà già tanto se accennerà una timida protesta per il raid proditorio che il Dipartimento della Difesa si è affrettato ad attribuire a una decisione di Trump, sulla base dell’ipotesi che Suleimani stesse preparando attacchi ai servizi e ai diplomatici americani nella zona irakena. Argomento, come al solito, privo di riscontri, bisogna fidarsi sulla parola. Gli Usa son fatti così: fanno quello che vogliono e vogliono pure avere ragione. Confidiamo che le parole a caldo degli ayatollah e dei Pasdaran si attutiscano nei fatti. O il 2020 sarà un anno di guerra. Di Maio, fa’ il ministro: di’ qualcosa. Possibilmente di non troppo servile verso Trump.

(ph: Imagoeconomica)