Trump non è “matto”: ha una strategia. Da capo di una superpotenza in declino

L’assassinio del numero due del regime iraniano viene da lontano. Da quando il presidente Usa ha deciso che l’Iran è il nemico principale nel Medio Oriente

La svolta belligerante degli Usa contro l’Iran non è un’azione dal sen fuggita, irrazionale o inaspettata. E’ l’ultima tappa di un percorso iniziato, almeno nella fase più recente, il 23 ottobre dello scorso anno, quando gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato che proibisce di usare missili che trasportano bombe nucleari e non nucleari per una gittata fino a 5500 km. Tutta la politica di Donald Trump si basa sul fare a pezzi gli accordi internazionali che a suo dire non danno vantaggi al suo Paese.

Un mondo in cui pullulano armi atomiche, chimiche e biologiche, droni armati, mine anti-uomo, bombe a grappolo, guerra cibernetica, occupazione militare dello spazio, ritenersi al sicuro attraverso una politica di aggressione e deterrenza é un madornale errore frutto di miopia imperialista, che rischia di fare scoppiare davvero una terza guerra mondiale.

Anche il rinnovo del nuovo Trattato Start di controllo degli armamenti che riguarda il numero di lanciatori di missili nucleari strategici, che prevede il loro dimezzamento e la limitazione di testate nucleari a 1550, anche quello viene messo in discussione. Nel 2019, Trump ha presentato la Missile Defense Review (MDR), che completa la definizione della politica di sicurezza dell’amministrazione delineata nelle 2017 National Security Strategy. La MDR conferma la volontà di un forte rilancio dei programmi di difesa missilistica, dopo il taglio imposto da Obama. Nel documento sono definiti “Stati canaglia” sia la Corea del Nord che l’Iran. Riguardo quest’ultimo, in particolare, Trump aveva disdetto a maggior l’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Action) con Teheran, firmato anche da Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Unione Europea, che disinnescava, limitandola in maniera rigidamente vincolante, la capacità nucleare degli ayatollah.

Fin da subito il presidente Usa aveva riattivato le sanzioni anti-iraniane che erano state abolite, rimettendo in pratica il blocco alle vendite di petrolio e gas, fonte principale di introiti dell’Iran. Ora l’ assassinio con un drone del generale Soleimani, eminenza grigia delle strategie iraniane e probabile futuro capo della Repubblica sciita. Una figura di primissimo piano nella storia del Medio Oriente almeno dell’ultimo decennio. Era ritenuto il regista delle operazioni anti-Isis in Iraq e Siria, dove manovrava le milizie sciite irakene a sostegno del governo ufficiale di Assad.

Viene in mente la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia di 38 anni fa. Nel 1986, il tribunale giudicò gli Stati Uniti colpevoli di “uso illegale della forza” ai danni del Nicaragua. Uso illegale della forza è la definizione ufficiale di terrorismo dell’Fbi. Più precisamente: “Il terrorismo è definito come l’uso illegale della forza e della violenza contro persone o proprietà a fini intimidatori o coercitivi nei confronti di un governo e della popolazione civile per l’ottenimento di obiettivi politici o sociali”.

Sul piano concreto gli effetti che si potranno produrre per questa escalation tutta americana, è facile prevedere una spinta al riarmo nucleare non solo civile ma militare dell’Iran e la presa di potere degli oltranzisti ai vertici dello Stato. Un Iran che non riesce a vendere il suo petrolio impedirà che lo facciano anche gli altri tentando di bloccare lo stretto di Hormuz da dove transita il 40% del greggio (il cui prezzo potrebbe schizzare, secondo alcuni analisti, fino a 150 dollari). Potrebbero colpire Israele attaccandolo dalla Siria con i 15 mila missili ivi installati. Potrebbero intervenire sul fronte di Gaza o scatenare l’inferno al confine tra Libano e Israele.

Perchè allora Trump, evidentemente con il tifo di Arabia Saudita e Israele, ha acceso la miccia? Per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda dell’impeachment in vista della campagna elettorale, o per coprire il bluff della firma, il 15 gennaio prossimo, sulle sanzioni e dazi alla Cina. O incrementare il bilancio della difesa, oggi a 758 miliardi di dollari, per sostenere una superpotenza sempre meno egemone, in un mondo sempre più multipolare in cui gli Usa non hanno più un ruolo di padroni incontrastati.

(ph: Shutterstock)