Guerra in Libia: se prevale Erdogan, l’Italia è fuori

Abbiamo una guerra sotto casa ma non abbiamo voce in capitolo. Anche l’Europa assente. Analisi del caos libico

Una pentola a pressione che può scoppiare con esiti incalcolabili: questa è la Libia oggi. Soprattutto  per i flussi migratori biblici se alla guerra civile libica si aggiungono i conflitti in Siria, nello Yemen e l’instabilità in Algeria e Sudan. Con l’entrata a gamba tesa della Turchia sul campo di battaglia gli ingredienti ci sono tutti: il confronto tra il vecchio ordine mondiale fondato sugli Usa e sul dollaro, e quello nuovo che vede anche altri attori come la Cina e la Russia.

Gli interessi strategici italiani sonolegati alla funzione fondamentale svolta dall’Eni, messa in discussione dalle pericolose ambiguità dei francesi, che vorrebbero prendersi il mercato con la loro Total, destituendo la nostra compagnia petrolifera. Circa il 20% della produzione d’idrocarburi complessiva di Eni si realizza in Libia. Percentuale che è confermata dal piano quadriennale 2017-2020. L’Eni in Libia controlla diversi giacimenti di petrolio e gas, sia sulla terraferma sia offshore.

Palese il doppio gioco del governo Macron, che formalmente sostiene il governo libico di Al Serraj (riconosciuto dall’Onu, dalla Turchia di Erdogan, dal Qatar, dalla UE e dal movimento politico religioso dei Fratelli Musulmani) ma nei fatti sostiene il suo antagonista, il generale Haftar, sostenuto da Russia, Emirati Arabi ed Egitto, e che oggi può contare anche sul voltafaccia di Trump. L’azione della Francia in questo decennio si è dimostrata un fattore di instabilità alla base di ininterrotte migrazioni, che hanno interessato soprattutto l’Italia.

Alla luce degli ultimi fatti credo si possa affermare che la partita in Libia è stata persa dall’Unione europea a favore della Turchia tra l’altro membro della Nato, e si concluderà con una probabile guerra con l’Egitto. Il Parlamento turco ha approvato il 2 gennaio a grande maggioranza l’invio di truppe in aiuto di Al Sarraj  e ottenuto in cambio la definizione di favorevoli confini marittimi per lo sfruttamento delle risorse petrolifere, quindi in contrapposizione al “Gas Forum del Mediterraneo Orientale” dove, oltre all’Italia, ci sono Grecia, Cipro, Egitto, Israele, Giordania. L’opera è contestata dalla Grecia che la considera un illegittimo diritto di trivellazione dei turchi nel Mediterraneo orientale. La Turchia ha in modo arrogante iniziato le prospezioni senza alcun accordo sui giacimenti al largo di Cipro contro Grecia, Italia e Israele.

In tutto questo, appare sempre più irrilevante la posizione del governo italiano e della Ue. La soluzione libica forse non è nemmeno più militare, al punto in cui è giunta la situazione. E’ plausibile pensare allo smembramento del Paese con la formazione dello Stato di Cirenaica governato da Haftar? Sia chiaro che se Erdogan prevale, l’Italia è fuori dalla Libia. Vedremo nella seconda metà di questo mese a cosa approderà la Conferenza di Berlino sul caos libico. Trump é ambiguo: prima sostiene Al Serraj, poi apre al suo avversario. L’Europa é muta, senza una politica estera.  Ad approfittarne è il russo Putin, che si sta accordando con Erdogan per spartirsi le aree d’influenza.

(ph: imagoeconomica)