Addio Fratta Pasini, questo non era più il tuo tempo

Legato a un modello di banca cooperativa oggi superato (purtroppo), il presidente del fu Banco Popolare di Verona ha vissuto molte vite. Non tutte per lui

Il presidente Fratta Pasini, lui che apparteneva a una antica famiglia scaligera di nobiltà fondiaria, conosceva bene i veronesi. E, con il tempo, cioè da quando giovane avvocato pupillo di Giorgio Zanotto aveva mosso i primi passi nel palazzo antico ma modernissimo realizzato da Carlo Scarpa, aveva anche imparato parecchio del mondo delle banche, che era cambiato e non poco negli ultimi venti anni, senza perdere molte delle vecchie, pessime abitudini, che lui sapeva di dover accettare, per continuare a farne parte. Insomma, dal 1999 quando aveva preso il posto del suo «maestro», tanta acqua era passata sotto i ponti, e da presidente dell’ex Banca Mutua Popolare di Verona si era trovato a dover vivere molte vite, non tutte consone al suo carattere e al suo fegato, ma aveva cercato di non venir meno ad alcuni vecchi principi, così drammaticamente inattuali.

Confessiamolo, era molto più facile fare il banchiere a tempi di Zanotto; la banca era più piccola e Verona era più grande, negli uomini e nelle cose. Il Conte non l’avrebbe mai ammesso, ma anche il suo amatissimo Zanotto avrebbe fatto fatica con le smanie di ricchezza, la Borsa, la BCE, i compensi milionari dei manager, i segreti, indicibili patti tra «fratelli», il pressapochismo gestionale mascherato di tecnicismi, la politica debole, il disprezzo per risparmiatori, correntisti e soci, l’insensibilità generale nei fatti per i valori della solidarietà e della mutualità. Insomma, da tempo l’avvocato Carlo Fratta Pasini faceva fatica a fare il presidente di questa banca, divenuta una delle maggiori del paese.

It’s hard to be a saint in the city, avrebbe detto Bruce Springsteen, e ancora più difficile lo era divenuto, schiacciato nell’incudine di Verona e Milano. Verona, geograficamente vicina a Vicenza e a Montebelluna, dove i cosiddetti banchieri avevano realizzato un esempio di trionfi cittadini che solo tardivamente verranno riconosciuti come frutto di truffe e raggiri. A Verona, dove la crescente miopia politica e culturale della cosiddetta classe dirigente locale (già salvata a suo tempo da Zanotto) andava di pari passo solo con l’avidità e le pressioni ad aprire i cordoni della banca. E poi il drammatico, forse non inopinato, crollo del valore della banca, con la gestione Innocenzi, «che infiniti lutti addusse agli Achei», e della quale il presidente non poteva non sentirsi corresponsabile, con la differenza che a qualcuno non sarebbe stato possibile autodefinirsi letterariamente «perbene», ma doveva toccare il compito di mettere una pezza a tanto scempio e soprattutto di sfidare i mugugni (solo privati) dei veronesi, così pronti a lamentarsi per le perdite, quanto muti nel godere di decenni di dividendi.

Il dramma della banca locale, che «deve» diventare per forza nazionale, vissuto ancor più dolorosamente in occasione dell’ultima fusione tra Verona e Milano. Con Milano, che pure usciva da una pessima gestione (Ponzellini), e che nei rapporti di forza e nelle dimensioni avrebbe finito per mangiarsi la componente veneta, a meno di una massiccia iniezione di capitale scaligero, di cui tutti cianciavano senza che nessuno (a parte il patron di Calzedonia), nel salotto di quelli che si danno arie a Verona, volesse mettere mano al portafoglio. Infine la delusione degli uomini, i collaboratori di provenienza veronese, in gran parte fragili, inadatti al confronto al di là dell’Adige, forse perché scelti quando non era necessario saper combattere per il futuro della Banca e di Verona.

Carlo Fratta sapeva bene che la Banca, quella appunto in cui era stato educato, poteva stare in piedi solo se resistevano e venivano praticati i valori della mutualità e della cooperazione di credito. Ma questi da tempo erano finiti in soffitta o forse in qualche altro posto meno nobile. Indicibili, perché mortificati dai comportamenti dei banchieri, strapazzati come toppe su vestiti apparentemente nuovi a seconda delle occasioni, azzerati da un riformismo politico ignorante e incapace di separare il grano dal loglio. Certo Carlo Fratta aveva dovuto saper fare da parafulmine, certo il presidente era uomo di mondo che doveva deglutire e digerire sorridendo i bocconi amari e non avrebbe mai potuto come noi miseri mortali storcere la bocca, invocare un maggiore rispetto per i valori etici e civili che in Italia in troppi hanno scordato e che le banche di tutto il mondo stentano a metabolizzare.

Così se ne è andato, forse con la speranza di non venir equiparato ai molti che in Italia non riescono a scollarsi da poltrone più o meno prestigiose. I bene informati dicono che il suo nome tornerà presto utile per qualche altra importante carica presidenziale nel mondo bancario o assicurativo. Vedremo, temiamo sia un auspicio più dei suoi nemici, che un desiderio di chi lo ha apprezzato e compreso. Per il momento, crediamo che i veronesi (e non solo) debbano salutare con grande rispetto la sua uscita di scena, il suo lavoro per la banca e per il territorio. Dubitiamo – ma che importa? – che gli head hunter chiamati a trovare il successore sapranno trovarne qualcuno in grado di proseguire su quella strada antica e nuova, fatta di scelte azzeccate e lungimiranti, come di errori sciagurati, ma sempre sincera, onesta e appassionata, non dimentica della funzione etica del credito e dell’attività bancaria.

(ph: imagoeconomica)