Trump ha incassato quattro “vittorie”. Ma ha rafforzato i falchi iraniani

La mossa apparentemente irrazionale di uccidere il numero tre del regime di Teheran ha già ottenuto effetti. Anche paradossali

Donald Trump è nella bufera, dopo l’eliminazione del comandante delle forze speciali dei pasdaran Qassem Soleimani. Ma intanto ha ottenuto risultati nient’affatto di poco conto. Il primo  è certamente legato alla doppia esigenza di raffreddare l’attenzione mediatica sulla procedura d’impeachment cui è sottoposto, anche se difficilmente porterà a una condanna considerato che la procedura si svolge in Senato, dove i repubblicani hanno 53 senatori su 100. Un copione già sperimentato con Bill Clinton, sottoposto anche lui a giudizio per scandali sessuali proprio nell’anno delle presidenziali, guarda caso concomitanti con un bombardamento all’Iraq. Ad ogni modo, a novembre ci saranno le elezioni presidenziali e il presidente uscente ha bisogno di una prova di forza da sbandierare ai suoi elettori.

Il secondo motivo è squisitamente economico e riguarda i mercati. E’ scientificamente provato che nel periodo 1990/2010 ci sono state 19 crisi in Medio Oriente e i titoli azionari e obbligazionari del settore della difesa spaziale hanno guadagnato più del doppio dell’indice S&P 500 ( che misura il valore delle azioni delle prime 500 grandi aziende Usa)e circa quattro volte e mezzo nel settore petrolifero riferito al WTI (petrolio prodotto in Texas). Fra le corporations beneficiarie spicca la Huntington Ingalls, che è la più grande società di costruzione navale militare del Paese. Nell’elenco anche la società General Dynamics, specializzata in forniture militari, la Trans Digm Group, che è produttrice, progettista e fornitore globale di elementi, sistemi e sottosistemi aerospaziali altamente ingegnerizzati per quasi tutti gli aeromobili commerciali e militari, la Rayethon, che lavora nella difesa missilistica, guerra elettronica, cyberwar (guerra informatica o cibernetica), la Northrop Group, multinazionale nel campo aerospaziale e della difesa. Capitali speculativi (hedge fund, trading) posizionati da algoritmi si muovono moltissimo sulla base delle tensioni geopolitiche.

Terza “vittoria”, il prezzo del petrolio e del gas. Attraverso l’oro nero (tight oil) e il gas (shale gas) estratto da formazioni rocciose, gli Usa hanno raggiunto una certa autonomia energetica. Il continuo variare del prezzo del petrolio ha indotto molti investitori al disimpegno, a causa del basso costo del barile e del gas ad esso collegato. La produzione di petrolio è aumentata di meno dell’1% nei primi sei mesi del 2018, secondo il Dipartimento dell’Energi: in calo di quasi il 7% rispetto allo stesso periodo del 2017. Gli analisti affermano che un prezzo del greggio a 62 dollari farebbe crescere nell’impero a stelle e strisce la produzione di 480 mila barili al giorno nel 2020. Un prezzo a 72 dollari la incrementerebbe di altri 200 mila barili al giorno. Comunque un prezzo ritenuto ancora non conveniente da parte di molti investitori.

La questione dello shale oil gioca un ruolo importante, forse sottovalutato, e le ultime dichiarazioni di Trump sulle ulteriori sanzioni all’Iran dopo il taglio del milione e mezzo di barili al giorno delle vecchie sanzioni inciderebbero pesantemente. Un nuovo blocco di un milione di barili al giorno (quota residua delle esportazioni dell’Iran) ridurrebbe l’offerta mondiale con conseguente aumento del prezzo mondiale, un con peggioramento drammatico della recessione in un Iran già colpito da un segno meno meno 7% nel Pil dello scorso anno, con la moneta svalutata del 60%.

L’ultimo risultato potrebbe essere, dopo aver sfruttato il “colpo” elettorale dell’assassinio del generale nemico, disimpegnarsi dal quadrante irakeno, sventolando pure un futuro risparmio di vite umane dei soldati Usa e di risorse economiche (che Trump vorrebbe condivisise di più con gli alleati Nato). Il confronto Iran/Usa dura dal 1979. Quest’anno ci saranno anche le elezioni in Iran e l’attuale governo deve fronteggiare le contestazioni interne per le condizioni economiche. Forse proprio per questo la reazione iraniana è stata tutto sommato tiepida, una mossa più d’immagine che di sostanza per appagare il sentimento nazionalistico del popolo indignato per la morte di Soleimani. Trump, paradossalmente ma neanche tanto, ha facilitato i falchi, nell’alta gerarchia degli ayatollah di Teheran. Le due elezioni a distanza decideranno del futuro di uno scontro che per ora non sembra per niente assumere le sembianze di una guerra.

(Ph. Shutterstock)