«I Benetton negano la terra agli indios, assordante silenzio in Italia»

Lo scorso Natale gli attivisti del popolo Mapuche hanno occupato una parte dei terreni del gruppo veneto. Venturi Ferriolo, ex comitato scientifico della Fondazione di famiglia: «Mi sono dimesso per delusione: non sono i progressisti che sembrano»

In Veneto, patria dei trevigiani Benetton, la notizia non si è neppure avvicinata ai radar dell’informazione, che invece a livello nazionale è comparsa fra gli altri sul Fatto Quotidiano e su La Verità. Lo scorso Natale, esattamente la notte fra il 25 e il 26, un gruppo di Mapuche, popolo tradizionale che abita in Patagonia fra Cile e Argentina, ha occupato una fattoria a El Maitén, 120 mila ettari nella vastissima proprietà di Edizione Holding, la finanziaria del gruppo Benetton che dal 1991 possiede un’area di 920 mila. Da anni i Benetton sono contestati dai Mapuche, che si battono per riavere quella che considerano la loro «terra ancestrale», sottratta dallo Stato nel lontano 1896 per regalarla illegalmente agli inglesi e via via passata a vari proprietari fino ad arrivare, trent’anni fa, nelle mani della famiglia italiana, che non ha nessuna intenzione di mollarla. In una nota circolata sulla stampa in questi giorni, l’azienda ha sottolineato di aver «acquistato legalmente la società Companìa de Tierras Sud Argentino da tre famiglie argentine che la possedevano da lungo tempo» e di offrire «lavoro a centinaia di persone, prevalentemente di origine Mapuche».

Il conflitto degli indios con le autorità argentine è aspro: nel 2017 Amnesty International accusò la polizia di violenze, manganellamenti e ferimenti. L’anno scorso è stato ritrovato morto in un fiume un giovane attivista, Santiago Maldonado, scomparso l’anno prima. La tensione, insomma, è alta. Ed era scoppiata anche nel cuore della galassia Benetton, nella Fondazione omonima che si occupa di promozione culturale e ambientale: nell’agosto 2018 dal comitato scientifico dell’ente si dimise Massimo Venturi Ferriolo, già docente di Estetica al Politecnico di Milano, proprio in polemica con la chiusura dei Benetton verso i Mapuche. Non è l’unica personalità indipendente ad essere entrata in rotta di collisione con la dinastia abitualmente considerata aperta e illuminata: nel 2004 a perorare la cause degli indios di Patagonia è stato anche il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, che diede a Luciano Benetton dell’«antico signore feudale». Come atto di buona volontà, il gruppo propose di donare appena 7500 ettari, offerta respinta con sdegno dai Mapuche.

Venturi Ferriolo oggi ricorda la rottura di due anni fa, consumata con una lettera dall’eloquente titolo “The dark color of Benetton” (leggibile qui): «Come ho scritto quella volta, mi sono sentito tradito dalla famiglia Benetton alla cui Fondazione ho dedicato gratuitamente 25 anni di ricerche comuni su argomenti di etica ambientale. Ho scoperto infatti un’attività neoliberista in America Latina in contraddizione con l’immagine progressista costruita in Europa». Il professore con la missiva cercava di far cambiare loro idea, ma il tentativo fallì: «Speravo che la mia lettera potesse convincere Luciano Benetton a sedersi a un tavolo comune con i Mapuche per trovare una soluzione pacifica al caso con l’apertura e condivisione delle terre rivendicate». Non andò così: «mi rispose contattandomi tramite l’ad di Fabrica, Laura Pollini, per dimostrare la sua buona fede. Ovviamente, nonostante la documentazione offertami sul dialogo avuto con Pérez Esquivel, finì in un nulla di fatto, nonostante l’intenzione di donare ai Mapuche 7500 ettari giudicati improduttivi non solo dai diretti interessati, ma anche dalla Provincia del Chubut e dallo Stato argentino». Venturi Ferriolo ricorda con nitidezza l’abortita mediazione del premio Nobel: «Benetton non ha mai incontrato direttamente i Mapuche o il loro Parlamento, ma ha sempre comunicato con la sua intermediazione, dopo che questi gli aveva inviato una lettera aperta anche se a Roma, all’incontro con Esquivel e l’allora sindaco Veltroni, hanno partecipato i coniugi cacciati violentemente dalla loro casa, costruita in un terreno ancestrale di proprietà Benetton, dopo aver richiesto l’autorizzazione alle autorità provinciali avvalendosi della Costituzione argentina».

La giustizia argentina ha scagionato i Mapuche dall’accusa di occupazione abusiva e furto di bestiame, ed essi sostengono il loro diritto alla terra in base per l’appunto alla Costituzione del loro Paese. Benetton invece rivendica la piena legalità dell’acquisto. Per il docente non c’è dubbio sulla parte con cui schierarsi: «I Mapuche sono vittime di un sopruso molto doloroso. Basta leggere un po’ di storia per comprenderne la gravità. La Costituzione della Repubblica argentina li protegge formalmente, anche se non viene osservata da parte dei giudici e dei governanti». Resta poco comprensibile, tuttavia, l’arroccamento dei Benetton. Per l’ex membro del comitato scientifico della Fondazione invece é spiegabilissimo: «Confidano nell’assordante silenzio e la pessima informazione che ha coperto la vicenda in Italia. Credo anche che ci sia una questione culturale di fondo: forse i Benetton non si rendono pienamente conto della leggerezza che hanno commesso acquistando quei territori a buon prezzo nel 1991, facendo affari sulla testa di un popolo originario».

(ph: Esteban Ignacio Flickr)