Pfas, lo studio: «Contaminazione anche attraverso la pelle»

Il consigliere Guarda (CpV): «I veneti si contaminano anche solo lavandosi. Non basta sconsigliare l’uso alimentare»

«Il presidente Zaia legga lo studio Usa, e si attivi per aiutare le persone maggiormente esposte alle contaminazioni da Pfas, specialmente quelle senza acqua filtrata». Lo chiede la consigliera regionale Cristina Guarda (Civica per il Veneto/Veneto 2020) che spiega come «sui Pfas, la Regione Veneto continua a essere in ritardo e gioca una partita pericolosissima sulla pelle dei veneti, lasciati soli di fronte a questa emergenza. Arrivano infatti pessime notizie da Danimarca e Stati Uniti: studi scientifici di primario livello evidenziano come i Pfas penetrino nel sangue umano anche solo con il contatto attraverso l’epidermide. Quindi, non è sufficiente sconsigliare l’uso alimentare dell’acqua non filtrata nelle zone del vicentino, del veronese, del padovano e del rodigino che sono state contaminate, ma occorre fare molto di più».

«Il presidente Luca Zaia e la sua giunta farebbero bene a correre ai ripari, invece di continuare a sottovalutare il problema e minacciare querele nei confronti di quanti denunciano questa bomba a orologeria che avvelena il sangue dei veneti – ribadisce Guarda -. “Coop” Danimarca lo scorso anno ha vietato la contaminazione di cosmetici contaminati anche in piccola parte da Pfas, appunto in quanto è evidente in mezzo mondo che queste pericolose sostanze si introducono nel corpo attraverso la pelle, e Zaia cosa fa per i cittadini che devono subire le più gravi contaminazioni da Pfas in Italia? Glielo chiederemo con una interrogazione urgente, perché non c’è altro tempo da perdere. I veneti che vivono in zona inquinata possono sì acquistare acqua in bottiglia o ai distributori di acqua filtrata per bere, lavarsi i denti, cucinare la pasta, prepararsi il caffè, un brodo e tisane, sostituendo l’acqua non filtrata, ma come possono assolvere all’igiene quotidiana? Chiedevo una “exit strategy” per queste famiglie, così come per quelle che vivono in zone avvelenate, ma non definite “zona rossa”, e aiuti per l’acquisto di acqua in bottiglia, per il collegamento all’acquedotto, nonché soluzioni alternative di filtraggio in loco», conclude Cristina Guarda