Pfas, medici in parlamento: «C’erano solo due deputati»

Presentato a Roma il rapporto dell’Associazione Medici per l’Ambiente. Pesanti accuse alla Regione, subito rispedite al mittente

«La Regione Veneto continua a prorogare gli interventi necessari e a rimandare la realizzazione di quegli studi essenziali per capire di che portata è il danno alla popolazione. Non solo i lavori per la costruzione di nuovi acquedotti procedono con enorme ritardo tanto da dover richiedere una proroga, ma anche gli studi epidemiologici adeguati per poter stabilire la portata del danno alla salute dei cittadini, non sono ancora stati avviati».

Così Sara Cunial, deputata del gruppo misto ex 5 Stelle a margine della presentazione del paper scientifico Associazione Italiana Medici per l’Ambiente- ISDE  sulla pericolosità delle sostanze perfluoro alchiliche e del relativo rischio ambientale e sulle azioni in atto a livello Europeo per la gestione dei rischi e le restrizioni già definite e previste. Alla conferenza stampa, ha voluto sottolineare Vincenzo Cordiano, Presidente di Isde Veneto «c’erano solo due deputati, Cunial e Alberto Zolezzi del 5 Stelle».

«Per gli Pfas, come per molte altre sostanze tossiche e cancerogene, non è ancora stato identificato un livello minimo di concentrazione, nelle acque a uso umano come nelle altre matrici fondamentali per la vita, che possa essere considerato innocuo in termini sanitari – ha spiegato Cordiano, relatore alla conferenza con con il dottor Roberto Romizi, presidente di Isde Italia e l’ingegner Pietro Paris (ISPRA) – Tale evidenza scientifica assume particolare rilievo per le fasce di popolazione maggiormente a rischio (età pediatrica e gravidanza) ed esposte cronicamente, anche considerando le conseguenze del bioaccumulo e le inevitabili interazioni con altre sostanze inquinanti presenti nelle matrici ambientali. Pertanto, nel rispetto dei principi di precauzione e di prevenzione e indipendentemente dai limiti imposti dalla legge, la concentrazione di PFAS nelle acque dovrebbe tendere a zero». 

La replica della Regione

Immediata la replica da Palazzo Balbi: «E’ destituita di ogni fondamento l’accusa di non aver raccolto e messo a disposizione dati scientifici. Solo come esempio, al proposito si ricorda che la Direzione regionale Prevenzione ha già redatto e pubblicato ben 11 (undici) Rapporti Epidemiologici; il Registro Tumori del Veneto ha effettuato e pubblicato un’indagine specifica confrontando i parametri medi regionali con quelli dei comuni in area rossa; i dati scientifici su acqua, animali, ortaggi e persone sono stati raccolti in continuo e condivisi con l’Istituto Superiore di Sanità nell’ambito di un rapporto di collaborazione tuttora in atto, grazie al quale L’ISS ha prodotto il fondamentale studio sull’esposizione alimentare. Il primo studio dell’Istituto Superiore di Sanità sull’inquinamento da Pfas in Veneto è stato presentato, proprio in Regione Veneto, il 20 aprile del 2016, dopo un necessariamente lungo periodo di raccolta ed elaborazione dei dati necessari». La Regione riferisce inoltre che l’allargamento dello screening sulle persone alla cosiddetta area arancione è in fase di valutazione e che è l’unica in Italia e in attesa che lo faccia il Governo, che ha fissato da ottobre 2017 il limite Zero Pfas nelle acque potabili.

«I filtri operativi sugli acquedotti sono di ultimissima generazione e per questo motivo hanno una maggiore durata e sono in grado di intercettare anche i cosiddetti “nuovi Pfas” – prosegue la nota – E solo in Veneto sono progettati o già in corso lavori per opere acquedottistiche pari a un valore di 56,8 milioni e solo il Veneto ha chiesto con forza e ottenuto dal Governo la nomina di un commissario straordinario nella persona del Dr. Nicola dell’Acqua. Nessuna inerzia è quindi ascrivibile alla Regione Veneto». E conclude: «Stupisce peraltro il fatto che l’Isde faccia oggetto dei suoi allarmi il solo Veneto, stante che, fin dallo studio iniziale del 2013, è emerso che nella questione è coinvolta buona parte del territorio italiano e che analisi scientifiche effettuate hanno portato a svelare che nelle acque del fiume Po (notoriamente non solo veneto) esistono quantità di Pfas di nuova generazione (C6O4) quasi 2.000 (duemila) volte superiori che sotto l’Azienda Miteni. Gli esiti sono stati immediatamente messi a disposizione della magistratura competente e delle Regioni interessate».