Caro Montanari, su Pansa l’hai fatta fuori dal vaso

L’intellettuale di sinistra sul giornalista scomparso ha sposato le tesi più rancorose e anti-scientifiche. Indegne di una personalità di valore come la sua

Conosco e stimo Tomaso Montanari. È uno storico dell’arte molto preparato con una grande passione civile, ma soprattutto che non ama far parte del “branco”. Questa volta però, con il suo intervento su Micromega contro Giampaolo Pansa, l’ha fatta fuori dal vasino. Di per sé cosa non gravissima, molto peggio è l’occasione persa di mostrare una faccia colta e matura della sinistra, che tutti rimpiangiamo e vorremo finalmente vedere.

L’intervento – un obituario di Pansa al contrario, in cui è completamente svalutato il lavoro dell’ex vicedirettore di Repubblica dal “Sangue dei vinti” (2003) in poi – è lungo e abbastanza articolato ma sostanzialmente si basa su due argomenti: 1. L’utilizzo da parte dei cosiddetti neofascisti (Casapound, Fratelli d’Italia) delle opere di Pansa, per svalutare la Resistenza e per rivalutare l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana. 2. L’assenza di una vera e propria metodologia scientifica, che rendesse inoppugnabili i riferimenti documentari favorevoli a una lettura “revisionista”. Per brevità e per precisione, riporto alcuni passi cruciali dell’ampio intervento del prof. Montanari, peraltro malamente e polemicamente riassunto dal titolo «Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario» (che già se fosse vivo Pansa probabilmente potrebbe trovare gli estremi per una querela per diffamazione).

[I lavori di Pansa] consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico… Ma quando decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò – non adottò il metodo storico, ma scrisse una serie di testi narrativi in cui la memorialistica e il romanzo sfumano l’una nell’altro. Una affabulazione senza nessun apparato di documenti e di note: e dunque inverificabile per il lettore … Cosicché, nel discorso pubblico, Pansa oggi non è (come dovrebbe) l’autore di romanzetti curiosamente filofascisti, ma è il giornalista antifascista che ha svelato – dimostrando la coraggiosa capacità di andar contro ‘la sua parte’ – il lato oscuro della Resistenza. Una clamorosa distorsione della verità: una lunghissima, perversa ambiguità che non solo ha eroso, di libro in libro, il consenso alla Repubblica antifascista, ma che contestualmente ha mandato in vacca ogni idea di giornalismo…

Non sono un accanito lettore ed estimatore di Giampaolo Pansa, al quale però con il tempo ho dovuto riconoscere una dote rarissima tra i giornalisti e gli intellettuali italiani, che è quella dell’onestà e della assoluta libertà di pensiero. Ovviamente non è possibile qui entrare nel merito della sua produzione storiografica. A Montanari, che suo malgrado indirettamente ammette la totale veridicità di quanto contenuto nei libri di Pansa, desidero solo far presente una cosa che forse gli sfugge: in realtà non c’è una virgola tra i molti libri che lui chiama revisionisti di Pansa che fosse inedita. Infatti la Storia della guerra Civile in Italia, di Giorgio Pisanò (3 volumi di complessive 1860 pagine, pubblicati a partire dal 1966 per Eco edizioni) per ammissione dello stesso Pansa è la fonte dalla quale egli attinse a piene mani, fonte documentatissima e purtroppo incontestabile, con il solo difetto di non appartenere al circolo degli intellettuali di regime, tra i quali sicuramente il prof. Montanari non desidera essere iscritto e tra i quali – forse involontariamente – per lungo tempo Pansa si schierò (e proprio per questo non solo ebbe la possibilità di pubblicare i suoi lavori, ma come un vero traditore scatenò l’odio degli ex compagni, che non avevano inteso la differente concezione di morale e libertà intellettuale che li separava da Pansa).

Quanto pubblicato da Pansa sulla base dei documenti prodotti da Pisanò (certamente in un’opera tendenziosa, ma non per questo inattendibile) in realtà andava di pari passo con quanto una certa storiografia, faticosamente stava producendo verso una visione più equilibrata e più fedele del fascismo e dell’antifascismo. Penso ai lavori di Renzo De Felice e poi di Francesco Perfetti, agli studi sui “fascismi” europei e non da ultimo anche dal recente bestseller di Scurati, tutti in grado di documentare una lettura del periodo storico che va dal 1922 al 1945 né piacevole, né oleografica, né ideologicamente unidirezionale, ma complessa e tragica, se non altro per i gravi e profondissimi coinvolgimenti della stragrande maggioranza degli italiani. E piaccia o non piaccia, la visione della Resistenza che Pansa ha cercato di demolire è proprio dei punti maggiormente critici della vecchia storiografia. Quella sì che era un santino irreale, altro che i libri di Pansa, scritti certamente per un grande pubblico che non ama le note, ma non per questo falsi o apportatori di falsi, per questo non meritevoli dell’ostilità anche violenta e fisica di cui sono stati oggetto e che purtroppo, su un piano intellettuale, corrisponde all’intervento ingeneroso e infondato di Tomaso Montanari.

In realtà il revisionismo storiografico non esiste, nel senso che la storia è continuamente soggetta a processi di revisione, modifica e ampliamento, che sono la caratteristica dei lavori seri, non il limite con cui etichettare colui che la pensi diversamente da noi. Aggiungiamo che in storia le ideologie non suffragate da fatti rovinano irrimediabilmente il lavoro intellettuale, inquinano e corrompono la possibilità per questo paese di diventare veramente moderno, interessato al benessere di tutti i cittadini, non alla vittoria delle proprie parroccchiette. Dispiace vedere che un giovane e promettente intellettuale finisca (per motivi a me incomprensibili) per sposare nei modi e nei contenuti una causa che, proprio nel momento in cui molti piangono la scomparsa di un grande giornalista, sa di vecchio e di rancoroso, oltre che di anti-scientifico.

(ph: Imagoeconomica)