Marzotto, Zonin e il risarcimento morale

L’ex consigliere della BpVi ha testimoniato al processo dichiarando di essere stato «ingenuo». Un modo per uscirne a testa alta ci sarebbe…

Il pentito. Matteo Marzotto, testimone al processo sulla Banca Popolare di Vicenza da ex consigliere d’amministrazione (dal dicembre 2014 al luglio 2016), si pente di non aver rassegnato le dimissioni a suo tempo. Forse quando capì il giro di operazioni “baciate” con cui la banca si finanziò illecitamente? No, perchè lui non ne sentì mai parlare. Avrebbe dovuto farlo, secondo quanto ha dichiarato ai giudici di Vicenza, nel momento in cui gli ispettori della Bce diedero, a lui e agli altri titolari di poltrona in cda, degli inadeguati. Un trauma. Tra l’altro era un sabato, e quel giorno, specifica, avrebbe dovuto uscire a farsi una biciclettata. A maggio del 2015 saltarono fuori però, le famigerate “baciate” (scambi di fidi per azioni) assieme alle decine di lettere di impegno. Non poteva essere vero, si sentì un ingenuo.

Dalla paciosa tranquillità di cooptato nel board in quanto uomo di business si passò a una frenetica girandola di riunioni, una accelerazione compulsiva che si abbattè sui suoi nervi come uno choc. Allorchè poi si seppe dei soldi girati al costruttore romano Alfio Marchini tramite i misteriosi fondi maltesi, un fremito lo prese e fece addirittura una brutta faccia all’ancora presidente Gianni Zonin, che ci si era seduto accanto alla presentazione di un premio a Roma, il 6 maggio: stagli alla larga, era il messaggio. Chissà quali cose sapeva Marzotto, sull’imprenditore che l’anno dopo oserà candidarsi persino a sindaco di Roma. A fine maggio, sempre del 2015, quando si insediò Francesco Iorio alla guida operativa della banca lui prese bene la notizia: lo conosceva già. Tanto che ci convisse per tutti i mesi successivi, e nonostante gli eventi choccanti che si affastellarono in un tourbillon di avvicendamenti, colpi di scena, inchieste giudiziarie, cambi di gestione e scandali a profusione, Marzotto rimase in piedi fra le rovine fino a metà dell’anno successivo, quando il fondo Atlante rinnovò quasi completamente il vertice. In tutto quel sofferto periodo, era incredibile – sottolinea il nostro – che l’istituto in crisi staccasse dividendi e compensi.

Ecco, i compensi. Marzotto, nell’anno e mezzo che è stato seduto nel consiglio d’amministrazione, ha subìto tutti quei colpi al cuore gratis? Se ne deve dubitare. Il pentimento si avvalora con i fatti, almeno così stando all’insegnamento di Santa Romana Chiesa. Potrebbe darsi che Marzotto abbia già devoluto in beneficenza quanto avuto dalla Popolare durante quei drammatici frangenti. Sarebbe un gesto di encomiabile moralità se lo avesse fatto. E se non lo avesse fatto, non è mai troppo tardi per compiere la buona opera. Intendiamoci bene: lui non ha alcuna responsabilità, tanto è vero che è stato audito come teste. Zonin, che sostiene di non aver saputo e di non aver capito, anch’egli fra parentesi devoto al pio magistero della carità cristiana, lui sì che sarebbe chiamato al risarcimento morale, e con lui gli amministratori degli anni d’oro. Non come ammissione di colpa sotto il profilo penale, giudizio che spetta solo al tribunale. Ma come conseguenza delle sue scuse pubbliche a mezzo stampa, benchè di fatto non si sia scusato di nulla.

Chi ha sbagliato deve pagare: questo il principio aureo che le vittime del rovinoso crollo della “banca del territorio” vorrebbero vedere applicato. E se si è inadeguati, significa che si è nel posto sbagliato, immeritatamente (e nel suo caso, forse qualche pentimento dovrebbe assalire anche chi lo nominò in passato alla presidenza del Cuoa e della Fiera di Vicenza…). In generale, non è ammissibile che chi sia chiamato a responsabilità verso centinaia di migliaia di persone possa rifugiarsi nell’ingenuità. O, come nel caso macroscopico di Zonin, nel farsi passare come un passante che se l’è fatta fare sotto il naso, nonostante troneggiasse da vent’anni come il Re Sole. Non tutti i sudditi sono stupidi. I sovrani e i Conti dovrebbero averlo capito. Ma fingono di non capire, confidando nell’ingenuità del popolo. Che ha già dato, e ne ha le scatole piene del feudalesimo di ritorno. Restituite gli schei, lì a Versailles.

(Imagoeconomica)