Un’incredibile vita dalle tante vite: «ma ora vivo con il Reddito. Con un sogno di carta»

Storia di Gerardo: dall’Italia all’estero e ritorno, tra sfruttamento, casi assurdi, sussidi in Germania, parentesi in barca a vela a Venezia. La riscoperta di un romanziere oscuro e una passione: la letteratura

Ci sono vite con mille vite dentro. Lungo i suoi quarantadue anni, lavorativamente Gerardo de Stefano ne ha sommate più di una dozzina come minimo. E’ uno dei centinaia di migliaia di italiani, circa 1 milione, “quasi” poveri, o come si dice tecnicamente sulla soglia della povertà. Figlio di una madre originaria di Treviso, ha vissuto in Veneto, prima nella Marca e poi a Venezia, anche se per parte di padre è napoletano e infatti è nato a Ponticelli, vicino il capoluogo partenopeo. La sua, come tutte le storie, è unica ma parla di storie di tanti altri, che si arrabattano furiosamente per vivere con dignità nell’Italia del precariato esistenziale.

SUSSIDIO Sì, MA LAVORO NIENTE

Diplomato alle magistrali e con un anno di corso di Storia Orientale a Bologna, Gerardo vive in un borgo fra Lunigiana e Garfagnana con il reddito di cittadinanza da quando l’hanno introdotto, nel marzo 2019: 780 euro al mese che bastano a pagare affitto, bollette e non morire di fame. Descrive così la quotidianità: «Da qualche anno non possiedo più un conto in banca, non ho mai posseduto uno smartphone, di conseguenza non mi sono mai fatto un selfie e non ho mai usato whatsapp. Non prendo un aereo dal 2002. Economicamente sopravvivo. Anche se volessi e potessi, non mi sarebbe permesso integrare il RdC con dei lavori saltuari, sia perché in regola non se ne trovano, sia perché commetterei comunque un reato penale e rischierei la galera. Prima di percepire il reddito mi guadagnavo da vivere (sottopagato) lavorando senza regolare contratto per un’agenzia di catering e sfruttando ogni occasione di lavoro, anche giornaliera, ovviamente in nero». Inquilino in un appartamento in affitto, senza figli, de Stefano aveva l’ISEE pari a zero: «Formalmente non possiedo niente, non ho più neanche un’automobile, ho tanti libri, quelli sì e qualche mobile ed oggetto d’arte a cui tengo particolarmente, ma non possiedo altro». Sul reddito “grillino” la sua opinione saggiata sul campo non è granchè positiva: «Non serve a molto, è solo un semplice palliativo donato a persone che si trovano in uno stato di indigenza e che altrimenti finirebbero per strada, non durerà per sempre. Ho l’impressione che non potrà mai funzionare adeguatamente, ci vorrebbe una vera e radicale trasformazione del mondo del lavoro. Fino ad adesso, per esempio, io non sono ancora mai entrato in contatto con nessuno che mi parlasse di una possibile occupazione: l’ufficio di collocamento, al quale più volte ero andato anche prima del reddito, non si è fatto ancora sentire».

GERMANIA MON AMOUR

Alle spalle un’infanzia resa difficile ma anche illuminata dalla mancanza di un’educazione religiosa («niente battesimo, comunione, cresima, catechismo, e non è stato spesso facile sostenere questa scelta ricevuta, che però mi ha fatto capire fin da subito l’importanza della diversità»), Gerardo si è buttato giovanissimo nel mondo del lavoro nel settore che gli era già familiare: le gelaterie. «Durante le superiori ho fatto una stagione a Jesolo, e poi la mia prima stagione in Germania. E’ il lavoro che hanno svolto mia madre e i suoi fratelli, dunque per me è stata una sorta di “occupazione di famiglia”». Decise allora di trasferirsi definitivamente in Germania «e saltare così l’anno di militare per “motivi di lavoro all’estero”», dove rimase per dieci anni. Il gelataio è stato il mestiere che gli ha pure permesso una vita felicemente nomade: «con il lavoro di gelataio, all’epoca ben retribuito e molto richiesto, sono riuscito a lavorare in molti posti, tra cui Berlino, Francoforte, Colonia, Leverkusen, Stoccarda e Londra, fino a che non trovai, nel 1999, nella città meravigliosa di Kiel, un luogo ideale dove vivere. A Kiel ci arrivai come gelataio e finita la stagione, dato che i miei datori di lavoro, italiani, erano stati molto onesti mettendomi in regola nel modo migliore (nei 5 anni precedenti non capitò sempre, anzi), riuscii a percepire nell’inverno del 1999, per la prima volta in Germania, il reddito di cittadinanza tedesco».

LA GIOSTRA DEI LAVORETTI

Il sussidio in Germania è legato a doppio filo alla formazione: «Fui assunto in un progetto sperimentale che si chiamava “Arbeit fur Alle”, Lavoro per Tutti, che prevedeva uno stage pagato di un anno (1250 marchi al mese!) in una ditta che si interessava di comunicazione, con una radio, una rivista e un settore di grafica pubblicitaria e web design, dove potei con mia grande fortuna imparare moltissimo e soprattutto usare e capire prestissimo internet. Dopo questa esperienza intrapresi un percorso di “Ausbildung” (formazione), pratica questa importante, che secondo me andrebbe sviluppata anche in Italia: un percorso di tre anni di scuola-lavoro, retribuito (poco, ma retribuito), in cui si può imparare una professione pratica, tipo idraulico, elettricista o fotografo per intenderci. Io intrapresi un corso per diventare rilegatore di libri. Purtroppo sia per motivi personali, ma anche per un fattore economico, non conclusi l’esperienza della formazione perché preferii accettare una proposta per gestire una caffetteria tedesca e trovare così momentaneamente un po’ di serenità economica». Nel 2005, per motivi personali, tornò in Italia, a Treviso, dove cominciò la vitaccia di chi cerca un’occupazione da zero: «La prima cosa che feci fu andare nelle agenzie interinali per cercare lavoro: in un agenzia interinale una ragazza di 19 anni leggendo il mio curriculum mi disse che era evidente che non ero affidabile, perché avevo girato troppi posti e con un curriculum così non avrei mai trovato lavoro. Incominciai allora la giostra dei lavoretti in nero: lavaggio auto, cameriere, lavapiatti, vendita varia porta a porta, di materassi, aspirapolveri».

RETROSCENA RACCAPRICCIANTI

I ricordi di Gerardo svelano retroscena «raccapriccianti», come li chiama lui: «Ho visto far firmare a padri di famiglia pieni di debiti rate all’infinito per un materasso qualsiasi, e durante un’esperienza con una ditta di aspirapolveri rimasi scioccato quando al primo briefing mattutino, in una riunione piena di sprint condita con musica techno, canti e balli ed energia, mi dissero cosa avrei dovuto votare alle elezioni politiche che si sarebbero tenute di lì a breve... Se si è bravi, e senza cuore, in questo ambiente si possono fare veramente tanti soldi!». Accanto agli orrori, le gioie: «Negli stessi anni sono stato direttore artistico e creatore di un evento culturale durato tre stagioni (2007, 2008, 2009), che si chiamava Performativa e si teneva in una splendida villa veneta, Villa Lattes a Istrana, in provincia di Treviso». Poi, nel 2010, altra tappa: Napoli. «Intrapresi una serie di lavori, sempre senza contratto, commesso per un negozio di vestiti, pescatore abusivo, ogni tanto davo una mano in un diving fino a che non mi trasferii in Sardegna e feci una stagione come addetto alla sicurezza (butta fuori) in una discoteca». Ma non mancava molto alla scoperta del mare. Sì, il mare. Una vita da sogno letteralmente sul mare: «venni a conoscenza di un corso statale dedicato alle arti marinare, che si tiene a Minturno in provincia di Latina, si chiama ISMEF (Istituto Mediterraneo di Formazione per le Professionalità Nautiche, ed è collegato con il ministero dei trasporti): è un istituto per la formazione professionale, dove mi sono diplomato in un corso di attrezzista per le barche a vela (rigger). Finito il corso si sono effettivamente prospettate molte occasioni di lavoro, tutte sottopagate e senza contratto. Ne scelsi una a Venezia, uno strepitoso progetto di mobilità alternativa dedicata ai disabili. L’esperienza fu incredibile, vivevo su una barca a vela e ho avuto la possibilità di vivere la laguna veneziana in tutto il suo splendore. Guadagnavo 20 euro al giorno, come volontario, vitto e alloggio pagato da una cooperativa».

DALL’INFERNO ALLA… FELICITA’?

La parentesi cullata dalle onde finì nell’alienante grigiore milanese: «Nel 2014 volli trasferirmi a Milano, l’anno prima dell’Expo. In quell’anno ho spedito circa 150 curriculum, soprattutto perché di gelatai ne cercavano parecchi. Risultato: non ho avuto mai una risposta da nessuno. È stato un periodo economicamente duro, avevo assolutamente bisogno di lavorare e per due mesi sono finito in una sorta di inferno, alle porte di Milano, in un grosso capannone ricoperto di amianto, dove sotto lavorano in nero una quarantina di persone, in maggioranza uomini, a fare la toelettatura di macchine di lusso, cioè a preparare per la consegna di vendita, tra nuvole verdi di vapori malsani e condizioni lavorative da schiavi. Così ancora lavori in nero e ogni tanto mi sono guadagnato da vivere vendendo edizioni rare di alcuni libri, ed è stato così che nel frattempo ho fatto riscoprire lo scrittore Dante Virgili, occupandomi della sua tomba». Virgili: autore misterioso di romanzi intrisi di fascinazione per il male. Eccola, la vera passione: la letteratura. «Sì, e tutto quello che riguarda i libri. Dal 2015 curo una collana editoriale che si chiama CollanaRigorMortis.it, che però purtroppo è una passione molto lontana dal diventare un lavoro vero e proprio». Il sogno di quest’uomo dalle mille vite è l’editore: «Nell’ultimo anno ho curato e ricopiato quasi parola per parola, perché era l’unica soluzione, un saggio di Carducci su Leopardi, non più ristampato dal 1898, che è stato pubblicato in una versione aggiornata per la casa editrice Memoranda di Massa, con la quale la Collana Rigor Mortis sta collaborando. Quello che mi piacerebbe veramente fare, e con fare intendo ciò che rende felice e rende la giornata migliore, sarebbe pubblicare libri». D’altronde, aggiunge, realizzarsi è «qualcosa che dovrebbe essere garantita a tutti». Già: come il diritto a un’esistenza libera e dignitosa, come promette la tanto citata, e altrettanto disattesa, suprema Carta (di una Repubblica fondata sul lavoro: sì, certo).