Il segreto di Zaia

Oggi il centrosinistra si riunisce per capire di che morte morire alle elezioni regionali. Non avendo mai dimostrato di aver capito la chiave del successo del governatore leghista

Son tutti in attesa del risultato in Emilia-Romagna, facendosi un fegato così a forza di sgranocchiare popcorn al gusto bile. No, non i cittadini comuni, figurarsi: quelli hanno di meglio a cui pensare, cioè alla propria vita. E’ l’intera classe politica italiana a trepidare per sapere se la Regione storicamente simbolo della sinistra sarà espugnata dal leghismo sovranista di Matteo Salvini – facendo traballare, ma presumibilmente non cadere il governo giallorosso, al più destabilizzarlo – oppure se resterà al centrosinistra, dando un po’ di consistenza a quel fantasma che è il segretario del Pd Nicola Zingaretti. In entrambi i casi a uscire con le ossa più o meno rotte sarà il Movimento 5 Stelle, dissanguato dai propri limiti errori e orrori.

Il 26 gennaio sarà una data spartiacque, dunque. Anche per le altre elezioni regionali. Incluso il Veneto, dove anche l’ultimo dei mona sa da un pezzo che contro il presidente uscente, il leghista neo-doroteo Luca Zaia, non c’è partita: ha già vinto in partenza. L’opposizione di Pd e gruppi microniani vari (pensate: si aggirano fra noi persino Italia Viva, quelli di Renzi, e Azione, quelli di Calenda) sono impegnatissimi a capire come e quanto perdere. Se con un candidato di partito, affidabile ma che sa di minestra ultra-riscaldata (Stefano Fracasso, Laura Puppato). Se con uno verniciato a civico ma sostenuto da tutto il microcosmo di sinistra, fino a lambire quel che rimane dei centri sociali (Arturo Lorenzoni, vicesindaco di Padova, di suo legato più alla Curia padovana che agli antagonisti, base di quella Coalizione Civica messa in grave imbarazzo e umiliata da una mirata mossa del sindaco Giordani con lo sgombero dell’ex Macello). Oppure se con uno uscito dall’inesauribile fucina di ingegni che è il milieu industriale (Alberto Baban, che parlando del rilancio di Confindustria sul Corveneto, la settimana scorsa ha scritto che «occorre mostrare i muscoli» contro «la cultura antindustriale del Paese»: magari, però, prima facciamo il punto sulla gestione del Sole 24 Ore, sul caso Montante, sui colleghi, come il presidentissimo Boccia, che pontificano dall’alto delle loro aziende in crisi, su certi modelli di business a carico del pubblico, come per gli ormai screditati Benetton, leggi autostrade).

Quanto ai pentastellati, da sempre aeriformi sul territorio e incastrati fra destra e sinistra, se corrono da soli sono destinati alla onorevole testimonianza. Per questo motivo il ministro bellunese Federico D’Incà insiste nel perorare l’alleanza con il centrosinistra, specie se guidato nella battaglia elettorale da Lorenzoni. Contrarissima la maggioranza degli attivisti, in testa il capogruppo a Palazzo Ferro Fini, il dimaiano Jacopo Berti. Questa sera nella sede regionale del Pd a Padova i maggiorenti del centrosinistra si riuniranno in conclave per discutere soprattutto di questo: andare alle primarie, cercando di sbarrare la strada a Lorenzoni grazie alle truppe cammellate del Pd (al cui interno solo il gruppo padovano capeggiato dal sindaco-ombra di Padova, Massimo Bettin, sostiene la candidatura “civica” del vicesindaco), oppure, in mancanza di nomi sufficientemente validi e data per certa la sconfitta finale, puntare su di lui tendendo la mano ai grillini e fare un fronte unico popolare anti-Zaia?

Qui vogliamo appunto  occuparci approfonditamente di lui, Zaia. L’ex presidente della Provincia di Treviso, ex vice di Giancarlo Galan, ex ministro dell’Agricoltura con Berlusconi, due volte a capo della Regione, portabandiera dell’autonomia veneta, su cui ha fatto meritoriamente votare andando poi a sbattere contro il sempiterno centralismo romano-meridionale e il menefreghismo del suo capo Salvini, Zaia il tardo-democristiano, il panzer della comunicazione politica, l’inauguratore da competizione di ospedali, fiere, sagre, eventi di beneficenza, strade, ponti, grandi e piccole opere, il tagliatore di nastri olimpici e riconoscimenti Unesco alle vigne da prosecco, questo Zaia presenzialista ma rarissimamente sopra le righe, rassicurante e piacione, amministratore dell’ordinario che agli occhi dei più è già straordinario, ecco, custodisce un segreto. Il segreto del suo successo. Così secretato che nessuno pare avvedersene. Quasi un fatto inconscio, collettivamente inconscio. Come se incarnasse l’autobiografia del Veneto medio. E’ un dato culturale, prima che politico. Relativo alla sensibilità storicamente sedimentata fra i veneti, più che a manovre e calcoli elettorali di parte. Una cifra dell’immaginario, e non semplicemente il frutto di un’azione di governo.

Il segreto dell’iper-presente Zaia è un’assenza: l’assenza di idee e iniziative percepite come ostacoli alla libertà, per il veneto moderato comune, di continuare a essere e agire come ritiene di dover fare, cioè pensando anzitutto alle proprie abitudini, alla propria roba, ai propri affari, al proprio patriottismo locale, al proprio individualismo. Zaia è la personificazione di una grande Sì a questo impasto, se vogliamo ricorrere a paroloni tecnici, di conservatorismo spiccio e liberalismo facile, localismo “serenissimo” e pragmatismo facilone (la vergogna del Mose, dello Stato sì ma a cui applaudivano tutti in Veneto, destra e sinistra, sta lì a dimostrarlo). Aurea medietas allergica alle posizioni estreme, toni forti ai comizi di partito e aplomb istituzionale di norma e regola. Quella volta Galan, con la sua consueta modestia, disse di sè stesso dando il titolo a un libro-intervista con Paolo Possamai: «Il Nordest sono io». Zaia potrebbe imitarlo, sia pur limitandosi al Veneto, ma essendo più furbo del predecessore se ne guarda bene.

La verità però quella è: Zaia si muove miratamente in modo da non far sentire il suo elettore colpevole di niente e anzi vittima di tutto (disastri ambientali, aria inquinata, Pfas, capannoni vuoti, il crac delle banche popolari, la potenza invasiva stabile e radicata della mafia, la stessa mancata autonomia), come invece fa spesso e volentieri, senza neanche rendersene conto, la sinistra, compresa quella piddina. E amalgamando l’orgoglio per ciò che funziona (grazie più alla società che alla politica) con il lamento sistematico per ciò che non va e che non torna (colpa di Roma, colpa di qualche mariuolo isolato, colpa degli avversari, colpa di tutti tranne che nostra), è riuscito a cementare un consenso su di lui e sulla Lega, con riflesso reciproco e rinforzante, che lo ha reso oggettivamente imbattibile. Ma ora zitti, sssst, silenzio: non rivelate in giro il segreto. Non sia mai che qualche oppositore lo oda e si suicidi sul posto. No, impossibile: sarebbe troppo dignitoso.

(ph: Imagoeconomica)