Basta con l’uso politico della Storia, molti italiani si avvantaggiarono delle leggi razziali

Da Craxi ai libri sulla Resistenza di Pansa all’ultimo caso a Verona sul no della Segre a una via intitolata al fascista missino Almirante: l’ignoranza regna sovrana

A scuola non si studia, ci hanno detto che «non serve». Parlo della Storia, questa sconosciuta. Eppure, ce la troviamo sempre tra i piedi, a segnare e complicare la nostra vita, perché se non la si conosce, la si usa male. La Storia, ovvero la scienza più scientifica che ci sia, perché il grado di scientificità corrisponde al livello di consapevolezza dei propri limiti, perché nessuna disciplina sa di non sapere come la Storia. È la Fisica che ci ha insegnato che reale non significa necessariamente visibile e nulla come la conoscenza storica ha contezza di essere limitata, parziale, complessa, contraddittoria, sempre insufficiente. Nella consapevolezza dei limiti del certo sta la verità umana, la corrispondenza piccina tra la realtà e la sua raffigurazione.

Per questo – scusate il pistolotto introduttivo – la Storia è vera scienza e per questo motivo, a maggior ragione, ci arrabbiamo quando – normalmente coloro che non la conoscono – alcuni la utilizzano come una clava per giustificare i propri comodi. Quando chiunque, come un cavernicolo primitivo, può impossessarsi di alcuni pezzi – una minima parte di una parte – e su questa pochezza pensa di costruire le proprie ragioni. Esattamente come purtroppo abbiamo letto in questi giorni a proposito della rivisitazione della Resistenza fatta da Pansa; come sfortunatamente abbiamo dovuto constatare a proposito delle diatribe su Craxi; infine come dobbiamo prendere atto anche dalla nuova stucchevole polemica – originata dalla contemporanea concessione da parte del Comune di Verona della cittadinanza onoraria a Liliana Segre e dall’intitolazione di una via a Giorgio Almirante, lo scomparso ex segretario del MSI.

Basta litigare con la (finta) storia!, ci verrebbe da dire. Nulla fa danno come l’ignoranza, nulla è costoso come il rifiuto della complessità, nulla è carico di conseguenze disastrose come il non voler prendere atto che la conoscenza dei fatti è la fonte di ogni scelta morale, ciò che ci permette di andare avanti ed evitare gli errori. E pertanto è troppo comodo, troppo ignorante mettere tutto sullo stesso piano. Non si mescolano le pere con le mele. È troppo facile non voler capire, ignorare, mettere davanti a tutto le proprie convenienze, le proprie convinzioni, le proprie ideologie e non voler prendere atto che la realtà non è mai ciò che noi ci aspetteremo. Un paese evoluto, guidato da una classe politica appena meno che cialtrona non dedica le vie e le strade per affermare la supremazia di una visione politica, né ugualmente sente il bisogno di elargire onorificenze e patenti per guadagnarsi credibilità attraverso la solidarietà indimostrabile verso presunte verità storiche. L’unica tragica Verità della storia è che non c’è verità nella storia, la verità dei fatti che noi possiamo raccontare solo in maniera parziale.

La conoscenza storica quindi aiuta a capire il nostro mondo e per questo sarebbe bene coltivarla, incentivarla, premiarla, accettarla per quello che è non per ciò che noi vorremmo che fosse. È un colabrodo, limitato, parziale, complesso, contraddittorio, sempre insufficiente, una lunga somma di errori, dei quali noi per primi siamo responsabili, come e forse più dei nostri padri. L’aspetto «pratico» della conoscenza storica è che non serve scaricare le colpe sui padri, ognuno deve farsi carico delle responsabilità del passato. Forzare o violentare i fatti storici può essere una colpa ancora più grave dell’averli compiuti.

Altrettanto, non è possibile ridurre la storia alla sequenza dei verdetti della Magistratura. Con tutto il rispetto, il giudizio storico su un uomo come Bettino Craxi, non può esaurirsi in alcune sentenze di condanna di un Tribunale della Repubblica. La Storia non ambisce a giustificare, vuole comprendere, per non trasmettere ai posteri le menzogne sul passato. Parimenti il giudizio sul Fascismo non può essere separato da una completa e profonda assunzione di responsabilità collettiva di tutti gli italiani, che ancora non vediamo. La condanna delle leggi razziali ci accomuna, non può dividerci. Come ci accomunano le colpe e le responsabilità per la loro applicazione, omissioni, complicità, silenzi ai quali nessuno può sottrarsi. Almirante non era più favorevole alle discriminazioni razziali di tanti altri italiani, che già sono ascesi all’altare di qualche Pantheon repubblicano. Molti, troppi italiani trassero vantaggi dalle leggi razziali senza fiatare. Ci fu addirittura qualcuno nelle comunità ebraiche che, pur di salvare la propria vita, diventò complice dell’odiosa discriminazione. Liliana Segre e quanti come lei patirono, hanno dal profondo del cuore tutto il nostro amore, il nostro dolore per le nostre colpe, ma, per favore, non usino questo dolore e questo amore per creare altre divisioni, per escludere, non per comprendere.

Viviamo un’epoca in cui la cultura e il buon senso non valgono un bel nulla. E fatichiamo a rendercene conto, anche se ne stiamo già pagando il prezzo. L’ignoranza e l’assoluto disprezzo per ogni valore etico ci costano e molto. Le condizioni preoccupanti dell’ambiente, i disastri di una classe politica inadeguata, il mancato sviluppo economico, la perdita del benessere, l’abbruttimento dei rapporti sociali lo testimoniano in maniera eloquente. Per chi vuole vedere, per chi vuole capire, per quanti desiderano seriamente migliorare le condizioni presenti, magari incominciando a cercare di conoscere più a fondo la nostra storia, a guardare la nostra realtà, la storia serve, ma non è una clava.

(ph: Imagoeconomica)