Sansone e i filistei al processo BpVi

Il racconto dell’ex ispettore Bankitalia lascia intatti tutti i dubbi sulle malefatte in banca. E sulle ombre che gravano sull’istituto centrale

No, non muoia Sansone, per carità. Lunga vita all’ispettore di Banca d’Italia di nome Gennaro Sansone, in vigilanza anche in Veneto tra il 1998 e il 2008, da un anno vicedirettore della sede di Cagliari, ma certo è che la sua testimonianza al processo sulla BpVi a Vicenza di due giorni fa non solo lascia intatti i dubbi sulla cappa di nebbia che avvolge i fatti, ma conferma altresì che le ispezioni furono di rilevanza pressoché nulla.

«Non era quello l’oggetto delle nostre ispezioni, la dirigenza non ci ha messo a disposizione la documentazione dovuta, noi non sapevamo» e altre scuse che, venendo da funzionari di una istituzione prestigiosa come quella di Roma, lasciano gli osservatori attenti con una bruttissima sensazione: che si voglia salvare qualcuno dalle proprie responsabilità nella catastrofe vicentina.

I pubblici ministeri che hanno indagato hanno cercato di fare quanto possibile, rebus sic santibus, anche se resta la perplessità sui giudici che non hanno rinviato a giudizio altri responsabili. Ci sono tanti ex dirigenti, in primis l’ex direttore generale Samuele Sorato, e molti ex consiglieri di amministrazione che avrebbero tutto l’interesse di dire come nell’ex popolare ci sia stato un dominus assoluto che tutto gestiva, ed invece ora tacciono diligentemente.

Abbiamo tutti letto delle risposte parziali e sulle dimenticanze di Sansone a cui si aggiungono altre incongruenze non da poco. Vedasi i cinque punti da trattare con il vicedirettore generale Paolo Marin, rinvenuti dalla Guardia di Finanza, sui quali Sansone risponde tranne che per l’ultimo, quello che riguardava il capitale finanziato. E’ credibile che quando costui ha richiesto l’elenco di 30 aziende finanziate non si sia accorto che, quasi contestualmente al finanziamento, c’era l’acquisto di azioni? Una cosa del genere potrebbe sfuggire ad un comune cittadino, ma ad un ispettore di Bankitalia?

L’ispezione del 2012 era incentrata, dice il nostro, sui crediti incagliati, in evidenza ed in sofferenza) e le risultanze erano che il “portafoglio” denotava un progressivo degrado. La Popolare di Vicenza era cresciuta di sportelli, ma non in redditività e i rischi non avevano sufficiente copertura. Inoltre, gli impieghi erano arrivati al 120% della raccolta e tale livello avrebbe dovuto allarmare più di quanto non sia avvenuto. Allora, come si conciliano tutte le dichiarazioni dell’ineffabile ex presidente Zonin sugli aumenti di capitale che dovevano consentire acquisti di altri istituti e sul fatto che la BpVi era una bella ragazza concupita da tutti? 

Ancora Sansone. Il pm Pipeschi gli legge un verbale del 2016 nel quale l’ispettore dice che ci furono verifiche su finanziamenti funzionali ad acquistare azioni, ma il nostro sembra avere dimenticato tutto. Una volta, in questi casi, il testimone veniva accusato di reticenza. Ora, non è stato così e la Procura ha pure rifiutato di fornire agli avvocati difensori i verbali di allora. Decisione non proprio comprensibile.

La cappa di omertà quasi generale che contraddistingue molte testimonianze è probabilmente funzionale a giustificare certi comportamenti omissivi dei controllori. Bankitalia ha sempre negato, ma il sospetto di compiacenza è stato più volte sollevato, specie nella differenza di trattamento con Veneto Banca. 

Nonostante questi atteggiamenti, rimane il fatto che gli amministratori della Popolare vicentina dovevano essere fermati tanti anni prima e che l’aumento sconsiderato di sportelli non era supportato da mercati adeguati, e quindi da rendimenti remunerativi per la Banca. L’immagine del gigante dai piedi d’argilla sembra essere corretta e pertinente.

Chi poi abbia brigato per ingrossare la pancia della rana, fino a farla scoppiare, non dovrebbe essere difficile da scoprire. Le cose non vanno però sempre come dovrebbero.

(ph: Shutterstock)