“Una pernacchia vi seppellirà”: manuale contro il politically correct

Arcangeli ha scritto un saggio che inquadra perfettamente la tragedia grottesca di chi vorrebbe castrare il linguaggio. Finalmente

Il politicamente corretto è come il cesto della spazzatura per chi beve: finché non l’avrà svuotato, non si renderà conto dell’entità del problema, ovvero di essere alcolizzato. Similmente, a colpi di una notizia stramba oggi, poi un’altra dopodomani, anche noi che lo combattiamo spesso perdiamo la chiara cognizione della sua portata, soffermandoci ogni volta su un singolo caso. Per questo serve un libro agile e sintetico, ma completo, come quello di Massimo Arcangeli, “Una pernacchia vi seppellirà – Contro il politicamente corretto”, Castelvecchi 2019. Il testo contiene la summa teologica della follia imperante ed è un Bignami da portarsi sempre appresso e tirare fuori al momento più opportuno per ricordare al proprio molesto interlocutore, che ci invita a essere più corretti, quanti episodi ridicoli abbia generato una simile richiesta.

È un saggio dunque molto utile, oltre che piacevole da leggere. C’è dentro tutto quello che serve per avere un inquadramento generale della tragica e grottesca situazione attuale. Addirittura, un capitolo con una breve storia del fenomeno, ricostruita nei suoi momenti più salienti. Un esempio potrebbe essere questo: «Nel 1993 quattro giuristi, Mari J. Matsuda, Charles R. Lawrence III, Richard Delgado e Kimberlé Williams Crenshaw, pubblicano l’opera manifesto (Words that wound. Critical race theory, assaultive speech and the first Amendment) dei paladini del politically correct. Secondo i quattro studiosi il Primo emendamento della Costituzione americana, che tutela la libertà di culto, di stampa e di parola e non pone limiti al diritto di riunirsi e di manifestare, purché in modo pacifico, non può (e non deve) impedire di porre un freno alle espressioni ingiuriose, lesive della dignità delle persone e spesso attizzate dal razzismo. Una sentenza emessa nel 1942 dalla Corte Suprema, d’altronde, aveva già sancito l’assenza di protezione del Primo emendamento per chiunque, con l’offesa portata da parole aggressive o insultanti (fighting words, lett. “parole da combattimento”), si fosse reso responsabile di aver provocato reazioni violente, di turbamento alla pace”.

Arcangeli, tra una stilettata e una risata, ne ha veramente per tutti – per tutti i censori da strapazzo, ovviamente («Siamo a un passo dal farci convinti di dover registrare un ladro o un disonesto come un diversamente onesto o un eticamente disorientato (ingl. ethically disoriented), o un criminale come un socialmente deprivato (ingl. socially deprived)»). Anche le cosiddette vittime, come i gay, vengono redarguite per la loro acquiescenza al sistema della correttezza che, contrariamente a quel che si potrebbe credere, li penalizza invece che andare a loro favore (“I gay, tirando fuori un po’ di fegato, non è male se dicessero ogni tanto di sé di essere froci (non pochi fra loro, in realtà, già lo fanno): forse il termine alla fine si neutralizzerebbe, o perderebbe molto del suo potenziale ingiurioso, perché spiazzerebbe chi lo utilizza per insultare. L’oltraggio verbale fa venire alla luce il problema, induce a sollevarlo: è un nemico esterno, ed è per questo che ci fa reagire.

La finta solidarietà di chi vorrebbe mascherare la forma dell’offesa ma è assai meno attento alla sostanza, fino a disinteressarsene, è un nemico più difficile, più insidioso da affrontare: è un nemico interno, ed è per questo che ci può battere”). E la letteratura – l’autore l’ha capito bene – non sarà risparmiata, anzi risulterà tra le più penalizzate dal processo di emendazione a cui la diffusa tendenza aspira e che sta, peraltro, già portando avanti (“Di questo passo, in effetti, sarà una decimazione: Ludovico Ariosto cadrà per l’antigiudaismo, Oscar Wilde perché misogino, Edgar Allan Poe perché razzista, Henry Miller per pornografia manifesta, Pirandello e Ungaretti per aver aderito al fascismo durante il Ventennio, Leonardo e Nabokov perché colpevoli di aver esercitato (il primo) o descritto (il secondo) la pedofilia”).

Di questi tempi, per fortuna, qualche autore contro il sistema e il pensiero dominante – «gli anestesisti del Nuovo Ordine Mondiale» li chiama lui – sta venendo fuori, basti leggere il caustico Bret Easton Ellis di “Bianco”. Ma, in Italia, con meno pretenziosità da romanziere, Massimo Arcangeli fa molto più analiticamente e con dovizia di particolari il suo dovere. Peccato che quasi nessuno di quelli che dovrebbero leggerlo, da noi, lo prenderà in mano. Peccato davvero! Oggi come oggi, dovrebbero renderlo testo obbligatorio nelle scuole superiori – sarebbe più utile dei tediosissimi Promessi Sposi.