«I preti costretti a vivere da castrati»: parola di Costalunga, prete gay sposato

Don Giuliano Costalunga, sacerdote gay sposato che vive in Spagna: «La Chiesa Cattolica Romana è lontana dalla gente e dalla realtà. Castità e celibato siano scelte, non obblighi». I passi di papa Francesco contro la pedofilia? «Non bastano»

«La Chiesa Cattolica Romana ha perso il contatto con la gente. Come si fa a predicare ancora oggi che il matrimonio è tra due persone di sesso differente che vivono la sessualità solo a fini procreativi? Significa non capire quello che le persone vivono realmente». Don Giuliano Costalunga parla senza peli sulla lingua. Dopo 23 anni di sacerdozio nelle parrocchie del Veronese, ha scelto di dichiarare la propria omosessualità, coming out che gli è valsa la sospensione “a divinis” nel 2017, e l’anno dopo si è sposato con Paolo alle Canarie, dove vive da tre anni. «In Spagna c’è il matrimonio egualitario anche per coppie dello stesso sesso, per questo l’abbiamo celebrato a Gran Canaria, ha una differenza di valore e significato rispetto alle unioni civili» precisa. E ci tiene a dire che «sono sospeso “a divinis” ma non c’è alcun documento ufficiale dal Vescovo di Verona o dal Vaticano. Resto un sacerdote e continuo a celebrare e ad amministrare i sacramenti nella Chiesa Cattolica Progressiva, in una missione vetero-cattolica, la cui identità è riconosciuta dallo Stato del Vaticano».

Il caso don Marino ad Albignasego

Il caso di don Marino Ruggero, parroco a Albignasego, allontanato dalla chiesa di San Lorenzo dalla Curia di Padova per comportamenti sconvenienti (“relazioni intime”), ha riaperto, ancora una volta, la discussione su castità e celibato. Secondo Costalunga «lì c’è stato comunque un errore personale di don Marino, che ha compiuto delle scelte discutibili sul comportamento instaurato con alcune donne. Ma sono errori non totalmente imputabili a lui, ma sono il frutto di un insegnamento sbagliato da parte dei vertici della Chiesa Cattolica Romana». Ad Albignasego i fedeli hanno raccolto centinaia di firme perchè don Marino ritorni. Segno di uno scollamento tra la gente e la gerarchia ecclesiastica? «Sicuramente sì – continua l’ex parroco di Selva di Progno – ed è uno scollamento che si riflette sui preti, a cui si impone il celibato e si nega quindi una parte importante della propria identità che è la sfera sessuale. Significa essere un prete castrato, è una violenza psicologica».

«Castità e celibato?  Scelte, non obblighi»

Sulla castità e sul celibato il prete che vive a Gran Canaria non ha dubbi: «Devono essere una scelta e non un obbligo. Io, che mi definisco un prete gay sposato, mi sento migliore da quando ho finito di indossare la maschera del perfettino, di chi vive come ordina Santa Romana Chiesa. Ora vivo la dimensione reale delle persone e finalmente non sento la mia sessualità come una vergogna, da nascondere, ed è migliore il mio rapporto con Dio e con la gente. Il celibato è un valore aggiunto ma deve essere una scelta consapevole, ragionata e chi la fa deve avere un valido supporto psicologico. In ambito ecclesiastico se ci sono tante perversioni è perchè i preti sono uomini castrati, che hanno dentro una sessualità dirompente ma non possono esprimerla. Se Dio ci ha creato persone sessuate è perchè ci chiede di vivere la sessualità e di viverla bene». La pratica dell’omosessualità viene condannata dal cattolicesimo. Don Giuliano qui freme: «La condanna all’omosessualità è una ipocrisia che grida vendetta al cospetto di Dio. Per 23 anni ho servito e ho conosciuto confratelli che vivono la loro omosessualità nel segreto e altri che hanno una compagna e vivono la loro intimità ritagliandosi momenti in periodi non sospetti. E ancora vescovi e cardinali che dal pulpito condannano e poi hanno la escort pagata in appartamento. Questa non è la chiesa che vuole Gesù Cristo. Io mi sono innamorato di una chiesa che accoglie, che dona, che apre non che condanna il divorziato o l’omosessuale».

«Preti, parlate delle vostre relazioni»

Tutto resta nell’ombra: «I preti devono avere il coraggio di dirlo. L’80% del clero cattolico romano non vive la castità ma ha una relazione stabile con un uomo o con una donna. Si parla anche di figli mantenuti dalle caste diocesane nel segreto perchè c’è una sorta di protezione finchè la cosa non è pubblica, ma quando un prete diventa onesto con sè stesso e con la sua coscienza viene messo alla porta». L’appello di don Giuliano ai sacerdoti è di parlare e vivere la propria sessualità alla luce del sole: «Se lo facessero tutti, saremmo una forza per cui la Chiesa sarebbe costretta a prendere in considerazione la questione. Ma qui si innesca un ricatto di tipo economico. Il prete cattolico romano percepisce uno stipendio, ma nel momento in cui viene allontanato la prima cosa che la curia gli toglie è il sostentamento. Per questo se ha una relazione nascosta si fa due conti: chi me lo fa fare di parlare?». Per portare avanti la sua “battaglia” il sacerdote veronese si è fatto promotore di un progetto: «Fondare un’associazione onlus in Italia e in Spagna con psicologi e persone competenti che possano aiutare i preti che lasciano il clero all’interno della chiesa cattolica romana ad avere una sicurezza economica, almeno per il primo anno. Un’associazione che possa aiutarli nella vita quotidiana, nell’inserimento lavorativo e nella possibilità di continuare ad esercitare». Don Giuliano studia e lavora: «Noi non abbiamo un sostentamento dalla chiesa. Io per i primi due anni ho studiato per il riconoscimento in Spagna della mia laurea in teologia. E sto studiando la lingua per insegnare. Inoltre mi sono iscritto all’università, a quasi 50 anni – e sorride – per ottenere il patentino di life coaching».

«Pedofilia, denunciare i casi alla giustizia»

Il caso di don Marino ha rilanciato anche il tema della pedofilia: il sacerdote di Albignasego ha detto di conoscere preti pedofili, e la Procura di Padova ha aperto un’inchiesta. Papa Francesco su questo ha annullato il segreto pontificio: un primo passo? «Dobbiamo finire con questo orrore di permettere a preti malati di continuare a uccidere moralmente e fisicamente dei bambini. Non è sufficiente che un prete vada a confessarsi o che lo spostino da una parrocchia ad un altro oratorio. Quella di Papa Francesco può essere una prima svolta ma il Papa deve arrivare ad imporre dal punto di vista canonico ai vescovi di denunciare alla giustizia italiana, spagnola o messicana che sia, gli atti di pedofilia. Ci sono casi come quel prete messicano che ha confessato di aver abusato di decine di bambini infettandoli con il virus Hiv. Ma come può un vescovo tacere? Bisogna chiedere perdono a Dio e mettere in atto scelte che arrivino ad impedire che possa verificarsi un’altra cosa del genere».

«Pentito delle mie scelte? No, avrei dovuto farle prima»

In definitiva, la distanza della Chiesa dai comportamenti diffusi rende irreversibile il declino? «Non rispondo alla domanda ma faccio un esempio: il prete che impone alle famiglie con bambini che si avvicinano ai sacramenti tipo prima comunione di andare in parrocchia a messa altrimenti non gli concederà il sacramento: non è così che si incontra Gesù. I sacramenti vanno dati a tutti, per la cura dell’anima e del corpo delle persone. Prima si dà la comunione, poi se vuoi capire il senso di quel sacramento partecipi agli incontri, scopri Gesù Cristo». Costalunga non ha alcun pentimento. Anzi, uno sì: «Quello di non aver scelto di dichiararmi pubblicamente prima. Ho aspettato 23 lunghi anni di ministero e 47 anni di vita. Nel 2008 ho avuto la fortuna di conoscere Paolo, lui da subito mi dichiarato la sua omosessualità e il suo amore. Io da prete ho messo l’altolà inizialmente ma poi la sua pazienza, il suo amarmi in silenzio e con rispetto mi ha portato a rivedermi dentro e a sbloccarmi. Voglio alzarmi la mattina ed essere onesto con me stesso e con le persone che mi stanno intorno».