Giornata della Memoria, Olocausto disumanità nazista. Grazie alla cara Tecnica moderna

La ricorrenza di oggi serve a non dimenticare un orrore finora unico nella Storia. Per il suo carattere di estremo e tragico “progresso”

Di cosa, esattamente, esercitiamo la memoria, nella Giornata della Memoria? Risposta scontata: del sacrificio degli ebrei, l’Olocausto o Shoah, vittime della persecuzione e del genocidio nazista assieme a Testimoni di Geovah, omosessuali e oppositori politici. Quale lezione trarre da una ricorrenza istituita in Italia con una legge del 2000 e stabilita dall’Onu a partire dal 2005, per commemorare la data simbolica della liberazione russa del lager di Auschwitz? Che il razzismo, che non è solo il sentimento d’odio per il diverso ma la pratica che mira a eliminarlo dalla società, può condurre ad una mostruosa volontà di distruzione che sarebbe immorale non chiamare con un nome semplice e terribile: Male, il Male.

Tutto vero. Ma manca qualcosa. Manca il nucleo ancora più inquietante che il significato dello sterminio cela sotto le intenzioni didattiche dispiegate quest’oggi nelle scuole e nelle pubbliche cerimonie. Senza nulla togliere alle indicibili sofferenze patite nei campi di morte del Terzo Reich, di massacri di interi popoli nella Storia ce sono stati. Stando ai più noti, Roma per vendetta fece tabula rasa della civiltà etrusca, la Chiesa medievale ordinò lo scempio degli eretici Albigesi, gli Stati Uniti spazzarono via i nativi d’America confinandoli in riserve, l’Impero Ottomano ridusse di milioni il popolo armeno, Stalin abbattè i kulaki come nemici di classe, Pol Pot in Cambogia attuò l’eccidio anche solo dei sospetti. A conferire l’unicità, o meglio il carattere totalmente inedito (e finora fortunatamente ineguagliato, nei gulag sovietici si moriva ma non c’era una pianificazione di morte industrializzata) fu la natura appunto pianificatoria dell’annichilimento di una popolazione (religiosa) in quanto tale, un’organizzazione premeditata secondo le glaciali modalità dell’apparato burocratico e tecnologico. A disumanizzare completamente il sanguinario disegno approntato da Heydrich nella famosa conferenza di Wansee a inizio ’42 fu la scelta di applicare la Tecnica – che non è la tecnologia ma il principio filosofico dell’aumento indefinito di potenza a prescindere dagli scopi – rendendo le uccisioni un programma che trasformava gli esseri umani in oggetti, numeri, cose inanimate.

Scrive Zygmunt Bauman in quel formidabile libro che è “Modernità e Olocausto”: «Con la “soluzione finale” il potenziale industriale e la competenza tecnologica esaltati dalla nostra civiltà hanno toccato nuovi vertici nel far fronte con successo ad un compito di dimensioni senza precedenti». E si spinge ancora più in là, lo scomparso sociologo polacco, citando il teologo Richard Rubenstein: «E’ un errore immaginare che civiltà e crudeltà selvaggia siano in antitesi. Oggi la crudeltà, come la maggior parte degli altri aspetti del nostro mondo, è amministrata in modo assai più efficiente che in passato. Essa non ha cessato e non cesserà di esistere. Creazione e distruzione sono entrambe aspetti inseparabili di ciò che chiamiamo civiltà». La parola-chiave è efficienza: raggiungere il massimo risultato con il minimo sforzo. Per eliminare fisicamente 6 milioni di ebrei ci volle qualche migliaio di addetti, che si consideravano tali: addetti a un’operazione, niente di più. La disumanità non stava tanto e sicuramente non solo nell’odio anti-ebraico, ma nell’assenza di emozioni e sentimenti, nell’indifferenza etica e umana verso il dolore, gestito come alimento di una macchina perfettamente razionale, e verso la morte, somministrata asetticamente, senza pathos, con un giro di manopola del gas. Eichmann era questo: un manager in uniforme con la mission di produrre cadaveri.

L’orrore di 75 anni fa venne partorito dai geni insani della modernità, con la sua smania di ossessivamente controllare il lato irrazionale dell’uomo facendo ricorso a un’autorità, lo Stato burocratizzato, che riuscì là dove in passato si faceva molto più fatica a riuscire, ovvero a razionalizzare al massimo l’azione, da una parte evitando la vista al mondo circostante dei prigionieri nientificati, e dall’altra togliendo ogni rimorso di coscienza agli esecutori, che non provavano pietà per uomini, donne, vecchi e bambini ritenuti alla stregua di portatori d’infezione, appartenenti a una categoria astratta, nemmeno più nemici, o schiavi, e neanche animali, no: semplicemente non più umani, sottouomini. E questo, sottolinea Bauman, grazie al potere della Tecnica moderna. La fabbrica dell’Occidente è stata Buchenwald tanto quanto Detroit. Ecco, a parere di chi scrive questo dovremmo ricordare oggi, se vogliamo dare un senso profondo, non strumentale nè banale, ad un giorno comandato di rimemorazione che giocoforza assume un valore di attualità, eminentemente politico.

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