I lavoratori veneti guadagnano metà di quelli del Lussemburgo

E circa un terzo in meno rispetto a quelli tedeschi. Il presidente di Confapi: «C’è tanta strada da fare. L’Italia è ferma dall’inizio degli anni 2000»

Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha messo a confronto le retribuzioni in Italia: la buona notizia è che la città del Santo risale di 10 posizioni in classifica, la cattiva è che non si accorcia il divario con i nostri competitors. Si resta lontanissimi dai 64 mila euro del Ral medio del Lussemburgo ma anche 10 mila euro sotto Germania e Francia. Il presidente Carlo Valerio: «C’è tanta strada ancora da fare, ma il punto è che gli stipendi potranno aumentare solo attraverso un aumento di quella che in termini tecnici si chiama “produttività”: il lavoro va rimesso al centro».

Quanto guadagnano gli italiani

Con una retribuzione lorda media pari a 29.601 euro il Belpaese si posiziona al 9° posto su 17 nella classifica dei salari nella zona Euro, sotto la Francia e sopra la Spagna. Un lavoratore italiano guadagna in un anno 10.900 euro lordi in meno di uno tedesco e 8.700 euro in meno di uno francese. Per fare un confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea, in Lussemburgo (al 1° posto in classifica) la retribuzione media è oltre il doppio di quella italiana (64.595 euro). Non solo: negli ultimi 10 anni il trend di crescita delle retribuzioni nazionale è stato inferiore solo a Irlanda, Portogallo e Grecia.

Quanto guadagno i veneti

Nel 2018 è salito di una posizione rispetto all’anno precedente posizionandosi sulla settima piazza fra le regioni italiane, con 29.473 euro, in una graduatoria guidata da Lombardia e Trentino Alto Adige con un reddito annuo lordo rispettivamente di 31.472 e 31.136 euro. Sul terzo gradino del podio il Lazio, trainato da Roma, che “supera” l’Emilia-Romagna, quarta. Prima del Veneto ci sono anche Liguria e Piemonte, mentre in coda figurano Calabria e Basilicata, unica regione sotto al tetto dei 25 mila euro (24.495). È quanto emerge dal “Jp Salary Outlook” dell’osservatorio JobPricing, che Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha incrociato con i dati Ocse e Istat.

Le province

Sono tutte al Nord quelle con le retribuzioni più alte. Milano resta in prima posizione: grazie a una Ral di 33.948 euro il capoluogo lombardo stacca di quasi 2.000 euro la seconda in classifica (Bolzano, con 32.088). In Veneto colpisce un po’ che Rovigo (29.233) faccia meglio di Padova (29.191 euro, 27^ città in Italia, comunque con un miglioramento di 10 posizioni rispetto al 37° posto dell’anno precedente), mentre “comanda” Verona con 30.103 euro. Una precisazione: si parla di Ral, ovvero di remunerazione annua lorda. Non è quanto arriva in busta paga al lavoratore, perché vanno considerate le trattenute previdenziali (Inps) a carico del lavoratore (circa il 9,19%) e le ritenute fiscali Irpef, addizionale regionale e comunale, oltre alle eventuali detrazioni: in media da una base di 29.131 euro lordi restano in tasca poco meno di 21 mila euro. Da precisare anche che il costo a carico azienda per una Ral di 29.000 euro è pari a circa 40.000 euro.

«È evidente che bisogna capire quali sono realmente i nostri competitors anche in tema di retribuzioni, se Germania e Francia o i paesi dell’Est Europa. Di sicuro c’è tanta strada da fare in questo campo per recuperare terreno ma, appunto, per analizzare il quadro che emerge occorre allargare la prospettiva, perché la questione “stipendi” è legata a doppio filo a un altro tema non più eludibile, quello della produttività, intesa come valore aggiunto attribuibile al progresso tecnico e ai miglioramenti nella conoscenza e nell’efficienza dei processi produttivi: a riguardo, l’Italia è sostanzialmente ferma dall’inizio degli anni 2000», commenta Valerio. «Una produttività bassa contribuisce a tenere alto il numero delle ore lavorate e basse le retribuzioni. Una più alta produttività – intesa come valore aggiunto per lavoratore – si traduce ad esempio in una retribuzione oraria del 20% più alta in Francia. E la crescita della produttività si ottiene riducendo il gap tecnologico e smuovendo un mercato del lavoro immobile e ipertutelato, fattori che frenano la crescita delle imprese e i salari dei lavoratori».

Nello specifico, i dati Istat confermano che tra il 1995 e il 2018 la crescita della produttività del lavoro in Italia (+0,4%) è risultata decisamente inferiore alla media dell’Unione Europea a 28 (1,6%). Tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati in Germania (1,3%), Francia (1,4%) e Regno Unito (1,5%). E la stessa Spagna ha registrato un tasso di crescita più basso (0,6%) rispetto alla media europea ma più alto di quello dell’Italia. Lo scorso anno, in Italia, la produttività ha registrato una diminuzione dello 0,3%, a fronte di una crescita delle ore lavorate (1,3%) superiore a quella del valore aggiunto (1,0%).

«Il rallentamento della crescita della produttività è un fenomeno che tocca molte altre nazioni, i cui politici si preoccupano, perché minore produttività significa salari che non crescono ed economia che stagna», conclude Valerio. «In Italia, invece, il tema sembra non appassionare. Ma forse, invece di rilanciare temi come la settimana di 4 giorni lavorativi, che periodicamente tornano alla ribalta, bisognerebbe pensare a come riportare il lavoro al centro, rimettendo in discussione abitudini e rendite di posizione».

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