D’Incà non fa rima con realtà

Il ministro bellunese è l’unico grillino favorevole all’alleanza con il centrosinistra in Veneto. E un motivo c’è

In Veneto il Movimento 5 Stelle andrà a breve alle “regionarie”, la votazione degli iscritti alla piattaforma Rousseau per testare il gradimento degli autocandidati alla lista da presentare alle regionali di primavera. Tuttavia gli attivisti esprimeranno la loro preferenza per tizio caio o sempronio senza ancora sapere con certezza, almeno allo stato, se correranno contro lo strapotente Zaia in solitaria, o in alleanza con il centrosinistra.

Il movimento veneto è diviso. O meglio: nell’assemblea generale di due settimane fa, il ministro bellunese Federico D’Incà ha caldeggiato l’accordo, magari con il ricorso a Rousseau come foglia di fico, suscitando le reazioni contrarie pressocchè unanimi a cominciare da quella del capogruppo in Regione, Jacopo Berti. Oggi, dopo le elezioni in Emilia-Romagna che hanno prevedibilmente umiliato i grillini locali, a far capire con esattezza l’antifona è stato il deputato ed ex primo cittadino di Mira, Alvise Maniero, uno dei primi sindaci pentastellati d’Italia, che su La Nuova Venezia di ieri è stato tombale, riguardo la linea filo-piddina del ministro: «Sugli scenari in Veneto credo quasi tutti gli attivisti siano contro alleanze con il Pd. Per me come per tutti i portavoce nazionali (tranne D’Incá), nessuna alleanza con il Pd. Credo sia lo stesso anche per tutti i regionali. Siamo con i cittadini, l’alternativa ai due soliti partiti, non la stampella di uno o dell’altro. Per quanto mi riguarda non serve nessuna votazione su Rousseau a riguardo, tantomeno quando ha un solo effetto: far perdere tempo prezioso al tanto lavoro da fare».

Maniero, come Berti, è un Di Maio boy di stretta osservanza. In questa fase, i non pochi che si riconoscono nell’ex “capo politico” occhieggiano ad Alessandro Di Battista per ricompattare e ridare vita a un movimento in condizioni cadaveriche con un’operazione di questo tipo: unire l’anima istituzionale e casaleggista (dimaiani) con l’anima radicale e movimentista (Dibba, Paragone, secondo il Fatto Quotidiano anche, fra gli altri, l’ex ministra Lezzi e l’eurodeputato Corrao) rilanciando l’originaria missione di una forza anti-sistema, alternativa sia alla destra che alla sinistra, che ritrovi in se stessa l’identità (per la verità mai del tutto chiarita) e i consensi fra gli scontenti della società. La contrapposizione è chiarissima: no alla nuova parola d’ordine, “riformismo”, con cui i grillini che vorrebbero ancorarsi stabilmente a sinistra (il ministro Patuanelli, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, la capogruppo regionale in Lazio, Roberta Lombardi) indorano la pillola dell’addomesticamento imposto dal fondatore Beppe Grillo con il governo Conte 2.

Partiamo dall’asse Di Maio-Di Battista. Dopo non uno ma due governi, uno di senso opposto all’altro, dopo una serie non trascurabile di realizzazioni sia pur dagli effetti più o meno controversi (Decreto Dignità, reddito di cittadinanza, Spazza-corrotti ecc), dopo una marcata istituzionalizzazione che li ha incravattati anche nella comunicazione (di qui il gesto di Di Maio di togliersi il nodo al collo), riproporsi bel belli come gli eterni rivoluzionari vergini e puri appena usciti dalle barricate di piazza, non garantirebbe il replay delle vittorie passate. Aver attraversato la prova del nove di Palazzo Chigi, con il suo inevitabile rendiconto sotto i raggi x dell’opinione popolare, conta e conterà moltissimo. Il limite ab origine dei 5 Stelle sta nel rapporto, in buona misura sbilanciato a priori, fra l’altissima aspettativa su cambiamenti radicali che radicali non possono essere (a meno di non voler mandare all’aria adesione all’Ue e quindi l’euro, ripudiare l’atteggiamento servile agli Usa e sfidare la divinità dei mercati onnipotenti: praticamente, la Rivoluzione), e la realtà sconsolante della gestione ordinaria, costituita da tentativi significativi ma in sostanza timidi verso una politica giusto un po’ meno allineata al pensiero unico liberale.

In parole povere, il M5S è condannato per sua natura ad essere diverso da tutti gli altri, ma per concretizzare qualcosa è costretto a venirci a patti, con gli altri, ora con qualcuno ora con qualche altro. Trasferendo ogni volta sangue all’alleato di turno che non fa che parassitarlo ascrivendosi il merito dei risultati: è stato così con Salvini sull’immigrazione e su quota 100, è così con il Pd sull’anti-salvinismo (alimentato anche dalle Sardine, avatar esterni dei Dem).

Dall’altra parte, i “riformisti” sottovalutano quel che comporta il rovescio della medaglia: incasellarsi definitivamente nel campo di centrosinistra, assumendo i caratteri di un partito di sinistra-sinistra solo un po’ più scapigliato del Pd, significa scegliere di ridursi pian piano a comprimario, stampella dei Democratici e poi lentamente sparire, lasciandosene fagocitare. Non sarà casuale che Zingaretti, il suo rasputin Goffredo Bettini, l’ex ministro Franceschini e persino D’Alema non si risparmino nell’elogiare la prospettiva, con gran dispendio di interviste al miele nei confronti dei soci di governo.

D’Incà è uno dei più accaniti teorizzatori del patto d’acciaio con i “compagni” liberal. Non capendo, o capendo benissimo, che agganciarsi in modo definitivo al carro Dem porta all’autoconsunzione, mentre l’ipotesi “ritorno alle origini”, per quanto velleitaria, almeno dà la possibilità di sopravvivere. E di riconquistare un po’ di coerenza, buttata al macero con la giravolta grillesca (proprio sua, di Grillo) abbracciando il partito più di sistema fra tutti i partiti: il Pd. Certo, alle regionali in Veneto la linea della purezza implicherebbe il rischio di entrare per un soffio in consiglio a Palazzo Ferro Fini. Ma intrupparsi nel fronte di centrosinistra, anche riverniciato di “civico” con il padovano Lorenzoni, vorrebbe dire di fatto sciogliersi dentro un composto dominato dai piddini che rispetto a Zaia differiscono solo nel come ma non nel cosa (problema che hanno, ma solo in parte, anche loro, i pentastellati locali, vedi il loro essere a favorevoli all’autonomia). Di qui la contrarietà pressocchè totale della “base”, che D’Incà finge di non vedere. E che invece Maniero vede benissimo. Ecco, il M5S veneto riparta da giovani come Maniero. I ministeriali alla D’Incà forse si sono ministerializzati un po’ troppo.

(ph: Facebook Federico D’Incà)