Ricerca: allo studio MindBot, ‘robot da ufficio’ che capta stress lavoratori

Milano, 30 gen. (AdnKronos Salute) – Gli uffici europei potrebbero presto trovarsi ad accogliere un nuovo collega. Non in carne e ossa, ma in bulloni e sensori. Si chiamerà MindBot e sarà in grado di captare lo stress del lavoratore, reagendo di conseguenza modificando la sua interazione con l’uomo per metterlo più a suo agio. Li chiamano ‘cobot’, sono robot collaborativi che con i loro partner umani condividono spazi di lavoro e mansioni. Sono già una realtà nell’industria 4.0 e ora al gruppo si aggiungerà una new entry: il cobot amico della salute mentale.
La sua progettazione partirà nell’alveo di un progetto europeo di cui l’Istituto scientifico Eugenio Medea di Bosisio Parini (Lecco) è capofila. Fra i consulenti di progetto anche persone con autismo. Gli esperti sono al lavoro. E verrà realizzato un prototipo di MindBot. La genesi dell’idea è in una riflessione. I cobot sono colleghi di lavoro autonomi, capaci di interagire e di apprendere. Ma quali conseguenze l’uso della robotica potrebbe generare sulla motivazione e sul benessere dei lavoratori? Quali sfide sociali si pongono e come far sì che la parte più vulnerabile della forza lavoro – cioè l’uomo – sia tutelata dal punto di vista della salute mentale? Sull’onda di questi interrogativi nasce l’idea di progettare MindBot.
Il progetto ‘Mental Health promotion of cobot Workers in Industry 4.0’, ideato dall’Area di tecnologie applicate dell’Irccs Medea, ha vinto un bando Horizon 2020 per la ricerca e l’innovazione e proprio in questi giorni a Bosisio Parini è avvenuto il kick-off meeting con i partner europei coinvolti. “La nostra idea è quella di progettare luoghi di lavoro in cui il livello di sfida e la difficoltà delle attività lavorative siano abbinati alle abilità dei lavoratori, in modo flessibile, dinamico e personalizzato”, precisa Gianluigi Reni, ideatore del progetto e responsabile dell’Area di ricerca in tecnologie applicate del Medea.
“Puntiamo a sviluppare modelli di impiego lavorativo adeguati alle capacità delle singole persone, utili anche per soggetti con diagnosi di disturbo dello spettro autistico”, evidenzia Reni. MindBot, aggiunge il direttore scientifico del Medea, Maria Teresa Bassi, “fonda le sue radici sulle competenze ingegneristiche e sull’attività di ricerca del Medea nel campo dell’inserimento nel mondo del lavoro di soggetti con disabilità”. Il progetto “durerà 3 anni e sarà un esempio di alta tecnologia al servizio della persona”.
Il gruppo di ricerca comprende partner con specifiche competenze in psicologia, organizzazione aziendale, riabilitazione, interfaccia cobot-operatore umano, intelligenza artificiale, sensoristica wearable, oltre a una delle maggiori aziende europee produttrici di robot e a un ministero del lavoro (quello croato). Oltre al Medea, che svolge il ruolo di coordinatore, altre istituzioni italiane partecipano al progetto e sono l’università degli Studi di Milano e il Consiglio nazionale delle ricerche (Istituto di sistemi e tecnologie industriali intelligenti per il manifatturiero avanzato Stiima, Unità di Lecco).
L’approccio multidisciplinare consentirà di esplorare anche gli aspetti tecnologici, relazionali e organizzativi del lavoro, e permetterà di identificare fattori di protezione e di rischio per la salute mentale durante l’attività con i cobot. Particolare attenzione sarà dedicata all’inserimento lavorativo di persone con diagnosi di disturbo dello spettro autistico.
Si punta a definire linee guida organizzative per la progettazione di un ambiente di produzione basato sul cobot in grado di promuovere la salute mentale dei lavoratori; a sviluppare indicazioni tecniche per la progettazione di un cobot ‘amico della salute mentale’ e a realizzare il prototipo di MindBot; a definire un modello occupazionale per le persone con diagnosi di disturbo dello spettro autistico che lavorano nelle piccole e medie imprese manifatturiere che adottano cobot.
“Il focus del nostro progetto – conclude Reni – è promuovere la salute mentale del lavoratore e disporre tecnologie in grado di reagire in modo appropriato alle esperienze negative di stress. Il risultato finale sarà un cobot che aiuti il lavoratore, che capisca quando è il momento di rallentare e prendersi una pausa o quando invece è possibile spingere sull’acceleratore. La ricerca vedrà anche coinvolti come consulenti di progetto soggetti affetti da disturbo dello spettro autistico: da essi MindBot si aspetta un contributo importante, per capire come relazionarsi in modo migliore con i nuovi cobot-colleghi di lavoro”.

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