Depressione, un “massaggio” cerebrale per il buonumore

Una ricerca dell’ateneo scaligero misura gli effetti della stimolazione cerebrale sulla serotonina per l’applicazione terapeutica in patologie neuropsichiatriche

La Transcranial Direct Current Stimulation (Tdcs – stimolazione transcranica a corrente diretta) è una tecnica innovativa con cui è possibile stimolare diverse parti del cervello in modo non invasivo. Questa stimolazione cerebrale è attualmente in fase di studio nell’uomo per alcune patologie psichiatriche come la depressione e il disturbo bipolare. Ma in che modo agisce e quali sono i meccanismi alla base dei suoi effetti terapeutici? Questa la domanda che ha guidato lo studio “Transcranial direct current stimulation of the mouse prefrontal cortex modulates serotonergic neural activity of the dorsal raphe nucleus”, pubblicato sulla rivista scientifica Brain Stimulation.

La ricerca è stata coordinata da Marco Cambiaghi, docente di Fisiologia al dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell’università di Verona, diretto da Andrea Sbarbati, in collaborazione con l’università Vita-Salute San Raffaele, ed è stata finanziata da Brain & Behaviour Research Foundation e Verona Brain Foundation.

La ricerca ha utilizzato la stimolazione cerebrale non invasiva nel topo e misure di attività elettrica e attivazione cellulare nel nucleo del rafe, origine dei neuroni serotoninergici. “Ci siamo concentrati nel misurare gli effetti della Tdcs sullaserotonina, uno dei neurotrasmettitori più importanti nella regolazione del tono dell’umore e fortemente implicati nella depressione” spiega Cambiaghi.

“In una collaborazione con Stefano Comai, docente di Farmacologia dell’università San Raffaele, siamo andati a verificare nel topo se la Tdcs potesse avere un effetto sull’attività dei neuroni serotoninergici.Abbiamo scoperto che la stimolazione acuta della corteccia prefrontale (ossia la parte anteriore del lobo frontale del cervello)induce un’inibizione dei neuroni serotoninergici, un effetto simile a quello che producono i farmaci antidepressiviad oggi usati in terapia” evidenzia Cambiaghi.

“Questi dati, se pure preliminari, possono aprire la strada a meglio comprendere il meccanismo d’azione di questa tecnica – conclude Cambiaghi – e condurre a un suo utilizzo clinico molto più consapevole”.

(Ph Shutterstock)

Tags: ,