Veneti, basta dormire sugli allori

Il declino c’è ma si continua a raccontare la favola di quanto siamo bravi. Il passato (antico) dovrebbe insegnare una lezione diversa: esser capaci di fare classe dirigente

Negli anni ’80, quando dominavano i socialisti e la Milano era da bere, al confronto di oggi in Veneto l’economia, la politica e perfino la cultura andavano a gonfie vele. Il modello delle pmi venete era un esempio in Europa, e anche alcuni grandi marchi nostrani grondavano profitti. La politica regionale garantiva la crescita veneta e sapeva dire la sua anche a livello nazionale. La cultura, inutile ricordarlo, era un’altra roba, basti pensare che allora il mondo delle mostre era segnato da Renzo Zorzi e oggi trionfa Marco Goldin.

Dall’inizio degli anni ’90 il declino del Veneto (insieme al declino anche più pesante dell’intero paese) è stato inarrestabile e progressivo. Non eravamo perfetti, ma siamo precipitati. Non serve aggiungere il ricordo del dolore di Venezia sott’acqua e zimbello del mondo; delle banche fallite o scappate; dei grandi gruppi industriali familiari sull’orlo del fallimento; della politica ladrona, corrotta e inefficiente. La realtà è che da più di vent’anni i Veneti hanno smesso di lavorare con l’antica lena e son diventati dei chiacchieroni. La ricchezza che non c’è più si è ridotta a forma esteriore. Il benessere sociale da concreta esperienza quotidianasi è trasformato inillusione da custodire gelosamente contro gli allogeni.

La politica ha preso la brutta abitudine di indicare non obiettivi di crescita, asticelle più alte nel progresso della regione, ma traguardi molto più modesti, spesso fondati sulle miserie umane più che sui suoi sogni. I veneti hanno smesso di voler essere i primi della classe e ci sono riusciti, senza accorgersene. “Tutto va ben, Madama la Marchesa” è quello che si sente in giro. L’aria è del tipo: poteva andarci peggio. Voglia di cambiamento, desiderio di ripartire non se ne vede. È sceso il letargo, un sopore permanente, con il quale fra pochi mesi ci apprestiamo ad andare a votare per il rinnovo del Consiglio Regionale.

Luca Zaia, con i suoi pregi e difetti, è il simbolo politico della grande dormita del Veneto, ma i suoi avversari e sodali sono addirittura peggio. Vince e vincerà perché non c’è di meglio, ma questo non toglie che il livello sia paurosamente basso, al di sotto della sufficienza cui dovrebbe puntare un territorio, baciato da Dio, che aspira a misurarsi con le zone più ricche d’Europa. Non esiste una politica di sviluppo del Veneto, non esiste un progetto realistico e condiviso per riguadagnare il terreno perduto.

Da decenni,ad esempio, la classe dirigente ha scelto di fare della sanità la chiave di volta di tutta la politica regionale: oppio per i cittadini, spese pazze e cassaforte della politica, questa è la direttrice della più importante voce a bilancio nelle spese venete. Anche se oggi la corda incomincia a dare segni di usura, perché i medici mancano, la pianificazione è stata completamente sbagliata, così la gente incomincia a pensare che forse c’è una via alternativa, fatta da meno macchinari, più personale e meno sanità privata. Ma il governo regionale continua ostinatamente a riempirsi la bocca con ritornelli del tipo «il Veneto ha la migliore sanità italiana», sottraendo un tema così costoso e così cruciale a una seria discussione, sotto la pressione di indicibili interessi che nulla hanno a che vedere con la cura dei malati.

Nel sonno, si sa, la gente dorme, anche chi dissente. La partecipazione alle elezioni regionali dal 1990 al 2015 è passata dal 90,8 al 57,15% degli aventi diritto ed è destinata a calare ulteriormente. I Veneti tacciono e quelli che parlano sono solo quelli, che anche in tanto declino hanno continuato a poter concretizzare i loro piccoli interessi. Gli amici degli amici. Il Veneto è drammaticamente indietro con le infrastrutture, ma – oltre al fatto che le recenti esperienze sembrano aver insegnato che senza un magnamagna generale a spese del pubblico non si possa scavare nemmeno una buca – tutti confidano nel messia, nei grandi eventi, leggi Olimpiadi, per realizzare l’indispensabile. E intanto il territorio, ogni anno che passa, subisce l’onta dell’incuria della politica, l’aggressione di attività economiche prive di rispetto per il futuro.

Nella storia certo i veneti erano abituati a delegare la responsabilità della politica, dell’economia, della cultura alle virtù dei Patrizi veneti, gli avi di una Venezia che non esiste più. Nonostante una scarsa propensione alla leadership, i veneti avevano in passato generato una classe dirigente, da Luzzatti a Gonella, da Volpi di Misurata a Tomelleri, che conosceva il proprio territorio e sapeva concepire progetti di ampio respiro. Oggi la politica, ancorché scarsamente popolare e ancor meno rappresentativa, si accontenta del potere nudo e crudo, di un consenso numerico, ma non reale. E confida soprattutto sul sopore generale, sul «sonno degli innocenti», che guardano, mugugnano, criticano e poi tirano dritto. Ma che farebbero bene a farsi sentire, a ridestarsi finalmente, per rialzare il Veneto (e l’Italia) da un declino che a ben vedere è solo nei desideri di una minoranza, dei «filibustieri», come avrebbe detto il grande Angelo Messedaglia.

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