Quei disegni al Palladio Museum «capitolo sconosciuto della storia veneta»

Nella mostra “Un architetto al tempo di Canova” una raccolta unica. Con retroscena che arrivano fino in Irlanda

«Il maggiordomo si chiamava Augusto Serra e assomigliava a Mao Tse Tung, càpita che alcuni veneti abbiano tratti orientali: era affabilissimo e mi fece entrate a palazzo Papafava». Comincia così, con uno scampanellio in via Marsala a Padova e un «chi è?» al citofono (mai visto prima, dice il curioso visitatore, che arriva dalla contea di Down nell‘Irlanda del Nord) la lunga amicizia tra Alistair Rowan e la famiglia Papafava e, senza che nessuno ancora lo sapesse, il lungo viaggio dei disegni di Quarenghi & Co verso il Cisa di Vicenza.

Alistair Rowan è uno storico dell’architettura che oggi ha superato gli ottanta, compagno di scuola di Howard Burns e con carriera accademica simile: insegnamenti nelle università irlandesi e inglesi, presidente per cinque anni della Società inglese degli storici d’architettura, un grande amore per l’Italia e un italiano perfetto reso più fascinoso da un vago accento di Dublino, dove vive. In qualche modo è lui che ha vissuto passo passo il viaggio dell’importante collezione da un gran cofano chiuso in un armadio al caveau ipertecnologico del Cisa, ora proprietario e custode di quei 51 disegni e di una quarantina di stampe. «Tutto merito della famiglia – dice il prof – che è riuscita, come dice un proverbio inglese, a cantare lo stesso inno». Mica facile, perché il coro dei Papafava, ultimo ramo erede dei Carraresi (ne portano il cognome) signori di Padova nel ‘300, è composito e numeroso. Gli ultimi eredi sono, a metà degli anni Novanta, otto fratelli più qualche nipote, per di più sparsi in mezza Italia.

Ma quell’irlandese a Padova con una borsa di studio di due anni al Bo diventa amico di famiglia, quando è in Italia è ospite a palazzo, conosce Marsilio, e Fina, e Donata, e quando non è più uno studentello ma un’autorità, ecco che saltano fuori i disegni e i Papafava glieli fanno vedere per una valutazione. Sono splendidi e soprattutto praticamente sconosciuti, visto che sono lì da duecento anni e che pochi, pochissimi li hanno visti. Ci sono tavole di Giacomo Quarenghi, l’architetto neoclassico che ridisegnò Pietroburgo; dell’inglese John Michael Gandy, pittore e architetto definito visionario dai suoi contemporanei, e altri fogli fino ad arrivare a cinquantuno. Tutti di una raffinatezza esemplare, di una perizia tecnica che ancor oggi stupisce, soprattutto testimoni di un’impronta culturale che è immediato far risalire a Palladio.

Quando gli capitarono in mano i “Quattro libri dell’architettura”, Quarenghi scrisse: «Ho capito che fino ad ora sono stato mal diretto», e diede vita alla seconda fase del neoclassicismo. Ci sono i progetti per i palazzi dei principi russi, particolari di facciate e portali, dove magniloquenza e rigore devono aver fatto impazzire Caterina di Russia, che infatti scelse Quarenghi come architetto di corte.

E pensare che tutto questo corpus di disegni è stato raccolto da un ragazzino. Alessandro Papafava aveva diciott’anni quando la famiglia lo mandò a Roma, assieme al fratello Francesco di due anni più vecchio, perché si formasse, cioè studiasse. E anche perché, in quel 1802, la situazione politica nel Veneto pareva prevedere temporali, magari guerre. Meglio mettere i rampolli al sicuro, tanto più che erano orfani fin da piccolissimi. A far loro da tutore, toh, un irlandese, che loro chiamavano “il nostro abate”, ma che abate non era più.

Ogni duecento anni c’è un irlandese a casa Papafava… Giorgio Mac Donagh era un monaco domenicano irlandese, in tempi in cui non era semplice essere cattolici in Irlanda. L’ordine lo mandò a Firenze, poi a Roma, poi in Francia e gli capitò la rivoluzione: il buon monaco si fece laico, salvò la pelle e tornò in Italia. Diventò l’istitutore, il tutore, l’accompagnatore dei ragazzi Papafava, che in piena adolescenza fecero una specie di Erasmus ante litteram, da Budapest e in giro per il nord, sempre protetti dal loro “abate”. 103 settimane stettero in giro e l’obbligo era di scrivere una lettera alla settimana, una volta Francesco, una volta Alessandro, e Mac Donagh vigilava. Ce ne sono 84 negli archivi Papafava, chissà che fine hanno fatto le altre che pure sono state scritte, anche due volte la settimana, quando a Francesco mancava la madre Arpalice e mandava parole tenerissime.

A Roma Alessandro è attratto dall’architettura e ci dev’essere stato lo zampino di Antonio Canova nell’indirizzare il ragazzo padovano. Lo scultore veneto, prima di acquistare nel 1803 un bel palazzo in via delle Colonnette, era ospite a Palazzo di Venezia, storica sede dell’ambasceria veneziana a Roma. Tra le committenze papali e nobiliari, faceva anche il mecenate di artisti e architetti emergenti. Tra cui, guarda un po’, Quarenghi. Ed ecco che ritroviamo tra le mani di Alessandro Papafava quei disegni, da lui cercati, visti e comperati girando per botteghe ed atelier romani. Un buon occhio, quello del ragazzo, che però chiedeva denaro da casa per comperare, comperare. Non era solo una collezione da neofita, erano lavori da studiare.

Tornato a casa nel 1807, Alessandro si cimenta nel rinnovamento della villa di Frassanelle, anche perché serviva alla madre: vi era stata destinata in domicilio coatto dagli austriaci, innervositi dai suoi precedenti filonapoleonici. Alessandro ridisegna gli interni, il neoclassico trionfa. Mette mano anche al giardino, avrebbe dovuto essere all’inglese ma mancavano i grandi spazi. Arriva Giuseppe Jappelli e il giardino diventa romantico, com’è oggi, magari un po’ fané, ma filosofeggia Alberto Papafava, l’attuale capostipite.

Quei disegni, è un’ipotesi, sono passati anche sotto gli occhi di Canova e Jappelli, hanno fatto cultura per un paio di generazioni di professionisti. Poi hanno dormito, ma sempre tutti assieme. Il grande merito degli ultimi Carraresi è stato quello di non dividerseli ad ogni successione, se non nominalmente, e di lasciare la raccolta integra. Dice ancora Alberto: «Il valore di una collezione è sicuramente superiore alla somma del valore dei singoli pezzi». Ci dev’essere stata una precisa coscienza e tanta buona volontà, se nell’atto di donazione redatto dal notaio Paolo Dianese, si legge che «…Marsilio dona otto disegni..» e una sfilza lunga così di proprietari «dona 40 disegni» e un’altra sfilza «dona 45 stampe in un album». Ci sono voluti anni di conciliaboli familiari, pareri arrivati da fratelli e nipoti della galassia Papafava che oggi vive tra Padova, Milano, la Toscana con i più giovani in giro per l’Europa. E tutti hanno detto sì, in memoria e onore di Novello e Bianca, gli avi recenti. E di Donata, crediamo, scomparsa imprevedibilmente pochi giorni dopo l’inaugurazione.

Rowan, lui che aveva buttato lì l’idea («Questa è roba da studiosi, meglio che non restino in un armadio») ha trovato un appoggio in Marsilio, e Fina, e poi Francesco e Alberto e Francesca e gli altri. Ha anche indicato il Cisa e il Palladio Museum come il luogo più adatto alla valorizzazione della collezione. Nessuno ha mai parlato di soldi, ma tanto per dire, il valore economico della collezione si aggira sul mezzo milione di euro. Dalla culla Padova a Vicenza, ma ormai i Papafava sono ovunque e i disegni, preconizza Fernando Rigon, ora sono sulla scena internazionale. Lino Dainese, presidente del Cisa, semplicemente si emoziona alla vista di quei fogli. Il direttore Guido Beltramini mette insieme un altro tassello del suo grande progetto: fare del Cisa la calamita di tutte le collezioni di disegni di architettura del Veneto.

Per fortuna non è finita qui, con i ringraziamenti ufficiali di tre anni fa: adesso questo ben di Dio è in mostra al Palladio Museum, con un corollario culturale importante: la mostra si intitola “Un architetto al tempo di Canova. Alessandro Papafava e la sua raccolta”, aperta fino al 13 settembre. E il professor Rowan, che ne è stato curatore con Susanna Pasquali, anche al telefono ha gli occhi che brillano: «Stiamo studiando tutto, verranno fuori cose inedite». Non solo le vite e le frequentazioni dei Papafava di duecento anni fa, ma i rapporti artistici e culturali in un periodo cruciale, quel nesso mai messo a fuoco tra Veneto e Russia, e strani personaggi come l’avventuriero Panos Panafidios, cipriota diventato veneziano con il nome di Maruzzi, procacciatore di opere d’arte per l’imperatrice di tutte le Russie, pieno di palazzi, soldi, amanti… Chiude Alistair Rowan: «Questo è un piccolo capitolo sconosciuto della storia veneta».

(Dalle opere in mostra: collaboratore di Giacomo Quarenghi, Padiglione corinzio.)
[CISA Andrea Palladio, Raccolta Papafava]