Carnevale triste, non lasciamo sola Venezia

Gli arrivi sono crollati: una dieta dimagrante che può far ripensare il rapporto distorto con il turismo. Appello ai non veneziani. E anche ai veneziani. Brugnaro in testa

Venezia è in un mare di guai. Per questo deve essere aiutata. Prima l’alluvione dello scorso novembre e ora la psicosi da coronavirus stanno affondando gli arrivi di turisti dal mondo: il Carnevale, festa della gioia di vivere per antonomasia che inizierà ufficialmente domani, sarà forse il più triste Carnevale da parecchi anni a questa parte. Sta anche a noi, nel nostro piccolo di italiani e di veneti, dare una mano. L’appello che facciamo qui, perciò, è molto semplice: andate a Venezia. Ri-appassionatevi a Venezia. Tornateci, magari evitando di percorrere i soliti tragitti: cogliete l’occasione per scoprirne gli angoli meno conosciuti, di cui è ricchissima. Cercate gli eventi, individuate i bacari, lasciate briglia sciolta alla curiosità. E quando siete lì, parlate con i veneziani (gli anziani, soprattutto), con i commercianti, con gli studenti che ci vivono. Vivetela, sia pur magari solo per qualche ora, o qualche giorno.

Così capirete che voi visitatori siete la soluzione e il problema, la croce e la delizia di questo locus ameno e insieme malinconico che non ha eguali al mondo, e proprio per questo andrebbe salvaguardato da tutti gli eccessi: dal troppo (troppo turismo, normalmente più di 20 milioni di persone l’anno, una piaga biblica) e dal troppo poco (il crollo verticale di questi mesi, che fa disperare l’economia locale). Bisognerebbe fare uno scambio, e qui ci rivolgiamo all’amministrazione del sindaco Luigi Brugnaro ma anche del presidente della Regione, Luca Zaia: noi a Venezia ci veniamo stravolentieri, in barba alla paranoia con punte di stupidità acuta da virus, ma voi date ascolto alla marea di innamorati della laguna, dagli albergatori onesti agli ambientalisti veraci agli sparuti eroici veneziani doc rimasti di qua dal Ponte della Libertà, che inascoltati chiedono limiti ai flussi. Limiti, cioè, a un libero mercato che non può essere un dogma divino o una scusa per non toccare interessi, quando di mezzo c’è la salute di un luogo così fragile. Limitazioni e paletti al proliferare dei bed&breakfast, ma anche delle strutture alberghiere, solo per cominciare. E numeri chiusi in certi periodi dell’anno, per continuare. E divieti alle mostruose grandi navi, per finire.

Molto probabilmente per non dire sicuramente, i destinatari resteranno sordi,  essendo stati finora di diverso avviso. Eppure non c’è altra via logica per dimostrare la propria affezione e abnegazione. Altrimenti si fa gli ipocriti, come certi imprenditori del posto che negano l’evidenza facendosi passare da buoni samaritani, quando invece è fisiologico pensino prima di tutto ai profitti, e tutto il resto dopo. Il pubblico, quando serve, deve far valere le sue ragioni sul privato. Altrimenti a che serve il pubblico? A servire il privato? Non siamo “comunisti”, signor sindaco: siamo non veneziani che vorrebbero vedere una Venezia non desolata ma viva, purchè non a costo di vederla avvicinarsi alla morte per soffocamento ogni anno in più. Forza, andiamo al carnasciale: approfittiamo delle camere a prezzo ribassato, e fotografiamo diffondendo sui social le immagini della festa (raccontano i colleghi giornalisti russi che nella Federazione putiniana pensano ancora che le calli siano sott’acqua…). E dopo il cichéto, un bel selfie con un negoziante cinese (categoria simpaticissima, ma la paccottiglia è un altro genere che ha esondato, sempre per la faccenda del laissez faire-laissez passer). “Quant’è bella Venezia, che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia…”. 

(ph: shutterstock)