Achille Lauro può scandalizzare solo chi ha culturalmente più di 50 anni

Sanremo 2020 è soltanto la conferma che nei media mainstream non c’è comunicazione fra le generazioni. Tutto (desolantemente) qui

Sanremo ormai da molto tempo non è più la vetrina della canzone italiana. Insomma non è una novità. I giovani producono canzoni vecchie e le vecchie icone trascinano stancamente il loro mito incuranti degli anni e degli acciacchi. Il festival è solo uno specchio deformante del costume, delle polemiche politiche, delle ossessioni culturali degli over 50. Solo tenendo conto di questo si può capire come i momenti più interessanti siano state le esibizioni di Achille Lauro, il monologo sulla condizione femminile di Rula Jebreal, la stanca lettura del Cantico dei Cantici di Roberto Benigni.

Partiamo dalle due esibizioni di Achille Lauro, ex trapper ormai votato alla riesumazione del pop rock anni ’90 alla Vasco Rossi: citazioni francescane, gender fluid, eteroflessibilità, richiami al look e ai modi di David Bowie. Per il pubblico dell’Ariston e per quel che rimane dell’autorevole stampa italiana (da Repubblica al Corsera) questi temi sembrano novità sconvolgenti, un attacco frontale al bigottismo e al tradizionalismo della società italiana… e lo sono, se avete 50 anni e non avete mai guardato un film degli Avengers, una serie Netflix o Amazon Prime, se per voi la legge sulle unioni civili è futurismo, o semplicemente se non avete mai parlato con un ragazzo o una ragazza con meno di 30 anni.

Perché le esibizioni di Achille Lauro oltre ad essere provocazioni viste e riviste (da David Bowie a Renato Zero, per non parlare di Lady Gaga o Billie Eilish), sono quanto potrebbe produrre un qualunque 25enne cresciuto a serate estive trash al pride, film USA dal 2010 in poi e Ghali (che si veste così pure quando gira a far shopping per Milano filmandosi su Instagram). Achille Lauro e il suo staff hanno capito che in un tempo dominato dallo scontro fra il populismo salviniano e quello delle Sardine, in un mercato discografico in cui gli over 50 sono gli ultimi a comprare i dischi (Youtube e Spotify pagano nulla), dove l’Italia si decristianizza a ritmi da Nord Europa, giocare sui temi dell’ambiguità sessuale, l’omosessualità occasionale e la citazione blasfema significa urtare chi pensa l’Italia sia ferma agli ’80 e alle famiglie del Mulino Bianco. Chi si è perso praticamente 30 anni di radicali cambiamenti sociali, economici, culturali. La vera notizia è che tutto questo funziona, e che la grande stampa si estasia di fronte a questa operazione.

Così anche due monologhi in sé vecchi come quelli di Rula Jabreal sullo stupro e quello di Benigni sulla bellezza dell’amore carnale paiono essere spiragli su un mondo nuovo, l’uscita dal medioevo… e lo sono, se vi siete persi l’emancipazione femminile degli ultimi 40 anni, il fatto che le famiglie formate da una sola persona hanno superato numericamente tutte le altre, Samantha Cristoforetti, Chiara Ferragni, Angela Merkel e serie tv come “Sex Education”, “Hanna” o megaproduzioni hollywoodiane come “Maleficient”.

Il problema quindi non è ciò che si propone a Sanremo, ma il fatto che fra le generazioni il dialogo si è definitivamente rotto. Gli over 50 non hanno la minima idea di cosa vedono, ascoltano, pensano, parlano i millennials e le generazioni successive. Sono murati vivi in una loro bolla in cui l’Italia cattolica, monoetnica, provinciale, patriarcale degli anni ’80 non è mai cambiata, è rimasta immobile perché immobili sono rimasti loro, con i loro pregiudizi e pruriti. Noi giovani ci troviamo così nella paradossale situazione di dover vendere per rivoluzionario ciò che per noi è la nuova norma. Di veder scoppiare polemiche sul fatto che i vestiti “trasgressivi” di Lauro sono firmati e sponsorizzati Gucci, quando chiunque abbia meno di 30 anni sa che per tirare su due soldi è più conveniente farsi selfie e taggare brand su Instagram che lavorare part time in bar per 300 euro al mese.

Dobbiamo sorbirci infinite ramanzine sulle disfunzioni del matrimonio quando chi si sposa (tanto più in Chiesa) è una minoranza, le convivenze durano sempre meno e le coppie aperte sono il nuovo standard. Solo capendo questo gap fra generazioni, fra polemiche social e realtà vissuta, possiamo comprendere come Achille Lauro possa essere percepito come un’artista rivoluzionario: l’artista più conservatore e nostalgico del movimento Trap diventa un’icona del nuovo proprio perché non ha nulla di nuovo, ma anzi omaggia palesemente il vecchio (la seconda esibizione vestito da Bowie).

Nel frattempo artisti come Fasma, Rancore, Anastasio, ragazzi che in maniera molto diversa fra loro sono autentici rappresentanti delle nuove realtà urbane e sociali, non destano alcun scalpore appunto perché vivendo il loro tempo e rappresentando il loro tempo, passano davanti al pubblico dell’Ariston come ectoplasmi, esattamente come fantasmi si trascinano i giovani che si aggirano per le strade delle nostre città.