Cultura, in Veneto una legge velleitaria. Rimasta lettera morta

Mentre ci si avvia alla più inutile campagna elettorale della storia della Regione, nel settore più bistrattato dalla politica si muovono solo gli attori in campo. Uno contro l’altro

Non sentiremo Luca Zaia parlare di cultura, di qui alle prossime elezioni regionali. Fra l’altro, l’ha già fatto di recente, e si sa che il tema non è di quelli che gli interessino più di tanto: semel in anno e preferibilmente baloccandosi con questioni vaghe come l’identità veneta. Nella circostanza ha sostenuto l’impossibile conferma di Paolo Baratta alla presidenza della Biennale. Peccato che abbia letteralmente cancellato – in dichiarazioni e appelli – l’esistenza di intere sezioni diverse dall’Arte e dall’Architettura (oltre al Cinema, che fa da sempre storia a sé). Musica, Teatro e Danza evidentemente muovono un pubblico inferiore a quello delle mostre e quindi si fa come se nemmeno esistessero anche se hanno tradizioni gloriose. Non sentiremo Zaia parlare di cultura, ma viene da chiedersi se ci sarà qualcuno che lo farà, nei mesi della più inutile campagna elettorale di sempre. Intendiamo, soprattutto qualcuno della parte che vincerà, cioè quella che attualmente e da lunga pezza governa il Veneto.

Sarebbe opportuno, anzi, indispensabile, ma non accadrà. Il perché è presto detto. La nuova legge regionale sulla cultura, la n. 17 pubblicata il 16 maggio 2019 dopo essere stata annunciata con triplo rullo di tamburi e salutata con un entusiasmo mediatico generalizzato, invece di avere segnato l’inizio di una nuova era si trova in una morta gora, impantanata in una palude. E usiamo appositamente una terminologia di certo familiare all’assessore alla cultura Cristiano Corazzari, che proviene dal Polesine, terra di acque tanto affascinanti quanto difficili.

Quella legge, infatti, non è solo un libro di astratte buone intenzioni, nel quale le ricorrenti ma inerti parole d’ordine sono “favorire”, “valorizzare”, “sostenere” e “promuovere”. Non è solo una “scatola vuota” che attende ancora di essere riempita di contenuti concreti, vale a dire decreti attuativi e regolamenti. È un labirinto tecnico che delinea un quadro pletorico, fatto di organismi quali l’Osservatorio degli Spettacoli dal Vivo, la Consulta Regionale della Cultura, le Conferenze Regionali di Settore, il Servizio Informativo Regionale della Cultura. Tutti teoricamente coordinati e convergenti nel mettere a punto il vero strumento operativo, e cioè il Programma Triennale della Cultura. A sua volta suddiviso in Piani Annuali.

Che il puzzle sia complicato e farraginoso è fin troppo evidente. L’affollamento di “think tank” di ogni ordine e grado (peraltro, nessuno indipendente) disegna una specie di falansterio burocratico che non è semplicemente lungi dal diventare operativo, è proprio fermo ai blocchi di partenza. Perché questa legge è anche velleitaria. Secondo il suo dettato, entro il 16 novembre dell’anno scorso il primo Programma Triennale della Cultura doveva essere mandato in Consiglio regionale per l’approvazione. Siamo a metà febbraio e non solo non è stato messo a punto nessun programma, ma non è stata definita la composizione e l’operatività di nessuno degli organismi che abbiamo citato prima. E nessuno è stato formalmente costituito.

Ora si avvicinano le elezioni: chiuse le urne, avremo sempre lo stesso presidente del Veneto ma un consiglio regionale in qualche parte non uguale a quello che è oggi. E lo stesso dicasi per la giunta. Nulla si muoverà prima dell’estate, è facile prevederlo: quando mai la cultura è stata una priorità della Regione del Veneto? Il ritardo nei tempi indicati dalla Legge 17 è quindi destinato ad aumentare e in questo momento il primo Programma Triennale appare davvero una chimera. Fra l’altro, sarebbe quanto mai opportuno allinearsi con la triennalità delle programmazioni finanziate dal Mibac con il FUS: il prossimo “giro” nazionale inizierà nel 2021, ma per avere un Programma Triennale veneto che pure parta nel ’21, bisognerebbe – secondo quanto dispone la legge regionale stessa – che fosse approvato entro quest’anno. Qualcuno è disposto a scommettere un euro che accadrà?

In questa situazione, sarebbe una gran cosa se chi governerà il Veneto per i prossimi cinque anni raccontasse almeno un po’ quali destini vede per la cultura, rendesse note un po’ di idee oltre il mulinello delle buone intenzioni, facesse capire come si pensa di muoversi in concreto. E soprattutto quali politiche di finanziamento verranno adottate. Sarebbe straordinario se arrivasse il riconoscimento che la Legge 17 è una burocratica palla al piede bisognosa di radicale semplificazione per funzionare, più che un sistema efficace di promozione della cultura. Ma qui siamo nel libro dei sogni.

Nella realtà effettuale, in assenza di Consulte, Osservatori e Programmi, le politiche culturali sono affidate all’attivismo degli addetti ai lavori. Tiene la scena da tempo, ad esempio, il confronto-conflitto fra due realtà venete di primo piano nel teatro, lo Stabile del Veneto e Arteven. Per impulso del suo presidente Giampiero Beltotto, notoriamente molto vicino a Zaia, il primo sta proseguendo – con toni più o meno polemici – una sua campagna di allargamento territoriale oltre i tradizionali poli di Venezia e Padova. Nel far questo, lo Stabile assume competenze e attività (distribuzione e organizzazione, essenzialmente) fino a poco tempo fa tipiche solo di Arteven. Che non prende affatto bene queste iniziative e non nasconde l’irritazione. Da una parte e dall’altra, quando la polemica va oltre i limiti di guardia, si parla di coordinamento. Intorno a un tavolo si sono seduti, di un accordo neanche l’ombra.

L’ultima annessione dello Stabile è Cortina: il relativo “protocollo d’intesa” è stato presentato alla stampa pochi giorni fa. Di fatto, il primo risultato di questo accordo è una stagioncina di musica e teatro qualitativamente piuttosto modesta – non ce ne voglia nessuno – ma definita “stellare” dall’ufficio stampa e come tale “venduta” dai media. La comunicazione ha le sue prerogative, riprendere pari pari certe enfatizzazioni sui giornali è un’altra cosa, ma a parte il pur necessario discorso sulla qualità, è chiaro che – oltre i vaghi discorsi di qualche politico regionale – il rapporto fra le due maggiori realtà teatrali della regione è pessimo e l’assenza operativa della Legge 17 fa sì che per ora non possa essere né “normalizzato” né regolato una volta per tutte.

Si parla di istituzioni entrambe partecipate e ampiamente finanziate dalla Regione, la trasparenza e la chiarezza degli indirizzi dovrebbero essere di rigore. Invece latitano e l’ambiguità è alta. Ecco, durante questa inutile campagna elettorale, sarebbe bello che qualcuno cominciasse a illustrare questo tipo di dettagli. Così, per farci vedere che qualche volta la cultura può finire davvero al centro del discorso politico, perfino in Veneto. Difficile credere che possa accadere davvero.

 

 

(ph: https://sonoandatoalettopresto.wordpress.com/)