La Chiellino e il sessismo (al contrario) di Cacciari

Il filosofo ce l’ha fatta: voleva una donna candidata a sindaco a Venezia e così è stato. Ma la prescelta non va giudicata in base al genere, ma al suo profilo personale

Ancora sbaloridsce la categoricità di Massimo Cacciari nell’aver detto e ripetuto che «a Venezia la sinistra dovrebbe candidare a sindaco una donna». Una donna, a prescindere. Se nella scelta la discriminante è il sesso, si legittima dichiaratamente il sessismo. Altri, incoraggiati dal sommo filosofo, si sono spinti persino oltre. Il “permacultore” Savorgnano è arrivato a proporre una “femmi-lista” e una giunta di tutte donne. Più realista del Re, più femminista delle femmine, ma soprattutto oltremodo sessista. Non è l’unico uomo che crede di essere progressista crogiolandosi in un a discriminazione a genere invertito. Savorgnano lo si può perdonare per l’ingenuità: lui è un permacultore, non un grande pensatore, un ex politico di discreto successo e un commentatore che “buca” il video dei talk show.

Cacciari ha fatto anche qualche nome, tra cui Chiellino, di nome Gabriella e donna. Che è stata scelta dal Pd veneziano come candidata sindaco contro Brugnaro. Si tratta di una qualificata professionista con una lunga carriera di imprenditrice e politica (nella Margherita), già candidata sindaco e consigliere a Conegliano. Chiellino è avvezza alla politica e ha un curriculum professionale di tutto rispetto che non ha nulla a vedere con il suo genere e ancor meno con il suo sesso. Che sia una donna è un puro caso. La ricorrente sottolineatura che sia stata la prima donna a laurearsi in Scienze ambientali sta a significare che per le donne in quel corso di laurea, già trent’anni fa non c’erano discriminazioni di genere. Il contrario piuttosto: le donne laureate sono ormai da tempo molte più degli uomini. Allora mi chiedo come si può essere così sessisti da immaginare nel 2020 che il sesso sia un criterio serio nella selezione di un candidato? Quel che conta è che ci sia un candidato affidabile e un programma, non una “lady-like”.

L‘idea balzana del candidato femmina ricorda un vecchissimo film. In Tootsie (1982) Dustin Hofmann, travestito da donna, lancia il messaggio che “una donna, per avere successo, si deve comportare da uomo”. Ma parliamo di quarant’anni fa! Nel frattempo, è stata sollevata la problematica del “genere” che ha rivoluzionato il femminismo dei decenni precedenti. Il vetero-femminismo perdura nelle forme tradizionali come retaggio del passato: le vecchie femministe sopravvivono in ruoli marginali come quei comunisti e quei fascisti che sono la parodia degli originali, ormai quasi tutti morti. In passato, alcune donne in politica hanno adottato (forse hanno dovuto farlo per imporsi) linguaggi e comportamenti persino più maschili dei maschi. Si pensi a Meir, Thatcher o a Hillary Clinton la quale aveva atteggiamenti molto più muscolari e perentori del marito, molto più pacato e conciliante. Persino nel noto caso del “pompino presidenziale” Bill è apparso più sedotto che seduttore, lontano dallo stereotipo del macho anche nella sua linea di difesa. Nelle sue corse alla presidenza degli Usa, l’ambiguità di genere dimostrata da Hillary è stata una delle cause delle sue sconfitte: votata dalle donne anziane che avevano lottato per la parità, infastidiva le giovani che si battono per la differenza.

Siamo assuefatti a rappresentanti femmine e le distinguiamo per quel che fanno e non per la loro anatomia. Più interessante sarebbe che, a fianco del sesso o persino a prescindere da esso, si introducessero un comportamento e un linguaggio diversi, per l’appunto femminili. Lo fanno in parte Angela Merkel e altre donne in politica capaci di non rinunciare alla propria femminilità pur governando con sapienza e autorevolezza. E lo fanno anche uomini capaci di innovare il linguaggio politico rendendolo meno “macho”, guerresco e infine più femminile. Quindi, non è più tempo di parlare di donne in politica: il sesso ha senso se vuoi trovarti un fidanzato o una fidanzata, non nella scelta di un candidato.

(ph: Imagoeconomica)