In bocca al lupo, Lorenzoni. Ma Zaia il lupo non creperà

Lettera aperta al candidato designato del centrosinistra nella mission impossibile di battere l’interprete del “deep Veneto”

Caro professor Lorenzoni,

cinque anni di opposizione spenta e inanimata da parte del Partito Democratico hanno partorito Lei come candidato a presidente della Regione Veneto. Non si vogliono qui sminuire i Suoi sforzi nel perseguire l’agognata incoronazione, sappiamo che Lei teneva tantissimo a essere prescelto come colui che sfiderà l’insfidabile Luca Zaia. E sappiamo anche che in buona coscienza pensa di batterlo sul serio. Ciò fa onore alla sua buona fede. Meno alla sua perspicacia.

Gentile vicesindaco e pluri-assessore della giunta Giordani, le rendiamo una confidenza: il Veneto non è Padova. Il capoluogo in cui la Sua lista “arancione” fece il botto con il 22% ha caratteristiche sociali, culturali e quindi politiche che non collimano con il deep country, la provincia profonda dei veneti ancora tutti casa, chiesa e lavoro. Non che a Merendaore, Pissatola o Bojon la modernità con il suo disincanto non sia a mo’ giunta sul cavallo pazzo del benessere. Ma il fattore inerzia, dovuto a educazione familiare e senso comune molto pregnanti nei piccoli Comuni, rappresenta un fortissimo atout per chi sa interpretarlo a proprio favore, giocando appunto sull’aderenza a usi e costumi da difendere con orgoglio dallo Stato, dal pubblico, dalla politica, da leggi e limitazioni percepite come minaccia alla libertà individuale, locale, di impresa e di Regione. Come scrivevamo di recente Zaia, con tutte le conseguenze nel bene e nel male, questo lo sa fare. Perciò è popolarissimo e vale come brand politico a sè. La Lega, ancora radicata sui territori e con un suo capillare apparato di amministratori, fa il resto – fa egemonia, per dirla con Gramsci.

Lei, professore, per occultare il più possibile il Suo fan club decisamente schierato a sinistra (“Il Veneto che vogliamo” è una Coalizione Civica su scala regionale, al momento senza appoggi esterni dai centri sociali), sul biglietto da visita scrive «cattolico impegnato». Così definisce sè stesso. E infatti lo è, e per essere esatti diremmo pure legato alla Curia padovana. Ma il Suo è quel cattolicesimo che ha poco a che vedere con le parrocchie dei paesi e paesini, in cui il massiccio consenso al binomio Zaia-Lega denota una sensibilità aliena al Suo credo ambientalista e benecomunardo (i beni comuni prima degli interessi privati, no?). Non lo stiamo affermando come giudizio di valore, perchè secondo chi Le scrive ciò sarebbe cosa buona e giusta: siamo critici per definizione, a maggior ragione con chi sta al potere. Il nostro è un giudizio di fatto.

I fatti hanno la testa dura. E come direbbe Feltri, la realtà fattuale La vede lanciato in resta in una missione impossibile. Lei, un uomo che a Padova ha dimostrato di avere grande entusiasmo per le proprie idee ma scarsa abilità nel mediare con quelle altrui, e che perciò ci regalerà una campagna elettorale senz’altro crepitante di magniloquenti ideali e formule super-cool, perfetta per far abboccare le Sardine e soddisfare chi ha già deciso di votarLa, ma con chanches bassissime di attrarre elettorato in più. I «mondi» che Lei dovrebbe convincere non la voteranno per le slides sulle deficienze della sanità presunta eccellente, o per l’inquinamento dell’aria da megalopoli cinese. Non la voteranno e basta, perchè il suo profilo, per quanto verniciato di “civismo” e disegnato sul modello del pio seguace di Bergoglio, richiama nell’immaginario del Veneto diffuso i valori, aborriti come disvalori, della “inquietante” sinistra. Ne sa qualcosa il Pd, che pur essendo ormai da un pezzo un partito liberal di centro (come i Democratici americani, a cui devono veltronianamente il nome), subisce ancora la nomea di essere un covo di “comunisti”.

Ma gli sta bene, nello specifico veneto. Perchè i Dem sono arrivati a un secondo prima della campagna elettorale senza aver scovato un proprio candidato degno (il consigliere regionale Stefano Fracasso poteva esserlo, a patto di rinunciare a qualsiasi effetto novità e ringiovanimento), senza aver elaborato uno straccio di idea differente o prospettiva futura alternative al centrodestra, e senza nemmeno essere capaci di coerenza, cestinando le tanto idolatrate primarie perchè questo giro non convenivano al nome calato dall’alto. Cioè il Suo, illustre professore.

Avremmo preferito, vista la partita persa in partenza con il deep Veneto, una candidato con più verve, più shockante, più irregolare, meno professorale, non obbligatoriamente fedele a Santa Madre Chiesa, a quel punto con le mani più libere di dire in faccia ai veneti anche le verità più scomode. Per esempio uno come Carlo Cunegato, consigliere comunale a Schio di buone letture, testa funzionante, comunicatività fresca e pedigree di sinistra purissimo (a volte anche senza crederci davvero fino in fondo, come accade a chi appartiene al partito minoritario degli spiriti critici, non per caso è uno dei nostri, qui a Vvox). E privo di santi in paradiso, nonchè per giunta non proprio un habitué della messa. Lei, professor Lorenzoni, i suo santi li ha avuti eccome: nel Pd il sindaco-ombra di Padova, Massimo Bettin, il vero artefice della sua ascesa, ha brigato per mesi e alla fine è riuscito a ottenere la benedizione dei maggiorenti Variati e Martella e il sì del segretario nazionale, Nicola Zingaretti. Non quella che si dice un’investitura di popolo.

In bocca al lupo, Lorenzoni. Anche se il lupo, per quanto Lei viva di cristiana speranza, non creperà.

(ph: shutterstock)