Intesa-Ubi, il colosso che può minacciare Cattolica

Pensiero cattivo: e se le propaggini dell’operazione di Messina giungessero fino all’Adige via bancassurance, approfittando della situazione di debolezza della compagnia?

C’è sempre qualcosa di oscuro e di non detto nelle grandi operazioni finanziarie. E non solo in Italia. Perché le cose sono andate in un modo anziché in un altro, non è sempre frutto solo del mercato. L’acquisto di una grande banca poi, ricade troppo spesso in quella corsa al potere che non sempre fa rima con efficienza e che si complica per gli appetiti e le consuetudini di chi il potere ce l’ha già e vorrebbe aumentarlo.

Una volta, in estrema sintesi – i salvataggi bancari come le acquisizioni di altri istituti, più o meno necessari – si decidevano a Roma, a Palazzo Koch (Banca d’Italia) e a Palazzo Giustiniani (massoneria). Ora, da un po’ di tempo, le cose sono più complicate, ma non per questo più trasparenti, sicché anche nella apparentemente improvvisa decisione di Intesa di fare un’offerta per acquistare UBI Banca, si celano alcune possibili conseguenze, non del tutto esplicite di primo impatto, alcune che potrebbero interessare il destino di grandi società venete.

Alcune cifre, ad esempio, sono significative. L’acquisizione da parte di Intesa San Paolo delle banche venete di fatto fallite per la coppia Zonin-Consoli, è stato sostenuto dallo Stato con 5 miliardi di euro, di cui solo 1,5 effettivamente spesi dall’acquirente. Secondo le previsioni del ceo di Intesa San Paolo, Carlo Messina (in foto), l’OPS su Ubi Banca costerà al compratore poco meno di 5 miliardi. Dire che i numeri si assomigliano non è una prova, ma certamente è un buon indizio. Indizio che conferma quello che si sapeva: certe operazioni si fanno nel momento in cui il numero dei soggetti che se ne avvantaggiano (in qualunque modo) è massimo. Ubi farà qualche resistenza sui prezzi d’acquisto, ma alla fine l’affare si farà, e non solo perché si deve creare il «terzo polo bancario europeo».

Mediobanca ha già fatto capire di essere molto interessata all’operazione e ne sosterrà tutti i profili economicamente vantaggiosi. Va da sé che il perfezionamento dell’operazione implicherà ulteriori acquisti, in particolare nel Nord Italia. Non è quindi un caso che uno dei piatti forti dell’acquisizione di UBI riguardi certamente alcuni importanti aspetti assicurativi, con il coinvolgimento diretto di BPER (ex banca Unipol) nel finanziamento dell’operazione.

BPER, controllata al 19,7% da UnipolSai, rileverà molti sportelli bancari di UBI (onde evitare problemi con l’Antitrust), ma soprattutto spingerà sul versante di banca assurance, nel quale grazie a UBI e al sostegno di Intesa, la concorrenza con Generali è destinata a riacutizzarsi, in particolare grazie al cavallo di troia delle partecipate assicurative di UBI, ossia BancAssurance Popolari, Lombarda Vita e Aviva Vita, finora valutate attorno al miliardo di euro e oggetto di un’importante joint venture con Cattolica Assicurazioni.

La società attualmente guidata da Bedoni è uno dei maggiori player italiani, e ovviamente veneti, in campo assicurativo, ma negli ultimi tempi è anche al centro di lotte per la governance né chiare, né chiarite. Nel “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole” ci sta tutto, anche che qualcuno decida di approfittare dei vuoti di potere, delle debolezze interne, della mancanza di coesione e di lungimiranza del management e istruisca un altro scherzetto ai veronesi. Che al solito, senza accorgersene, potrebbero perdere un altro pezzo delle loro passate ricchezze e portare definitivamente Cattolica verso altri lidi e altre proprietà. Il futuro chiarirà se è solo un pensiero cattivo, ma in genere quando diventa fatti concreti è già troppo tardi.

(ph: imagoeconomica)