Nuovo stadio a Venezia, non venite a parlarci di «spirito di servizio»

Il caso scoppiato dopo la pubblicazione dei soci di Ponte della Libertà Srl svela la grande ipocrisia di un’operazione a cui manca un requisito fondamentale: la totale trasparenza

Lo scoop del sito Dagospia a firma“Anonimo veneziano” sul nuovo stadio a Venezia ha svelato l’esistenza di Ponte della Libertà s.r.l. e la composizione dell’azionariato ha acceso una miccia non da poco nel capoluogo regionale e in Veneto, entrambi alla vigilia di campagne elettorali.

L’idea di un nuovo impianto è roba vecchia almeno di vent’anni: risale infatti all’inizio del secolo il primo progetto di una struttura che sostituisse quello centenario intitolato all’aviatore Pier Luigi Penzo e situato nell’isola di Sant’Elena, nel centro storico di Venezia. Idea e progetto erano a firma di Maurizio Zamparini, all’epoca presidente e proprietario del Venezia Football Club, e si pensava di costruirlo a Marghera. Il Comune disse di no, Zamparini la prese male e mollò dalla mattina alla sera società e squadra emigrando a Palermo dove pensava di trovare più disponibilità.

La necessità di avere uno stadio nuovo per assicurare al Venezia un impianto adeguato alle ambizioni di tornare quanto meno in Serie A è stata rilanciata da Joe Tacopina, l’avvocato di New York capofila e portavoce di una cordata di investitori Usa che, nel 2015, acquista il club neroverde, frattanto fallito e costretto a ripartire dalla Serie D. Tacopina entra in carica quasi contemporaneamente al nuovo sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, imprenditore e proprietario della Reyer Venezia, storica società di basket veneziana. I due trovano subito un’intesa sul nuovo stadio: il Comune mette a disposizione dei terreni a Tessera, vicino all’Aeroporto Marco Polo, 400 mila mq di proprietà di CMV s.p.a., l’immobiliare del Casinò controllata appunto dal Comune. Tacopina e i suoi amici americani dovrebbero metterci i soldi. Insomma: impianto privato su area pubblica. Tant’è che, nel luglio 2018, il progetto presentato dagli americani riceve dal Consiglio Comunale il riconoscimento di pubblica utilità. Passa il tempo, il Venezia scala le categorie e torna in Serie B dopo dodici anni ma lo stadio resta un progetto. Fino allo scoop di Dagospia che fa capire che intanto le cose, nella riservatezza totale, sono andate avanti e che anzi sono a buon punto.

E’ riduttivo catalogare l’affaire che è venuto a galla in questi giorni solo come mera costruzione di un nuovo stadio, perché l’operazione che si sta delineando non ha al centro lo stadio, che ne è parte solo marginalmente, ma è un progetto immobiliare di ben più ampia portata che conduce anche a ben altri utilizzi dell’area: alberghi, supermercati, parcheggi. A due passi dall’aeroporto e dall’autostrada. Questo spiega perché nel business siano coinvolti nomi importanti dell’impresa e della finanza veneta, come Gianni Mion (l’uomo degli investimenti Benetton e ultimo presidente della Popolare di Vicenza, in foto) e Fabio Cerchiai, presidente di Atlantia (la società delle Autostrade dei Benetton), che insieme a altri nove veneziani fanno parte dell’azionariato di Ponte della Libertà.

Fra questi c’è, e non si capisce cosa c’entri, il direttore del Gazzettino, Roberto Papetti. Quando il suo nome è comparso, il giornalista si è precipitato a uscire dalla società, ma ormai la frittata era fatta. Ordine e Sindacato dei Giornalisti e Cdr del Gazzettino prendono una posizione molto dura nei confronti del collega – dove finiscono autonomia e dipendenza del giornale quando il suo direttore entra in un business con certi compagni di cordata? – , il M5S chiede addirittura le sue dimissioni ricordando che il quotidiano veneziano è di proprietà del Gruppo Caltagirone, che a sua volta è partecipato dai Benetton. Papetti si difende sostenendo di aver agito «a titolo gratuito e a servizio del territorio», spiegazione difficile da comprendere nel contesto di un’operazione privatistica.

Premesso che quel che fa è assolutamente lecito, è opportuno precisare che la Ponte delle Libertà sia in pratica un advisor. Nel senso che, oltre a pianificare il business, ha come oggetto sociale quello di trovare schei, cioè chi metterà i soldi. Un investimento da centinaia di milioni che dovrebbe renderne una quindicina all’anno. Resta da vedere se gli investitori che Mion e soci troveranno non saranno magari collegati a qualcuno degli azionisti della s.r.l. Non sarebbe poi così improbabile e spiegherebbe lo spiegamento di forze scese in campo.

Fra gli investitori potrebbe entrare la nuova proprietà del Venezia, una newco creata apposta negli States e che ha come front man Duncan Niederauer, ex presidente della Borsa di New York, che ha appena sostituito Tacopina nella carica di presidente del club neroverde. La motivazione data al cambio di proprietà e di presidente è stata ricondotta al perimetro sportivo: il Venezia rischia una nuova retrocessione e serve una nuova guida forte per assisterlo nel cammino verso la salvezza. Oltre naturalmente ai soldi per finire tranquillamente la stagione (la proprietà americana sostiene di aver investito in cinque anni 30 milioni).

Ma la contemporaneità degli eventi societari con il disvelamento dei piani per il nuovo stadio, a qualche malizioso potrebbe far venire il dubbio che un collegamento fra le due cose ci sia. Anche perché il sindaco Brugnaro è in vista di rielezione alle amministrative di maggio e per lui sarebbe un bel colpo ricandidarsi con il nuovo stadio in cima al programma. L’operazione quindi avrebbe convenienze per tutti e non solo sotto il profilo dell’investimento. Alla fine il Penzo.2 sembra una carta da giocare non solo per dare una nuova casa moderna al Venezia in vista di traguardi sportivi molto ambiziosi, ma anche per un business in un’area molto importante della città. Non che ciò sia sbagliato o illecito, ma, allora, sarebbe meglio che nel prosieguo fosse rispettata una garanzia cara sia al mercato che al  bene pubblico: la trasparenza.

(ph: imagoeconomica)