«Non aggiornatevi compulsivamente sul virus, aumentate solo il panico»

Pezzullo (Ordine Psicologi Veneto): «La paura è fisiologica e utile, ma i comportamenti “arcaici” come svuotare i supermercati non hanno senso»

Un conto è la paura, un altro il panico. Il clima di terrore che ha preso il sopravvento in Italia in questi giorni, leggendolo sotto una lente psicologica, è largamente ingiustificato. La pensa così il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, Luca Pezzullo, nel cui curriculum c’è anche l’insegnamento di “gestione degli eventi critici di massa”. E l’emergenza da coronavirus indubbiamente lo è.

Dottor Pezzullo, che differenza c’è, tecnicamente, fra paura e panico?
La paura è una reazione fisiologica molto importante e utile, che serve ad attivarci a mettere in atto comportamenti di protezione davanti a potenziali pericoli. E’ normale avere paura davanti ad un rischio epidemico nuovo: ansia per sè e i propri cari, ricerca di rassicurazioni, controllo continuo delle informazioni sono comportamenti frequenti in questi giorni. Ma la paura si riduce se si sa con chiarezza cosa succede e cosa fare. Il panico è invece una reazione incontrollata, in cui la capacità di analisi razionale della situazione si perde completamente: le funzioni riflessive vengono “bypassate” da una serie di comportamenti automatici (etologicamente: di attacco/fuga), in cui la persona cerca di evitare un pericolo che crede essere incombente e molto superiore alle sue capacità di gestione.

Possiamo definire il panico come minimo controproducente?
Gli psicologi dell’emergenza evidenziano però che “il panico aumenta il pericolo”, soprattutto in situazioni complesse in cui è necessario agire con rapidità, ma anche con grande lucidità. In molte evacuazioni di massa, ad esempio, è proprio il panico che induce a mettere in atto comportamenti che paradossalmente uccidono più dell’emergenza stessa.

Il timore di contrarre il virus può causare fenomeni di particolari fobie?
Noi esseri umani abbiamo sviluppato, nel corso del nostro processo evolutivo, una serie di tratti comportamentali particolari, che in origine erano nati per proteggerci. La paura dello sporco o delle malattie, ad esempio, è un comportamento istintivo di protezione, che aiutava gli uomini primitivi ad evitare i rischi infettivi: un compagno con strani sintomi poteva avere una malattia pericolosa, ed istintivamente gli altri gli stavano quindi lontano per ridurre le possibilità di contagio. Idem per lo sporco, o i cibi andati a male: veicoli di infezioni o tossine da cui stare lontani. Questi tratti antichi sono ovviamente rimasti “dentro di noi”, nei nostri “copioni comportamentali” e pronti a riemergere con forza; sono associati a forti reazioni emotive perché derivano da parti del nostro cervello (il sistema limbico), legate alla paura ed ai correlati comportamenti istintivi di sopravvivenza che abbiamo stratificato nell’arco di milioni di anni durante la nostra evoluzione.

Quando scatta il salto nella patologia?
Al giorno d’oggi, questi antichi tratti adattativi possono a volte diventare patologici: ci sono ad esempio pazienti “rupofobici”, ovvero terrorizzati in modo ossessivo dallo sporco anche nella loro vita quotidiana. E’ una enfatizzazione eccessiva e patologica di un comportamento che, in origine, era invece utile. Situazioni di rischio epidemico tendono ad attivare queste parti più antiche dei nostri cervelli, e fanno partire in automatico comportamenti di questo tipo.

Il saccheggio dei supermercati per fare incetta di provviste alimentari e generi di prima necessità come lo giudica, dal suo punto di vista di psicologo?
Per capire i comportamenti umani in emergenza, bisogna sempre rifarsi alla loro origine “etologica” ed arcaica: davanti ad un pericolo percepito, la nostra “mente primitiva” cerca istintivamente di accumulare più risorse  che può, per fare fronte a quello che crede essere un periodo di carestia o di difficoltà a procurarsi cibo. Un comportamento assolutamente coerente, in un contesto storico primitivo. Molto meno adesso, soprattutto in una situazione non catastrofica come questa, dove la logistica della catene di approvvigionamento rende decisamente meno probabili questi scenari “arcaici”.

Che consiglio dà a chi vuole informarsi senza farsi travolgere dall’ansia?
In momenti come questi, aprendo il giornale o scorrendo Facebook si viene sommersi da informazioni allarmistiche di ogni tipo sul coronavirus. Ciò purtroppo attiva uno stato di “allarme psicologico permanente” che tende a distorcere e aumentare il “rischio percepito”, e che ci spinge a cercare ossessivamente informazioni più rassicuranti, esponendoci così ad altre informazioni allarmanti, in un circolo vizioso senza fine.

Ma in pratica, cosa è meglio fare?
E’ fondamentale ridurre la sovraesposizione alle informazioni eccessive (“information overload”): una volta acquisite le informazioni di base su cosa succede e cosa fare, è sufficiente verificare gli aggiornamenti un paio di volte al giorno su fonti affidabili. Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di “allarmi ansiogeni”. E’ difficile rinunciare alla tentazione di controllare le notizie ogni ora, ma deve essere chiaro che è un comportamento che aumenta l’ansia ed è di poca utilità pratica. Inoltre, dobbiamo impegnarci tutti a fermare le fake news sui social: pseudoscienziati, venditori di finti rimedi, teorici del Grande Complotto diffondono solo confusione in un momento in cui invece è fondamentale attenersi alle indicazioni scientificamente fondate di medici e istituzioni.

La chiusura di locali serali, musei, scuole e teatri quali conseguenza può avere, a livello psicologico di massa?
Uno dei principali effetti delle emergenze, e delle emergenze epidemiche in particolare, è la “rottura dei legami sociali” e l’interruzione della “normalità” di ritmi e relazioni che costituiscono la nostra quotidianità. Questo, in un momento in cui invece lo “stare insieme” sarebbe particolarmente importante da un punto di vista pratico e psicologico. Vi è comunque da evidenziare che una breve interruzione delle frequentazioni di attività ludiche o sportive non presenta rilievi particolarmente problematici; può anzi aiutare a prendersi una pausa famigliare più lunga del solito.

Cosa scatta nelle persone che perdono il controllo, come i ragazzi che si sono scontrati in una rissa a Padova con coetanei orientali, accusati di essere “untori”?
Sono sempre in azione meccanismi, ben conosciuti dagli psicologi, della nostra mente primitiva: in situazioni pericolose e complicate, soprattutto davanti a “rischi invisibili”, ci viene istintivo cercare di individuare un “capro espiatorio” semplice e chiaro, cui attribuire (erroneamente) le responsabilità di tutto il pericolo per poterci illudere di tenerlo lontano.Sono i meccanismi di “attacco/fuga” di cui parlavamo prima.

A chi è bene rivolgersi per stati di ansia, panico o disturbi simili? Possono essere utili i servizi di supporto online gratuiti, che stanno già circolando?
In Veneto abbiamo diecimila psicologi che si prendono cura del benessere psicologico di 5 milioni di cittadini, e molti sono già attivi in merito. Primi in Italia, come Ordine del Veneto abbiamo diffuso un Vademecum pratico per indicare ai nostri colleghi come poter essere d’aiuto anche in questi casi. In generale, l’uso di forme di consultazione online si sta diffondendo molto, e sembrano particolarmente adeguate a situazioni di questo tipo; al contempo, il professionista deve valutare sempre con attenzione la loro applicabilità, perché non sono adatte a tutti i casi o problemi.

Come comportarsi con i bambini?
Parlando con loro, senza trasmettere paura, e rispondendo in modo chiaro a tutte le loro domande, e facendoli sentire coinvolti attivamente: “C’è un virus nuovo, che noi non vediamo ma che può creare un po’ di problemi; per cui ci stiamo organizzando per impedirgli di andare in giro a fare del male, e anche i bambini ci possono dare una grande mano a lottare contro il virus”. Nascondere informazioni o dire bugie è la cosa peggiore che si può fare: se il bambino percepisce l’ansia dei genitori, ma loro non gli parlano, lui capisce che c’è un pericolo così forte  “che se perfino i Grandi non riescono nemmeno a parlarne, chissà cosa può fare a me…”. Informazioni chiare, serene, dando indicazioni su cose da fare, e inserendole a volte in storie o giochi per dare un senso di controllo al bambino.

(ph: shutterstock)