La commistione fra scienza e politica nuoce gravemente alla salute

Non solo tuttologi da talk show: anche i medici commettono l’errore di parlare di argomenti su cui non sono competenti. E c’è una certa confusione su chi è davvero “specialista”…

In questi giorni siamo bombardati dalle informazioni sul coronavirus e sui rischi che comporta. È una cosa molto positiva poiché ci aiuta a capire cose a cui non avevamo mai pensato e a comportarci di conseguenza. Constatato che il pericolo che corriamo non è drammatico per la salute pubblica, sebbene serio per alcuni e per le conseguenze economiche, la si potrebbe considerare una grande esercitazione di massa e un momento di educazione collettiva. Candide e Voltaire concorderebbero.

Per utilizzare meglio questa occasione di apprendimento collettivo, vale la pena sollevare la questione degli specialisti che i giornalisti invitano a esprimere la propria opinione. In questi giorni, i più ascoltati sono stati i virologi. Giusto? Non proprio. I virologi studiano le caratteristiche dei virus e cercano i modi per contenerli per mezzo di farmaci. Sono specialisti di microbiologia che, come dice la parola, tratta di cose piccolissime, non di fenomeni complessi, ancor meno di quelli sociali. Gli epidemiologi operano in modo diverso poiché si occupano di tutti i fattori che causano la diffusione di malattie. I virologi studiano i virus, gli epidemiologi studiano come le malattie epidemiche colpiscono la popolazione.

Più che ai virologi quali Roberto Burioni e Ilaria Capua (in foto), i media avrebbero dovuto rivolgersi agli epidemiologi per quanto riguarda la gran parte delle informazioni diffuse. I virologi, riguardo alla diffusione e ai comportamenti, potevano dare solo risposte estremamente specializzate oppure usare un comune buonsenso di cui, come sosteneva Cartesio nell’introdurre il suo Discorso sul metodo scientifico, tutti ne dispongono in abbondanza. Naturalmente, anche gli epidemiologi usano in parte la loro competenza tecnica e in altra il buonsenso quando si tratta di passare dall’analisi scientifica alla gestione del rischio.

Per gestire il rischio essi devono essere affiancati da esperti di comunicazione, sociologi e psicologi. Il tutto sintetizzato dai politici i quali tengono conto anche di altri fattori, tra cui l’economia. Insomma, non basta intervistare gli scienziati, né sceglierli a caso senza distinguere le loro competenze. La competenza di un bravo giornalista o direttore di giornale invece consiste nel conoscere quali domande sollevare e a chi. La migliore scuola di igiene pubblica del mondo (Johns Hopkins Bloomberg School of Publich Health) offre corsi in biochimica e biologia molecolare, statistica medica, ingegneria e salute ambientale, epidemiologia, salute mentale, scienze sociali e comportamentali, salute internazionale con corsi mutuati tra gli altri dai dipartimenti di geografia, economia, sociologia, scienze politiche.

Esiste poi un altro problema: la mescolanza tra scienza e politica. Uno scienziato, per essere davvero autorevole, dovrebbe parlare nei convegni specializzati con i propri pari. Un epidemiologo si può permettere qualche considerazione più generale. Il problema incorre quando uno scienziato o uno studioso, presunto indipendente, accede a cariche politiche o si iscrive a un partito. Può essere utile per lui e per tutti portare competenze tecniche nelle istituzioni, ma si deve prendere atto che le dichiarazioni non saranno più autorevoli come prima in termini scientifici o culturali in quanto mediate dall’appartenenza a un partito. Quando uno scienziato entra in politica e accetta interviste sui media, sorge il dubbio che le sue opinioni, soprattutto se allargate a una sfera in cui non è competente, possano essere pregiudiziali o rispondere a logiche diverse da quelle scientifiche.

La commistione tra scienza e politica fa perdere fiducia nell’indipendenza della scienza dal potere. Se poi si aggiunge l’influenza che hanno le grandi case farmaceutiche nel determinare le politiche sanitarie, questo problema diventa ancora più delicato. Non dobbiamo illuderci che la scienza e l’epistemologia possano essere del tutto a-politiche e non esercitare potere: esse sono profondamente “politiche” e solo in parte “oggettive”, ma la loro autorevolezza deriva dall’essere separate dalla politica e dal potere propriamente detti. Il problema è che oggi la separazione netta tra cultura, scienza e politica (ed economia) è andata in buona parte perduta. Da qui la sfiducia diffusa e il complottismo.