I produttori di vino dei Colli Euganei: «All’estero non capiscono perchè ci siamo fermati»

Viaggio fra le cantine sociali di Vò e dintorni: «Il governo non si è fatto vedere. Non vogliamo elemosine, ma un sostanzioso contributo per ricostruire l’immagine del territorio»

Arriva una telefonata alla Cantina Sociale dei Colli Euganei. E’ un cliente del centro Italia: «Io il pacco con i vostri campioni non voglio neanche aprirlo, butto tutto nella spazzatura». Vo’, quel nome così poetico (deriva da vadum, porto fluviale) è diventato un marchio d’infamia, per gli ignoranti e i paurosi. Stretti nella zona rossa, mummificati in un’apnea che blocca lavoro, relazioni sociali, spostamenti, non ci sono solo 3400 abitanti, ma negozi, uffici, aziende. Soprattutto cantine, il cuore pulsante di un’economia basata sul vino. Madre natura in questo periodo fa «piangere» le viti, ma quest’anno sono lacrime amarissime.

I 600 ettari di vigneti curatissimi non si possono lavorare. Tutto il vino di Vo’ è bloccato, fermo, raggelato in autoclave perché non rifermenti, proprio adesso quando doveva trasformarsi nelle delizie del fior d’arancio, del serprino, del prosecco. Perché non si può lavorarlo, non si può imbottigliarlo, e men che meno spedirlo. L’ordinanza del sindaco, che recepisce le decisioni nazionali, regionali e sanitarie, vieta praticamente tutto, salvo respirare e farsi i tamponi. Pochissime le deroghe, per i servizi essenziali e, per esempio, l’alimentazione degli animali. Per il vino, nessuna deroga.

Sbotta il presidente della Cantina sociale, Lorenzo Bertin: «Lasciassero che almeno i residenti a Vo’ potessero venire in azienda. Abbiamo 17 dipendenti, 14 sono da fuori ma tre, tra cui il direttore, abitano a Vo’. Niente, non li lasciano venire, e qualcosa potrebbero fare. E’ anche una questione si sicurezza, abbiamo macchinari da controllare, non possono essere abbandonati. Il depuratore, per esempio. Così come quello del Comune: chi lo controlla?». Qualcosa si fa con il telelavoro, soprattutto contatti con i clienti, ma la produzione è bloccata. «Lunedì dobbiamo riprendere, stiamo chiedendo a tutti come poter fare. Ma chi è l’interlocutore? «Abbiamo chiesto al sindaco, al prefetto: nessuna risposta».

Che sia la Regione, il Ministero della Salute, l’Ulss? Intanto si è paralizzato l’imbottigliamento che doveva partire: 30/40 mila bottiglie al giorno, in due turni, pieno ritmo per arrivare a 200 mila. E non possono arrivare le bottiglie, i tappi, le etichette. E mentre non sono partiti i camion cisterna con 600 ettolitri da consegnare, e rimane inevaso un ordine da 40 mila bottiglie di fior d’arancio in Germania e Spagna, il ritardo fa paura. Si ferma un meccanismo da 5 milioni di bottiglie l’anno, con 550 soci, 30 milioni di fatturato. Dice il direttore-enologo Giancarlo Benato: «Se non partiamo subito con la lavorazione, perdiamo il mercato di Pasqua. Ci vogliono 28 giorni per spumantizzate il vino, e per Pasqua bisogna consegnare ai primi di aprile, anche all’estero». E’ una corsa contro il tempo. E sperando che la «zona rossa» venga tolta venerdì prossimo.

Perché il pericolo maggiore alla fine è un altro: ogni giorno che passa con Vo’ come epicentro conclamato del coronavirus, è un’altra martellata sui chiodi della sua crocifissione. «Siamo diventati un paese appestato», constata Marco Calaon, presidente del Consorzio Vini Doc Colli Euganei. Alcuni clienti hanno rimandato indietro le cisterne dei vini padovani, anche le bottiglie sono state rifiutate nelle Marche. E quali saranno le conseguenze sul medio periodo, nella grande distribuzione per esempio? Farà paura l’etichetta Colli Euganei?

Ma è l’Italia che ha paura, in preda alla psicosi. Essì che il vino non trasmette contagio, anzi essendo etilico casomai disinfetta. Dall’estero si sorprendono. Lo testimonia Salvatore Lovo, titolare della cantina Terre Gaie, che in 14 anni è diventata un colosso. Raccoglie l’uva di 58 viticoltori, produce 4 milioni di bottiglie. «Sono rimasto da solo qui in cantina – dice Lovo – Tutti dipendenti a casa. Passo le giornate al telefono, mi chiedono le consegne dalla Germania, da Singapore, da Boston, da Seattle. E trasecolano quando spiego che è tutto bloccato. ”A Berlino ci sono 70 mila persone con l’influenza, ma funziona tutto”, mi dice il mio corrispondente. Sono esterrefatti, nessuno di loro ha paura. Ma pretendono la puntualità, e abbiamo fermi 3600 ettolitri in autoclave, pronti per imbottigliare 70/100 mila bottiglie la settimana. Difficile calcolare i danni, li vedremo più avanti».

I danni: quelli all’immagine sono devastanti, dopo anni e anni spesi, riuscendoci, a valorizzare un territorio e i suoi prodotti. Quelli all’economia reale saranno tangibili e calcolabili fra mesi. Ma giovedì, in una riunione a Vo’ presente il sindaco, si è già delineata una strategia. La spiega Marco Calaon, che c’era: «Non ci interessa proprio che ogni azienda riceva poche migliaia di euro. Ma il ristoro del governo dev’essere un contributo sostanzioso, in un unico contenitore, per ricostruire l’immagine di questa zona. Un progetto di promozione del territorio di largo respiro e durata: per ridarci dignità. Ma che si facesse vedere, questo governo!». Non un’anima governativa, nella zona rossa. Ci andasse Luca Zaia, sarebbe ovviamente campagna elettorale: ma il prefetto non viene eletto da nessuno, è super partes. Lo aspettano, a Vo’, per non sentirsi carne da virus abbandonata.

Per ora sono arrivati solo divieti: forse cadrà quello di poter lavorare (senza contatti esterni) per i residenti; forse cadrà anche quello che blocca l’attività del Consorzio Doc, che paralizza anche le molte aziende fuori dalla zona rossa che non possono procedere con le certificazioni. E’ un iter complesso, sede del Consorzio è Vo’, come pure quello della società di controllo, la Valore Italia, e anche le etichette, contate una ad una, sono lì. Anche qui la catena dei ”no” si riflette sulle cantine, sull’imbottigliamento, sulle spedizioni. Tutto per 4 persone che non possono lavorare. E che vengono pagate, come tutti i dipendenti «sospesi». Pareva fosse pronta la cassa integrazione, adesso pare ci penserà l’Inps richiedendo un certificato di malattia, ma i medici nicchiano. Burocrazia sempre in agguato.

Non solo la sofferenza delle sessanta cantine della zona rossa. Lì ci sono anche 20 agriturismi, la più alta concentrazione in quell’angolo delizioso. Oggi morti, cancellati, chissà se Pasqua vorrà dire resurrezione, per loro. Si teme di no: anche nella «fascia gialla», la zona allargata, incombe la nube del morbo. Disdette, cancellazioni, tavolate e prenotazioni annullate, c’è chi ha perso centinaia di clienti, e per tutto marzo, e aprile. «Almeno mille euro di perdita al giorno, per ora», calcola Diego Scaramuzza, presidente di “Terranostra“, che raggruppa il 60 per cento degli agriturismi veneti. Poi, come in un girone infernale, le conseguenze sono a cascata: il ministro della sanità rumeno impone 14 giorni di quarantena per chi arriva da Veneto e Lombardia? E i rumeni che sono qui rifiutano il lavoro nei campi proprio quando l’attività agricola riprende…

Tutto fermo, ma frementi per la ripartenza. Via Facebook è scoppiata l’idea, con hashtag ad effetto: “VaInMonaAncaElCorona“, e con uno slogan secco secco: “Go to Vo”. La grande festa della resurrezione è organizzata per il 29 marzo, tutti in piazza «meglio se su due ruote» e poi spargersi a mangiare e bere nei locali per aiutare «dal basso» una popolazione stracolpita. Tutto questo «appena le misure di contenimento saranno revocate e la situazione sarà tornata tranquilla». La zona rossa, sulla carta, dovrebbe essere sbaraccata il 6 marzo. Sono già arrivate, in un giorno, centinaia di adesioni.

(Ph. Facebook – Cantina sociale Colli Euganei)