S’io fossi virus, in quarantena ci manderei…

Catalogo delle infezioni al cervello di una settimana da paura

S’i fosse virus, arderei la prima settimana di isteria in un bel falò purificatore. Con rispetto per i pompieri della politica e dell’informazione.

S’i fosse virus, ad Attilio Fontana, presidente leghista della Lombardia in cerca del suo quarto d’ora di esibizionismo, farei indossare la mascherina sugli occhi: non è come il prosciutto, ma rende l’idea. Fare contro-allarmismo ricorrendo al gesto più allarmista che possa esserci meriterebbe l’isolamento a vita da ogni futura elezione, ma ci si accontenta.

S’i fosse virus, faremmo rileggere a Luca Zaia, presidente leghista del Veneto sotto evidente stress da insonnia, le parole che ha pronunciato lui, non qualcun altro, in una trasmissione televisiva a un giornalista evidentemente troppo basito per fargli notare la loro enormità: «Sa perchè noi dopo una settimana su 116 positivi dei quali 63 non hanno sintomi stanno bene e ne abbiamo solo 28 in ospedale? Perchè l’igiene che ha il nostro popolo, i veneti e i cittadini italiani, la formazione culturale che abbiamo, è quella di farsi la doccia, di lavarsi, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale particolare. Anche l’alimentazione, le norme igieniche il frigorifero, le date di scadenza degli alimenti… Cosa c’entra? C’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia perchè comunque li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi e robe del genere… è un fatto anche di corredo. Il virus non deve trovare un ambiente che diventa un sostrato, il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale… e noi siamo un po’ maniaci in questo». Una persona normodotata nell’udito e di media capacità di comprensione capisce questo: mentre il Veneto brilla come la sede di una ditta svizzera di pulitura con il titolare ipocondriaco, in Cina hanno abitudini dietetiche pericolose che possono aver avuto la loro parte nell’origine dell’infezione. L’interpretazione esatta, secondo l’autore delle frasi, è invece questa, affidata a Marco Imarisio del Corriere della Sera: «Quella frase mi è uscita male, d’accordo. Se qualcuno si sente offeso, mi scuso. Non era mia intenzione fare il qualunquista e tanto meno generalizzare. Intendevo fare una riflessione più compiuta. Volevo parlare delle fake news e dei video che hanno girato prima che l’epidemia arrivasse da noi. Hanno preparato la culla per il neonato. Qui non è arrivato il virus, ma il virus della Cina. Prova ne sia l’aumento esponenziale della diffidenza nei confronti dei cinesi, creata dai social. Volevo solo dire che le certificazioni sul fronte della sicurezza alimentare e sanitaria variano da Paese a Paese. Era una riflessione a 360 gradi su un Paese che ha metropoli moderne e altre zone che sono il loro esatto opposto. A differenza della Sars che è del 2003 e dell’aviaria che è del 2006, questo è il primo virus dell’era digitale. L’informazione in tempo reale, vera o falsa che sia, coinvolge tutti noi, condiziona le nostre scelte e i nostri comportamenti. Dobbiamo abituarci a creare modelli diversi di approccio, anche comunicativo». Ecco, se il modello di approccio è dire una cosa per dirne un’altra, prima offendendo un intero popolo con cui fra l’altro il Veneto ha fior di relazioni economiche per poi spiegare che l’intenzione era tutt’altra, si consiglia a Zaia di cambiarlo immantinente. Il suo. Schiarendosi magari le idee sui famosi “social”: se ce l’ha con Facebook, Twitter e Instagram o con Youtube, bastava dire di avercela con Facebook, Twitter, Instagram o Youtube (tutti statunitensi, fra l’altro). Non con i cinesi. Oppure era sufficiente, anzichè arrampicarsi sugli specchi, ammettere di aver detto una cazzata.

S’i fosse virus, cercherei di dare una calmata a Rocco Casalino, ombra e mente della comunicazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, onde fargli venire un mezzo dubbio sull’opportunità di sparare il volto serafico del premier in tramissioni che mettevano già angoscia prima, come quelle di Barbara d’Urso o Massimo Giletti, a maggior ragione se contemporaneamente il viso timido di quel serissimo ragazzo che è Roberto Speranza, ministro delle Salute ultimo giapponese di Bersani, non si vede più da quando il governo dichiarava che era tutto sotto controllo. Un po’ meno tv del dolore e dell’odore (di trash), un po’ più ministro addetto a comunicare quel che fa, e Casalino sedato, e saremmo tutti meno ansiosi.

S’i fosse virus, correrei ad abbracciare don Livio Fanzaga, sacerdote di Erba (chissà se per lui si scrive con la minuscola, con pochi grammi comunque è lecito uso personale), che su Radio Maria, sempre da non perdere, se n’è uscito con una perla del genere “mistico pulp” del seguente tenore: «La natura è ormai ostile a noi e con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è arrivato in un momento propizio, basta ascoltare il messaggio della Madonna di Medjugorie dato a Ivan il 17 settembre, nel quale afferma che si sta realizzando il periodo di Satana». Un avvertimento della Madonna (scritto con riverente maiuscola) per indurre i fedeli poco fedeli alla riconversione. Se non ci fossero preti così, bisognerebbe inventarli. Altrimenti, l’occhiutissima gerarchia ecclesiastica, a parte i sacerdoti colpevoli di atti impuri verso minori e dediti a una vita diciamo pagana nel privato, a chi mai potrebbero indirizzare i loro silenziosi biasimi?

S’i fosse virus, mi auto-ungerei di modestia e con fare sommesso, umile, da ultimo della classe, mi recherei da Massimo Gramellini, eloquentissimo spacciatore di ovvietà sulla inarrivabile prima pagina del Corriere della Sera, per suggerirgli paragoni un pelino meno audaci. Definire «il nostro Churchill» l’immunologo Roberto Burioni, che la sua figuraccia da esternatore seriale l’ha rimediata scusandosene poi con la collega virologa Maria Rita Gismondo (aveva osato contraddirlo, la improvvida collega), farebbe salire la febbre a quaranta e rotti pure a un plurivaccinato straimmunizzato ultraquarantenato che per passare il tempo legge solo i libri di Burioni.

S’i fosse virus, diremmo due paroline pure al signor Matteo Salvini, il Capitano di una barca piena di voti di cui però non sa che fare. Messo all’angolo all’opposizione da un governo che rischia di farci morire contiani (Conte 1, Conte, 2, Conte 3, Conte 4, e mi fermo altrimenti si infiamma la pochette…) perchè in Italia non c’è forza più potente del nulla, Salvinee ha cavalcato al galoppo il panico generale con la più bieca e banale strumentalizzazione di parte a cui siamo per altro avvezzi. Poi, seguendo le trame del suo alter ego perbenista Giancarlo Giorgetti, ha tentanto la carta scrausa del governo di unità nazionale, facendosi snobbare pure dall’alleata Giorgia Meloni. Corre voce che i leghisti, fino a non molti mesi fa acerrimi nemici a parole dell’Europa delle banche, ora abbiano dimenticato anche queste e vadano in polluzione notturna al sogno di un Mario Draghi primo ministro che niente avrebbe da invidiare, anzi, a Mario Monti a suo tempo odiatissimo. Certo che come morbo son forte, eh: mi attacco al cervello che è un piacere.

S’i fosse virus, farei strage di intelligenze in parecchie redazioni di giornali. E non mi riferisco soltanto a Libero dell’ormai scalfarizzato Vittorio Feltri, ma anche della sussiegosa Repubblica, avamposto partigiano della Repubblica fondata sull’antifascismo, ma anche sul doppiopesismo. Il quotidiano che se la dà da Organo Unico della Razionalità illuminista non si è risparmiato in articoli sugli “untori”, su “Mezza Italia in quarantena”, su “Paralisi da virus” e altre titolazioni che non hanno avuto niente da invidiare ai colleghi di destra. Però, mettiamoci d’accordo: io, che son virus, sono l’apocalisse che tutti si aspettavano per toglierci di torno il Conte di cui sopra, che sta un po’ sulle scatole anche alla sinistra pensosa, oppure, nel giro di qualche giornata, sono diventato poco più di un’influenza che non merita tanta ossessione?

S’i fosse virus, spiegherei ai lettori che è comprensibile si siano stufati dell’atmosfera da bollettino di guerra, ma i propagatori di paura non è chi dà le notizie dei morti, dei contagi, dei provvedimenti delle Regioni e delle chiusure di scuole, università, musei e locali notturni, ma chi le confeziona in un modo che meriterebbe come minimo una bella ramanzina dall’Ordine di categoria. Oppure, semplicemente, smettendo di comprare certi giornali e cliccare sui loro siti online.

S’i fosse virus, una perlustrazioncina lassù nei glaciali palazzi dell’Unione Europea la farei, per sapere come mai neppure sulle linee di condotta in materia sanitaria l’intoccabile Europa riesce a materializzarsi. Poi dicono che uno si butta sull’anti-europeismo…

S’i fosse virus, agli aggressori di cinesi in Italia, i quali si sono comportati in maniera esemplare, auto-isolandosi se provenienti dal suolo patrio e tenendo un atteggiamento responsabile di bassissimo profilo, qualche sintomo lo farei venire. Così sbolliscono gli ardori ai domiciliari, con cura Ludovico apposta per loro: sorbirsi tutti i documentari esistenti sul pianeta sulla storia della Cina da quando nel 221 a.C. Qin Shi Huangdi unificò i bellicosi regni locali e creò il primo Impero fino al siderale sviluppo capitalistico degli ultimi trent’anni a cui dobbiamo la crescita economica mondiale (devastando l’ambiente terrestre, ma questo non lo dice nemmeno la pulzella eco-sostenibile Greta Thunberg, quindi…).

S’i fosse virus, mi farei quattro chiacchiere con gli adoratori del nuovo totem, lo smart working, che sembra la panacea di tutti i mali del lavoro ma in realtà è un ingegnoso modo per metterlo in quel posto ai lavoratori facendoli lavorare di più abbattendo il confine fra professione e privato e rendendo tutti reperibili a qualsiasi ora. Geniale.

S’i fosse virus, ringrazierei le Sardine di esistere. Complice la reclusione casalinga delle masse, Santori e compagni parlano alla Nazione dal sacro pulpito di Amici di Maria De Filippi donandoci pensieri fortissimi tipo questi: «Basta paura! Pratichiamo la bellezza. Ovunque. Basta volerlo!» (Jasmine Cristallo); «Cambiare noi stessi è gratis. Salviamoci con la cultura e l’amore» (Lorenzo Donnoli); «La paura: un sentimento che preannuncia che stai per passare dall’ordinario allo straordinario. I ragazzi qui dietro stanno avendo paura. Noi stessi abbiamo avuto paura. E questo è il nostro augurio. Di avere paura, di superarla. Ogni giorno. Perché la bellezza è a portata di mano» (Mattia Santori). La banalità del bene può quasi fare più paura della banalità del male. Io sinceramente di paura ne ho una fottuta, di anime belle così.

S’i fosse virus, mi guarderei bene dall’avvicinarmi ai sindaci e governatori regionali del Sud a cui non è parso vero di prendersi la rivincita morale sui polentoni del Nord chiudendo le frontiere interne, fornendo una versione diciamo ritorsiva del federalismo che a questo punto sarà meglio non realizzare mai, nell’Italietta dei campanili e dai campanacci da lebbrosario improvvisato.

S’i fosse virus, come non sono e non fui, direi che la serietà, la prudenza, l’autocontrollo sull’emotività, la distanza di sicurezza dal melodramma, nel nostro Paese sono le malattie che non contrarremo  mai. L’amuchina del buonsenso è più cara di quella su Amazon. E non si compra da nessuna parte.

 

(ph: foto gentilmente concessa dall’attore vicentino Piergiorgio Piccoli. S’i fosse virus, non gli stringerei la mano per gratitudine)