La vita ai tempi del Coronavirus: ogni uomo è un’isola

No a messe e manifestazioni culturali, sì a centri commerciali e telelavoro. La comunità è morta: prendiamone atto

La polemica sulla virulenza del Coronavirus è aperta: per uno scienziato che ne minimizza l’incidenza e la pericolosità, un altro ne evidenzia la letalità e la velocità di propagazione. Se i competenti hanno opinioni discordanti, la politica agisce a seconda degli umori e delle paure dei cittadini più che secondo una razionalità scientifica sempre invocata e costantemente elusa. Ma non è questo a preoccuparci. A preoccuparci è un effetto della quarantena imposta prima nel Lombardo-Veneto e poi in Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria. La scomparsa pressoché totale di ogni evento comunitario senza che nessuno protestasse o ne sentisse la mancanza. Performance artistiche, musica live, musei, manifestazioni liturgiche, raduni associativi, eventi sportivi: tutti soppressi e rinviati a data da destinarsi senza che qualcuno abbia azzardato anche solo una richiesta di un perché.

Ferocissimi scontri politici fra populisti-sovranisti e progressisti su cosa sia la comunità, su chi le appartenga o meno, sulla legittimità o meno di determinate manifestazioni collettive, e poi al primo accenno di pericolo tutti concordi nel sopprimerne le manifestazioni vitali. Come se tutte le polemiche su questa benedetta comunità, sulle aggregazioni che rivitalizzano quartieri e territori, ecc… fossero mere beghe da salotto, discorsi teorici senza alcuna incidenza pratica sulla nostra vita di cittadini. Il nostro dubbio atroce è che in fondo sia proprio così: la comunità di cui tutti parlano è morta, ad essere evocato nei discorsi di artisti, politici, militanti, educatori è il suo spettro.

L’unico dato che sembra preoccupare tutti, non a caso, è quello economico: Federvivo, in un comunicato ufficiale, calcola in 101 milioni di euro i danni causati da una settimana di sospensione totale delle manifestazioni artistiche live, e invoca misure straordinarie di tutela economica di artisti e tecnici. Tutto giustissimo e sacrosanto, ma ci viene da chiedere: dopo infinite discussioni sul valore pedagogico e di educazione morale dell’arte, sospenderne le manifestazioni dal vivo è un mero problema economico? Come se ad essere sospesa fosse la produzione di fornetti o macchinette da caffè? Un’ ulteriore prova è data da quali attività e quali luoghi di raduno sono stati colpiti dalle ordinanze: mentre a Milano o Padova si sospendono live acustici con pubblico pagante di 30 persone distribuiti in sale da 100 m quadri, centri commerciali e supermercati vengono presi d’assalto registrando numeri record, provocando code, calche e assembramenti che sembrano fatti apposta per diffondere il contagio.

Si dirà: l’arte mica è fondamentale per la tenuta comunitaria di una nazione, in fondo si può stare senza il bello per una settimana, due settimane o un mese senza che la vita ne risenta. Passiamo dunque alla religione, su cui per mesi ci sono state aspre battaglie: un Paese tradizionalmente cattolico come l’Italia sospende funzioni liturgiche (dalle messe ai funerali) senza battere ciglio, in perfetta osservanza delle ordinanze firmate dal ministro della salute e dai governatori delle 5 maggiori regioni del nord. La tanto decantata (o deprecata) funzione di cementificazione del popolo italiano da parte della Chiesa cattolica viene sospesa da un giorno all’altro, nel silenzio di tomba generale tanto dei fervidi sostenitori che dei detrattori. Dio e il suo popolo di fedeli si dileguano davanti ai primi pericoli di un’epidemia, mentre bar, supermercati e centri commerciali rimangono aperti senza che nessuno obbietti. I templi del consumo resistono e fatturano, mentre le più antiche cattedrali chiudono nell’indifferenza persino dei propri fedeli.

Ciliegina sulla torta: molti lavoratori del Nord hanno provato per la prima volta il telelavoro, e i social traboccano della felice scoperta di quanto sia bello lavorare dal proprio pc di casa, senza la rottura degli spostamenti in auto o sui mezzi pubblici, della vicinanza dei colleghi, dell’attraversare città sempre più vuote ed anonime. Persino lavorare assieme ad altre persone, la base minima da cui sorge l’idea di una comune condizione economico-sociale e un sentimento di simpatia e solidarietà verso l’altro, viene ormai vista come un inutile residuo del passato. Perché – diciamocelo – ormai ci pensiamo come tante isole autosufficienti dotate di pc, wi-fi, smartphone i cui approvvigionamenti (dal cibo ai vestiti) arrivano tramite corrieri che potrebbero essere pure automi per quanto ci interessa, e lo svago (dalla musica ai film, dalle serie all’informazione) lo attingiamo dal web. La comunità e le sue manifestazioni sono un residuo del ‘900, un ricordo del passato, uno spettro con cui conviviamo annoiati e che il Coronavirus ha fatto scomparire senza nemmeno ce ne accorgessimo.

(In foto screenshot dal trailer del film Cast Away)