Mancano letti e infermieri. Ma tranquilli: ora c’è il droplet

Dieci punti per capire le cause, e non solo gli effetti, della virus-mania. Pensando alla salute

10° giorno di contagio. Che cosa ci ha insegnato finora l’epidemia di coronavirus?

1. Che da gennaio a oggi l’Italia, inteso come Stato, governo e Regioni, ha assunto un atteggiamento solo in apparenza scandalosamente incomprensibile nell’ondeggiare fra estremi opposti. Prima rassicurando un po’ troppo (il premier Conte e il ministro della salute Speranza), poi precipitandosi a chiudere l’Italia del Nord; e a rovescio, dapprima invocando la quarantena obbligatoria per tutti coloro che giungevano dalla Cina (ma con gli scali aerei intermedi, come si faceva?), richiesta avanzata dai due presidenti di Regione a guida leghista, Zaia e Fontana, poi, allo scoppiare del focolaio a Codogno e Vò Euganeo, non potendo reggere il black out economico e sociale, perdendo la testa con gaffes sesquipedali (la sceneggiata con mascherina di Fontana, l’uscita di senno sui topi vivi di Zaia). Segno evidente della schizofrenia fra l’esigenza di tutela sanitaria da un lato, e dall’altro la necessità di non contrariare l’economia produttiva, assecondando il bisogno di normalità tornato presto a farsi sentire.
Perché abbiamo detto apparentemente scandaloso? Perchè la preoccupazione che non fa dormire la notte le autorità pubbliche non viene solo dalla triste contabilità dei morti, ma dalla mancanza di infermieri e di posti letto che farebbe implodere il nostro sistema sanitario di fronte a un’epidemia che, se i contagiati sintomatici dovessero diffondersi a macchia d’olio in particolare fra gli anziani, evolverebbe in pandemia. Il report “Lo stato della sanità in Italia” 2019 dell’Ufficio parlamentare di bilancio scrive che i tagli di fondi nell’ultimo decennio, stimati in una forbice fra i 30 e i 40 miliardi di euro, hanno avuto sulle cure «conseguenze all’accesso fisico ed economico, soprattutto durante la crisi, e uno spostamento di domanda verso il mercato privato». L’insufficienza di personale e di strutture è visibile proprio in questi giorni di emergenza, nella precettazione degli operatori negli ospedali di Lombardia e Veneto (che ha 500 letti disponibili per i malati in terapia intensiva, e con un eventuale picco ai 13 degenti attuali potebbero sommarsi gli arrivi delle Regioni vicine). Ci è voluto il Covid-19 per svelare la privatizzazione di fatto del diritto costituzionale alla salute. Segnarselo per le elezioni regionali di primavera e le prossime politiche.

2. Che la subitanea reazione popolare (paura atavica che ha fatto disdire prenotazioni negli alberghi, ferie forzate nelle aziende, semi-desertificazione di mercati e piazze), registrando solo qualche voce isolata di dissenso (Sgarbi e pochi altri) sulla serrata di teatri, mostre e luoghi di culto, instilla un atroce dubbio: come reagiremmo se il virus fosse non soltanto molto contagioso, ma anche molto più letale di quanto in effetti è? Non vorremmo fare i catastrofisti, ma non sembra peregrino immaginare delle escalation non immuni da violenze. L’istinto di autoconservazione è il più forte, il più aggressivo, il meno prevedibile.

3. Che di contro, la voglia di riprendere ritmi e abitudini normali di vita dopo appena qualche giorno conforta almeno sull’indisponibilità a rinunciare a ciò che è più caro (lavoro, divertimenti, svaghi, un minimo di serenità) una volta compreso che il pericolo ha una consistenza relativa. Nello scorso weekend non sono mancati esempi di locali che, agendo sui codicilli all’italiana – ma in questo caso potremmo dire: fortunatamente – hanno mantenuto la programmazione di spettacoli dal vivo, per la gioia degli irriducibili del sabato sera.

4. Che al di là dell’isterismo che inizialmente ha provocato saccheggi di supermercati e corse ad accapparrarsi mascherine (del tutto inutili nella stragrande maggioranza dei casi), il contegno dei cittadini chiusi dal cordone sanitario è stato mirabile, mentre gli episodi di intolleranza e violenza a danno di cinesi, gravissimi nella loro stupidità delinquenziale, sono stati tutto sommato pochi. Questo fornisce una contro-speranza rispetto al punto 2.

5. Che lo scontro pienamente in atto tra dovere di autodifesa della sanità pubblica e diritto del mondo del lavoro a non fermarsi, pena l’immediato incartarsi con effetti a lungo termine su ordinativi, commesse e compravendite, ha mostrato un inedito dissidio fra politica ed economia. La prima, difatti, è solitamente pronta a rincorrere, più o meno deferentemente, i desiderata della seconda (tanto che ormai si può considerare il Politico come l’amministrazione delegata dell’Economico). Questa volta, anche da parte delle sue frange più accondiscendenti (la Lega beniamina del ricco tessuto di piccole e medie imprese lombardo-venete), il pubblico l’ha avuta vinta. Ma pagando un prezzo salatissimo, non colpevolmente, o non del tutto (vedi punto 1 e punto 2).

6. Che la decisione di procedere al contenimento militarizzato delle zone rosse (o cluster, come dicono i cugini d’Oltralpe) per i motivi di cui al punto 1, se ha dato un segnale di tregenda entro e fuori dai confini nazionali, a parere degli esperti di virologia (quelli veri, non Alba Parietti) permetterà di studiare meglio le condizioni di sviluppo del virus. La Francia, secondo focolaio d’Europa, ha stabilito diversamente? Il sistema sanitario nazionale francese vale 85 miliardi l’anno, ha gravissime deficienze paragonabili a quello italiano, che invece costa 147 miliardi (dati 2015). Monsieur le President, Emmanuel Macron, vuole ovviamente tagliarlo ancora di più. Ora, se in omaggio alla nostra smania esterofila di confronto dobbiamo prendere esempio da un altro Paese, la République dell’égalitè, libertè etc non è esattamente il modello migliore.

7. Che il mercato, il dio mercato, non dimostra di corrispondere alla precisione a quell’allocazione razionale di risorse che insegnano nelle università appestate dal liberismo spinto. In soli due mesi la birra Corona, soltanto perchè il nome richiama il virus, ha visto evapora 285 milioni di dollari di ricavi. Ludwidg von Mises, ma va a da’ via i ciapp.

8. Che nonostante il rinvio di Juve-Inter, che è un po’ come rinviare la Pasqua per i cattolici, non si è assistito a manzoniani assalti ai forni calcistici da parte dei tifosi, circoscrivendosi le polemiche a un durissimo attacco dell’ad della società nerazzura, Giuseppe Marotta, contro la Lega (e, senza citarla, contro la Juventus). Potenza del morbo: è riuscito a tacitare perfino il sotto-gruppo di popolazione più ferocemente attaccato ai rituali obbligatori, i fan del pallone.

9. Che il capitolo sulla peste del romanzo “I Promessi Sposi” del Manzoni è usato come riempitivo dai commentatori e redattori nelle rubriche e nelle pagine di opinioni o cultura per esorcizzare l’ansia. Ottenendo l’effetto opposto. Ma il capolavoro dell’ansiogeno con ricadute esilaranti è nella regola contenuta nell’ultimo decreto d’urgenza del governo Conte: il “droplet“, l’obbligo di mantenenersi a distanza di un metro in luoghi aperti al pubblico.
“Che fa, scusi?”.
“Le sto dando la mano, per educazione. Me la sono anche lavata non più di cinque minuti fa”.
“Ma come si permette? C’è il droplet!”.
“Il che?”
“Il droplet. Si tenga a una metro altrimenti la denuncio. Stia a un metro, guardi che ha sconfinato”.
“Ma ero sì e no a 70 centimetri”.
“Appunto. Lei sta contravvenendo all’ultimo decreto”.
“Ma io ero rimasto a quello dell’altro giorno”.
“Si informi, ieri sera ne è uscito un altro. Chiunque può essere portatore di virus, lo sa?”.
Lei invece è un cretino, lo sa? S’informi”.

10. Che a conti fatti, il detto “prima la salute” ha risvolti negativi pesanti sia sul business (“prima gli affari”) sia sui desideri e le certezze consolidate dell’individuo (“prima vengo io, poi tutti gli altri”). Ma il punto 1 e il punto 5 pesano come una mazzata. Decidiamoci: vogliamo la sicurezza di essere curati gratuitamente e universalmente, senza subire lo scotto di salassi nel portafogli e nei piaceri? Allora bisogna rivedere le priorità nella spesa pubblica e soprattutto nel modo in cui è gestita. L’animale impolitico prima o poi deve fare i conti con la politica. Altrimenti, non dandosi in natura la botte piena e la moglie ubriaca, ci rimette comunque.

(ph: shutterstock)