Brazzale non correrà contro Zaia. Accordo in vista con il Partito dei Veneti?

L’imprenditore corteggiato dalla formazione autonomista come candidato governatore resterà in azienda. Guadagnini in pole. A meno di una rinuncia alla corsa in nome dell’autonomia

Manca solo l’ufficialità ormai: Roberto Brazzale, l’imprenditore caseario di Zanè (Vicenza), non sarà il candidato alla presidenza della Regione per il Partito dei Veneti. La formazione nata dall’unione dei vari movimenti autonomisti e indipendentisti dovrebbe schierare al suo posto, sempre che non rinunci alla corsa in proprio, il consigliere regionale uscente Antonio Guadagnini. La sfida a Luca Zaia, dato per stra-favorito, si presenta ora in una luce molto diversa: l’industriale vicentino, noto per le sue iniziative illuminate in materia di welfare aziendale (famoso il suo bonus per i dipendenti procreatori) e per le sue convinzioni da sfegatato liberista no euro, poteva rappresentare una minaccia potenzialmente seria per l’attuale governatore. Non, naturalmente, mettendone in dubbio la vittoria, ma erodendone parte dell’elettorato, insofferente alla Lega sovranista di Salvini e deluso, soprattutto, dalla mancata attuazione dell’autonomia, plebiscitariamente votata in un trionfale referendum di tre anni fa.

E sarà proprio l’autonomia la parola-chiave per capire quale sarà la strategia politica del Partito dei Veneti in vista delle elezioni regionali. Se infatti su questo fallito traguardo c’è molto risentimento contro il Carroccio di cui Zaia è qui massimo esponente, fra i venetisti – termine improprio ma che rende l’attaccamento quasi religioso alla “patria veneta” dai suoi supporte sanguigni – deve essersi imposta la consapevolezza che fargli la guerra, elettoralmente parlando, non porterebbe a risultati significativi. Insomma, equivarrebbe sostanzialmente a un suicidio politico. Se la forza stimata del presidente, al netto delle ripercussioni che teoricamente potrebbe comportare l’emergenza del coronavirus, è data ben al di sopra del 50% dei voti, muovere all’arrembaggio con una sigla che oltre all’azione da guastatori non andrebbe, potrebbe rivelarsi un boomerang per gli irriducibili autonomisti.

Brazzale ha resistito per mesi alle loro insistenti avances, ma alla fine, da quel che dice chi lo conosce bene, ha optato per restare in azienda. A questo punto, con Guadagnini capofila, il Partito dei Veneti sembra avviato a un accordo come minimo possibile, per non dire probabile, con Zaia, fondato sulla bandiera dell’autonomia. Che potrebbe giungere fino al ritiro dalla competizione. Dopotutto è stato Zaia ad avere il merito di aver fatto votare i veneti, sancendo nella maniera più democratica e plateale il consenso amplissimo e trasversale di cui gode l’idea di un autogoverno della Regione. E se è vero che ha il demerito di appartenere a un partito che non è più federalista ma neo-nazionalista e che nel governo Conte 1, imperante Salvini, non ha fatto sfracelli per portarla a casa, è anche vero che lui, personalmente, ne è rimasto sempre alfiere e paladino.

Guadagnini & C potrebbero, più o meno obtorto collo, guardare il bicchiere mezzo pieno, sorvolando sulla contraddizione fra Lega veneta e Lega a Roma, fra autonomismo e sovranismo, pur di aderire al blocco di centrodestra che sostiene Zaia nel sogno – idealistico, velleitario o furbesco lo decideranno gli elettori – di trasformarlo o gabellarlo come un “fronte popolare” del Veneto, la prova generale di un partito del territorio che vada oltre destra e sinistra. Per ora fermandosi, come in realtà da sempre, al versante di destra, sia pur à la Zaia: neo-dorotea ed estremamente pragmatica. Forse troppo, per chi aveva visto nel Partito dei Veneti la garanzia di una lotta a oltranza per l’autonomia.