Virus, ci aspetta un calcio virtuale

Le partite a porte chiuse accelerano un processo avviato da tempo: il passaggio dallo stadio al televisore. Analisi di una scomparsa eccellente: la realtà

E se il calcio dovesse finire la stagione a porte chiuse? È uno degli scenari possibili nel caso che le misure preventive (prese finora a termine) non siano sufficienti a contenere il contagio del virus. E quindi partite solo in televisione. Per tutti o solo per chi è abbonato o compra l’evento?

Ipotesi che fanno vacillare la serenità di milioni di tifosi, che mettono in crisi le loro radicate abitudini legate a una scansione del calendario che ormai fa parte del loro stile di vita. È da un secolo che le tempistiche del calcio orientano le giornate degli appassionati, costretti negli ultimi due decenni ad adeguarsi alle nuove calendarizzazioni delle partite imposte dal dominio delle televisioni sulle ragioni dello sport.

Una cosa è certa: la svolta imposta dal coronavirus renderà ancora più pregnante, invasiva e condizionante la dipendenza dalla telecronaca. Perché l’unico modo che ha il calcio di arrivare a fine stagione è giocare a porte chiuse. Le soluzioni che restano, sennò, sono: bloccare i campionati sine die o annullarli o farli finire con le classifiche alla data dello stop.

Si andrà dunque avanti via etere o satellite o web, non c’è alternativa. E il calcio diventerà uno spettacolo virtuale ancor di più di quanto già non lo sia e i network moltiplicheranno i ricavi perché aumenteranno gli abbonati e gli acquisti di telecronache on demand. E saliranno anche i costi degli spot e delle sponsorizzazioni, milioni di euro in più.

È una accelerazione imprevista e imprevedibile a un processo già molto avanzato che sta trasformando il calcio da sport a show business, approfittando della sua valenza di medium globale e trasversale a culture, politiche e latitudini. Il calcio è seguito in tutto il mondo, fa parte della cultura popolare di miliardi di persone, le collega superando nazionalismi, lingue e religioni. Non potrebbe esserci veicolo migliore di questo sport per la pubblicità delle multinazionali e strumento più redditizio per gli affari dei padroni delle televisioni e dei top team.

L’emergenza virus potrebbe essere il banco di prova, il test per un futuro in cui il pallone potrebbe essere visto solo su un monitor. Speriamo invece che sia una situazione contingente, legata cioè al morbo. Ma gli accorti dirigenti delle reti tv sicuramente coglieranno l’occasione per un upgrade del loro controllo sugli organismi che gestiscono il football a livello internazionale e nazionale. Con la prospettiva di egemonizzare la fruizione degli eventi e dei campionati limitando progressivamente quella live, degli spettatori sulle gradinate, che è già in declino da anni. L’obbiettivo è trasferire sempre di più i tifosi dagli stadi ai televisori, aumentando le audience e i ricavi pubblicitari. E che le società, le federazioni e le leghe stiano buone, perchè per loro ci sarà un pacco di milioni di euro e dollari in più per compensare le perdite al botteghino. Che è l’unica cosa che interessa ai club e agli organizzatori di eventi.

Il calcio senza pubblico non è più calcio? Ai signori delle tv queste cose da romanticoni non interessano. Volete il pubblico? Ce lo mettiamo noi sugli spalti. Ovviamente virtuale. È un problema da niente: chiamiamo i maghi del cinema che creano al computer le masse per le finte battaglie dei film, figurati se non sanno inserire un po’ di spettatori virtuali ed effetti sonori sulle tribune vuote degli stadi.

E i calciatori? Dopo le prime partite senza pubblico c’è stata solo qualche contenuta recriminazione da parte degli addetti ai lavori sul giocare senza il sostegno dei tifosi. Vero che, di fronte al tema del contagio, nessuno si è sentito di calcare troppo la mano su questo aspetto, ma nemmeno nessuno si è strappato le vesti.

Gli unici a non gradire le porte chiuse sono, ovviamente, i tifosi, quelli che vanno allo stadio. Intanto perché hanno comperato abbonamenti e biglietti e non sanno se saranno rimborsati. E magari temono di dover spendere altri soldi per vedere in tv le partite. Questi tifosi poi sono in gran parte convinti che la squadra del cuore vinca perché ha il loro sostegno in campo. Qualche rara volta potrebbe anche essere vero, ma nella maggioranza dei casi non lo è proprio, come dimostrano sconfitte e retrocessioni arrivate alla faccia dell’«uomo in più».

Dopo il calcio, la virtualità potrebbe toccare anche ad altri sport, almeno a quelli più popolari e che si giocano in impianti recintati: pallacanestro, volley, tennis, ad esempio. Il problema sono quelli che hanno il loro teatro all’aperto e sulle strade. Come il ciclismo, che ha milioni di appassionati assiepati lungo le vie attraversate delle corse, spettatori non paganti per di più. In questo caso la soluzione porte chiuse non è applicabile e resta, purtroppo, solo l’annullamento o il posticipo delle gare. E addio, così, anche alle televisioni.

Anche nello sport questa esperienza del virus lascerà un segno. Non sappiamo ancora quale e quanta sarà la sua incidenza. Ma quel che è certo è che non sarà irrilevante.