L’antivirus si chiama responsabilità

I colpevoli della fuga di notizie sulla bozza del decreto vanno individuati e cacciati immediatamente. Inopportune le polemiche fra istituzioni. Serietà e senso di comunità, se non ora quando?

“Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”, Tucidide. E’ il momento della responsabilità. Oddio, per la verità dovrebbe esserlo sempre. Ma sappiamo com’è: rispondere ai propri doveri è diventato un optional, nell’era che ha messo al centro i desideri scambiati per diritti. Luca Zaia, il presidente leghista di un Veneto bloccato quasi a metà dall’ultimo decreto del governo, ha sbagliato a chiedere lo stralcio delle Province di Venezia, Padova e Treviso dai provvedimenti che vietano gli spostamenti dentro, fuori e all’interno dei territori indicati nel testo. Poteva certo far presente di non essere d’accordo con una misura estrema che ha chiuso l’intera Lombardia e un’altra decina di Province nel centro e nord Italia, ma in stato di emergenza il governo ha la prima e l’ultima parola e gli enti inferiori, come sono le Regioni, dovrebbero essere tenuti a fare quel che dobbiamo fare tutti noi cittadini: applicare le norme. Con senso di responsabilità, appunto.

Non parliamo poi del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che non è proprio riuscito ad astenersi dal protestare via social per la bozza pazzescamente circolata ieri sera a furor di giornali e di web, alimentando un’isteria collettiva che a Milano, per citare il caso più clamoroso, ha provocato corse e assembramenti alla stazione ferroviaria nel fuggi fuggi generale. I rappresentanti delle istituzioni dovrebbero mantenere per primi la calma evitando di aggiungersi alla massa di commenti, sparate e polemiche che aumentano la tensione in maniera del tutto controproducente e, appunto, irresponsabile.

E infatti, in primis, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anzichè limitarsi all’indignazione per la diffusione della versione non definitiva del decreto, dovrebbe individuare i responsabili della fuga di notizie, farne nome e cognome e, se in forza a Palazzo Chigi o nelle stanze dei ministeri, cacciarli a pedate seduta stante. O in alternativa, se il colpevole fosse fuori dalla cerchia governativa, magari in qualche Regione, invitarlo cortesemente – e torniamo sempre lì – ad assumersene pubblicamente la responsabilità. Perchè è gravissimo che, in una situazione di allerta permanente per la popolazione, possa essersi verificata una falla comunicativa così grossa e plateale.

Per il resto, il governo nazionale è responsabile della salute pubblica ed è pienamente legittimato a prendere tutti i provvedimenti che ritiene opportuni per far fronte a un contagio che ha conosciuto nei giorni scorsi un’impennata tale da mettere in crisi gli ospedali in Lombardia, dove non bastano infermieri ed anestesisti e le strutture boccheggiano, costringendo i medici a decidere chi curare prima selezionando fra sessanta-settantenni e individui più giovani. La cittadinanza – al singolare, dovremmo considerarci un popolo e uno Stato, e quando siamo con l’acqua alla gola, in genere l’Italia si riscopre tale – sarebbe bene si mettesse in testa che il tempo del cazzeggio è finito: gli spritz collettivi, le resse per il selfie con Elettra Lamborghini e il prendere sotto gamba le precauzioni igieniche praticabilissime (non toccarsi, tenersi a distanza, evitare gli affollamenti) devono stare dove devono stare le chiacchiere: a zero. Senza eccessi grotteschi sulla metratura, ma neanche facendo gli strafottenti. In gioco c’è sì una mortalità bassa, ma a parte il fatto che sempre di morti parliamo, a rischio diventano tutti coloro che devono poter accedere alla cure della sanità pubblica, non solo i positivi sintomatici al coronavirus.

Il problema riguarda tutti, è comune. E qui viene a galla il grande rimosso della società dei magnaccioni ognun per sè e dio per tutti: il senso di comunità. Senza declamare pistolotti antipatici in frangenti dove primum vivere è la parola d’ordine, il semi-coprifuoco generalizzato imposto all’intero Paese dovrebbe indurre, nella solitudine forzata tra le mura domestiche, a percepire il bisogno di quel tanto o poco di comunanza attorno al quale stringersi, almeno nelle difficoltà. Significa che chi può, cioè la maggior parte di noi, faccia visita agli anziani più di tutti colpiti dalla necessità di isolamento, viva la propria città e il proprio paese con prudenza ma senza rinunciarvi del tutto, e anzi cogliendo l’occasione per disseppellire l’interesse pubblico, per i servizi locali, per quanto partecipiamo al bene collettivo. Significa rivedere le priorità e ripensare un po’ a tutte le boiate a cui siamo assuefatti (ma su questo lo scetticismo è d’obbligo: risentiremo i refrain sulla politica del “fare” e amenità da arresto immediato).

La serietà prima di tutto, che è compostezza, non drammatizzazione. La comunità, questa sconosciuta, quanto meno quel che basti finchè è necessaria. E responsabilità. Non serve altro. Non è poi così difficile. Purchè l’esempio parta dall’alto, iniziando dal governo giù giù fino all’ultimo Comune, mettendo in chiaro i compiti che ciascuno è chiamato a svolgere a partire, innanzitutto, dalla mobilità nelle aree soggette a maggiori restrizioni e su chi e come ne garantirà il rispetto. La riscoperta del ruolo del pubblico, che sarà il tema del prossimo futuro, è affare di ciascuno di noi. Lo stile (di vita) è sostanza, oggi. Meno social e più sociale, tanto per cominciare. Dovremo pagare i costi della recessione da virus. Non aggiungiamoci quelli da coglionevirus.

(ph: Shutterstock)