Rischio recessione, la Cisl veneta: «Il pubblico investa e programmi, o le imprese muoiono»

Il segretario regionale Refosco a Confindustria Treviso-Padova: «Sbagliato chiedere le dimissioni del governo durante l’emergenza». E a Zaia: «Regione continui sull’esempio dell’assegno di lavoro. Male la mancata riforma Ipab»

«Licenziati non ce ne sono in Veneto, ma il rischio per alcune aziende di scomparire c’è». Il bollettino dal fronte coronavirus, specialmente dopo la divisione del Veneto fra zone rosse e non, segna recessione economica. Gianfranco Refosco, dal suo punto di osservazione di segretario veneto della Cisl, guarda però già oltre, per capire come affrontare le conseguenze sul medio-lungo periodo: «In futuro vedo il ritorno di un forte ruolo del pubblico in alleanza con il privato». Lo Stato e gli enti locali, insomma, in prima linea per garantire l’occupazione, collaborando con le imprese. «Ma in questa fase», si affretta a precisare commentando l’ultimo decreto ufficializzato dal premier Giuseppe Conte sabato notte, «prima viene l’emergenza sanitaria: tutti dobbiamo assecondare i provvedimenti, senza minimizzare nè drammatizzare». Le modalità in cui è stato reso noto il decreto «hanno generato confusione, è vero, ma già da oggi le misure sono chiare e dicono che per motivi lavorativi si può circolare». E aggiunge, riferendosi alla posizione di Confindustria Treviso-Padova che ha chiesto le dimissioni di Conte: «Trovo inopportuno fare questo tipo di valutazioni politiche in questo momento»

La situazione oggi, quasi superfluo dirlo, è critica. «Ma aveva cominciato a esserlo anche prima del 23 febbraio – spiega Refosco – quando sono scoppiati primi focolai in Italia, specialmente in settori come l’occhialeria, la chimica, la meccanica, che già rallentavano perchè la Cina ha fermato la produzione». Il crollo di affari ha poi colpito in pieno l’export, che rappresenta il grosso della destinazione del manifatturiero veneto: «Subendo l’embargo internazionale sui loro dipendenti ad esempio nelle fiere all’estero, le aziende dopo aver esaurito gli ordini pregressi non ne avranno di nuovi». L’immobilità dei trasporti: «Dai paesi stranieri i cambionisti non vengono più in Italia». Riassume il sindacalista: «Si rischia la paralisi, ma non entro qualche mese: nell’arco di qualche settimana. E’ urgente creare un tavolo di monitoraggio continuo per avere aggiornamenti che permetta di avere informazioni in tempo reale. E’ prevedibile – sottolinea Refosco – che la curva della crisi si protrarrà per tutto l’anno».

Nell’immediato, l’unica cura per scongiurare il pericolo di disoccupazione è rappresentato «dal sistema di ammortizzatori sociali, che è da mettere in campo subito per non far morire le imprese». Ma il segretario cislino guarda più in là: «Probabilmente dobbiamo aspettarci un ciclo recessivo mondiale, e il Veneto non può permettersi di de-globalizzarsi, visto che si regge sull’esportazione e sul turismo. Occorre un forte partnerariato pubblico-privato, in Italia ma anche qui. Altro che pensare alla promozione e alla comunicazione: finchè non avremo zero ammalati, non si sbloccherà nulla». Ogni riferimento alle idee zaiane di ricorrere agli influencer non sembra puramente casuale.
Ben altro, ci vuole: «Serve la regia strategica dello Stato per investire in infrastrutture». Esempio: «Il prolungamento della A27 Belluno-Linz, costruita in maniera eco-sostenibile, che assieme a Pedemontana, porto di Venezia e le altre arterie autostradali permettano di decongestionare il Brennero e utilizzare i fondi europei e parte dei 130 miliardi già accantonati ma bloccati a Roma da scelte politiche». Secondo esempio: «La banda larga: a maggior ragione oggi, che si deve e si dovrà lavorare più con la Rete, in smart working, bisognerebbe colmare il deficit tecnologico».

La necessità dello sguardo in prospettiva è una formula che si ripete ormai a cadenza fissa nel discorso pubblico, eppure Refosco non crede sia retorica: «Per niente. Già adesso ci sono molte mansioni scoperte: se non si crea un rapporto più stretto fra scuola e lavoro, se non si incontrano meglio domanda e offerta e se non si ha chiaro che non ci sono abbastanza giovani per rimpiazzare i baby boomers destinati al pensionamento, fra dieci anni diventerà drammatica l’assenza, di cui si soffre già ora, di infermieri e medici, giusto per stare all’emergenza». La causa dell’impasse è politico e culturale: «Non c’è stata e non c’è programmazione. I numeri chiusi nelle università sui futuri dottori sono stati troppo stretti. Mancano anche gli insegnanti di scuola elementare, benchè i fondi ci sarebbero, e anche gli stessi operai, figure che oggi necessitano di più qualificazione rispetto al passato». Anche i ragazzi, però, per altro legittimamente, non si orientano a sufficienza nel senso voluto dall’economia. O no? «Il Veneto non attrae i giovani, a diffenza dell’Emilia. In un rapporto della Fondazione Nordest del 2019 che metteva a confronto le tre Venezie con Emilia e Trentino-Alto Adige, dai dati emergeva chiaramente che è il Veneto a essere più in affanno. Il motivo è che da noi non c’è stata progettazione politica, prova ne siano mancate aggregazioni delle multiutility e delle fiere». Ma il motivo alla radice è di cultura sociale e istituzionale: «Fra i veneti c’è troppa frammentazione».

Non tutto però va male: «Uno dei pochi terreni positivi di incontro fra parti sociali e Regione – dice Refosco – sono state le politiche attive per il lavoro, con l’introduzione dell’assegno per il lavoro a partire dal 2018: a dicembre erano 4 mila le persone ricollocate su 15 mila in corso. Per essere una misura sperimentale, è un ottimo inizio». Il “segreto” sta «nel far incrociare chi cerca lavoro e chi cerca lavoratori, erogando l’assegno all’ente e non alla persona, che così è responsabilizzata ad attivarsi al contrario di quel che accade con il reddito di cittadinanza, che è un ibrido fra assistenza e politica del lavoro, e infatti non funziona per la ricollocazione sul mercato». Refosco è convinto che «le energie ci sono, ma vengono sprecate, perchè il pubblico non governa e non c’è una filosofia attiva del welfare. Pensiamo solo alla mancata riforma delle Ipab da parte della maggioranza di centrodestra: il Veneto è l’unica regione in Italia in cui vige ancora la legge Crispi del 1890 sulle case di riposo. E fra 15-20 anni avremo il doppio degli ultra-settantacinquenni. Come sulla sanità, se non ci si pensa in tempo, poi ci si ritrova disarmati di fronte all’emergenza».