Belle notizie dall’ospedale di Schiavonia: «E’ nato un bimbo e primi 30 dimessi»

Zaia precisa: «Noi veneti non siamo rompiballe, da noi funziona che se c’è una legge la rispettiamo, ma se non è chiara insistiamo per capire bene tutto»

Arrivano buone notizie dall’ospedale di Schiavonia, riaperto ieri dopo essere stato svuotato a causa dei primi due casi di positività al Coronavirus dello scorso 20 febbraio a Vo’ Euganeo. «Abbiamo i primi 30 dimessi e dimisssioni fanno capire che tutte le attività fatte ottengono risultati. Inoltre ieri è nato il primo bimbo». Lo ha annunciato il governatore del Veneto Luca Zaia nella sede della protezione civile di Marghera.

«Faccio un appello ai cittadini: oggi la terapia intensiva e la vera cura siamo noi cittadini nel rispettare le regole e far in modo che il virus corra meno velocemente possibile, non collassando gli ospedali e garantendo qualità di cura soprattutto ai malati gravi. Questa è la vera sfida – continua Zaia -. Abbiamo un piano per i reparti di rianimazione straordinario di base abbiamo 450 posti di rianimazione in Veneto e non vogliamo comprimere l’attività ordinaria già quasi totalmente occupata da trapiantanti, quadri clinici pesanti, politraumatizzati da incidenti stradali, malati oncologici».

«Il DPCM dice “sentire le regioni” e noi non abbiamo avuto modo di essere sentiti quella notte. Vorremmo quindi conoscere le basi scientifiche che hanno portato all’inserimento nella zona rossa di Venezia, Treviso e Padova, visto che i cluster sono ospedalieri, quindi dentro gli ospedali, non nella popolazione. Non abbiamo alcuna ribellione in corso, nè vogliamo mostrare i muscoli – ha assicurato -. Noi veneti non siamo rompiballe, da noi funziona che se c’è una legge la rispettiamo, ma se non è chiara insistiamo per capire bene tutto. I veneti vogliono sapere dove possono andare, dove no, dove possono andare le merci. Il decreto era incomprensibile e nessuno può smentire ma poi il è stato chiarito con la direttiva».

«Voglio ribadirlo: le attività non devono restare chiuse ma rispettare il droplet, la distanza di sicurezza, non è vietato aprire, ma bisogna fare sì che clienti siano separati e che ci sia contatto. Stiamo dialogando con gli impiantisti delle piste da sci, molti di loro si sono resi disponibili autonomamente a chiudere gli impianti. Sarebbe un segnale di compattezza nel momento in cui si trovasse una soluzione univoca anche se in Veneto le piste da sci non sono in zona rossa, quindi non devono chiudere gli impianti per decreto».

Fonte: Adnkronos

ph: Facebook Elena Gabai