Diario del coprifuoco/giorno 0: il senso della nuova vita

Vigilia dell’entrata in vigore del decreto che estende all”Italia intera le restrizioni contro il contagio da coronavirus: primi appunti dal fronte

Giorno 0. Questa sera il governo guidato da Giuseppe Conte, che ha quell’aria ammirevole e un po’ inquietante di chi non si scompone mai, ha emanato un nuovo decreto a distanza di neppure quarantotto ore dall’ultimo, partorito nella notte dell’8 febbraio dopo la patetica e criminale fuga di notizie sul testo-bozza, cialtroneria di cui attendiamo di sapere il colpevole. Vengono estese all’intero territorio nazionale le misure che erano state prese per la Lombardia e per quattordici Province fra Reggio Emilia, Veneto, Piemonte e Marche. In sostanza, un coprifuoco in tempo di pace per ridurre al minimo possibile le occasioni di contagio da coronavirus, limitando drasticamente la vita sociale ed economica del Paese: spostamenti per motivi di lavoro, di salute o di estrema necessità con appresso modulo di autocertificazione (chissà cosa si inventeranno, gli immaginifici italiani…), ristoranti e bar aperti dalle 6 del mattino alle 6 di sera, chiusura per scuole, università, musei, teatri, locali serali e notturni, palestre, impianti sportivi, divieto di manifestazioni pubbliche e assembramenti di strada, stop a viaggi di piacere o anche solo a visite a familiari, amici, fidanzati e morose – perchè l’amore ai tempi del morbo viene dopo la lotta al morbo, ha detto Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute.

SANITA’ PUBBLICA, THIS IS THE PROBLEM

Forse per la prima volta dai tempi dell’ultima guerra che abbiamo conosciuto in casa – ché guerre negli ultimi settant’anni ne sono state fatte un bel po’, anche da noi, nominandole “missioni umanitarie” – l’italiano si trova di fronte alla necessità di ridiventare un popolo e uno Stato, costretto ad anteporre l’interesse collettivo all’interesse privato. La libertà personale, che non è anti-democratico pensare sia degenerata in abuso, giacchè in democrazia prima viene la comunità e poi l’individuo (leggersi Tucidide, capre liberali), è fortemente limitata non perchè il virus stia facendo strage, ma per salvare dal collasso la sanità pubblica che non dispone di sufficiente personale medico e ospedaliero e di posti letto in terapia intensiva per reggere un’epidemia che facesse il salto in pandemia. Al 9 marzo, dallo scoppio dei focolai a Codogno nel Lodigiano e a Vo’ Euganeo in provincia di Padova, su 60 milioni e 317 mila cittadini della Repubblica italiana i contagiati sono stati in tutto 9172, i morti 463, 724 i guariti, e tra i 7985 positivi, 2.936 sono in isolamento a casa, 4316 ricoverati con sintomi e 733 in rianimazione. Il problema non è la mortalità, ma la contagiosità e l’inadeguatezza delle strutture sanitarie, delinquenzialmente tagliate da decenni a profitto delle cliniche private.

CRISI DI FIDUCIA

L’emergenza non permette più di giocare al melodramma fazioso o alla minimizzazione da adolescenti malcresciuti, volenti o nolenti. Non è una guerra, perchè in guerra non si soffrono soltanto rinunce e ristrettezze, ma si crepa anche combattendola. E’ piuttosto una crisi di fiducia nello stile di vita che abbiamo condotto fin qui, mettendo al centro noi stessi e i nostri comodi anzichè i bisogni comuni. Lo Stato, che poi saremmo noi, ci impone di sacrificarci. Sacrificio significa rendere sacro. Che cosa? La salute pubblica. Meglio: la comunità. I nostri vecchi, i più a rischio. I nostri ammalati o con patologie pregresse, in pericolo più dei sani. Il presidio dei nostri ospedali, che devono funzionare anche per tutti coloro che devono curarsi. Il lavoro grazie al quale mangiamo, che ora subisce una recessione dall’alto che si tradurrà in licenziamenti a catena, se il governo che giustamente chiede sacrifici non garantirà in cambio altrettanti decreti in aiuto all’economia a cui sta già mancando l’ossigeno della liquidità. E qui i governanti grillino-piddini dovrebbero alzare la testa e pretendere – non vedere se, chiedere come, tentare di – no, pretendere che quella trappola per topi che ha nome Unione Europea non si metta in mezzo a ostacolarci nel sovrano diritto e dovere di utilizzare denaro pubblico per il bene pubblico.

NAZI-EUROPA

Quando dovremmo poter essere liberi di farlo, quando siamo in una bara? L’Europa serve a noi, o noi serviamo l’Europa? Che almeno se le facciano, queste domande, i coloniali che vogliono più Europa di qua e più Europa di là. La risposta è superflua. Basti sapere quel che ha denunciato il tanto deriso e sottovalutato Alessandro Di Battista (ma che ci fa ancora nel M5S?): lunedì prossimo l’Eurogruppo, ovvero il club dei ministri delle finanze, ha messo al primo punto dell’ordine del giorno non il Covid 19, ma l’approvazione del Mes, un organo tecnico con elmetto a punta tedesco, più potente di Commissione e Bce e per giunta penalmente immune, che ci toglierà anche quel poco di autonomia politica che ci resta nel decidere cosa fare con i nostri soldi. Le imprese e i lavoratori che corrono il concreto rischio di scomparire come imprese e come lavoratori hanno il sacrosanto il diritto di vedere il proprio Stato (proprio, non della signora von der Leyen o della Lagarde o della Deutsche Bank) assicurare la moratoria sulle tasse, gli ammortizzatori sociali e tutte le agevolazioni utili a mantenere in vita la seconda industria manifatturiera del continente, le piccole e piccolissime aziende già boccheggianti e il terziario abbastanza impestato di suo da precarietà e paghe da fame.

L’IDIOTA

La vita ora sarà meno svagata, meno da idioti (l’idiota, secondo l’etimologia della parola, è chi si fa gli affari propri non capendo quel che avviene intorno: direi che di idioti abbondiamo). Dover stare a casa forzatamente fa male, certo, ma perfino chi da sempre vive solo come un cane, e le città ormai sono popolate da donne e uomini soli, anziani e non, perfino gli isolati e i solitari potrebbero sentire alleviare almeno di un po’ la loro condizione, nel momento in cui confinati tra le mura domestiche sono anche gli altri. Per questi altri, e mi riferisco in particolare ai cazzoni da apericene compulsive e ai disperati da divertimento obbligato che si fotografano l’ombelico ogni due minuti, sarà dolce saperli soffrire. Chissà che imparino che non esiste soltanto il narciso che li tiene in ostaggio, non ci sono solo desideri da mettere in gazzetta ufficiale come diritti, ma ci sono i doveri. Fosse per chi scrive, proibirei anche l’uso del web dopo una certa, così magari scoprono pure il silenzio, l’ozio sperabilmente creativo, i libri questi sconosciuti, giocare con i figli se si è genitori o parlare con i genitori se si è figli, il kamasutra, oppure semplicemente non fare niente di niente e pensare un po’ a che senso ha questa breve vita che in fondo tutti sappiamo che un senso, come canta il Vasco ultima maniera, non ce l’ha. Eccetto quello che le diamo noi. Grazie, maledetto coronavirus.

Ps: da oggi fino a quando cesserà la quarantena di massa, terrò quotidianamente questo diario dal fronte interno. Ridendoci su, per quanto sarà possibile.