Confindustria Venezia: «Errore chiudere tutto. Stare a casa non è nel nostro Dna»

Il presidente Marinese scrive una lettera a Conte: «Non ascolti chi lo chiede, chiudere equivarrebbe a morire»

Il presidente di Confindustria Venezia, Vincenzo Marinese, ha scritto una lettera al premier Giuseppe Conte sull’emergenza coronavirus e le misure per contrastarla. «Apprendiamo con stupore e disappunto che c’è chi suggerisce di chiudere tutto per 15 giorni. Le chiediamo di non ascoltare quelle sirene, perché sarebbe un errore gravissimo. Toglierebbe agli imprenditori la voglia di combattere. Priverebbe loro della possibilità di fare ciò che sanno fare: rendere grande questo Paese! Non abbiamo il DNA per stare a casa ad attendere. Sarebbe un logorio psicologico devastante. Lo stesso vale per tutti quei lavoratori che vivono l’azienda, e ce ne sono tantissimi, come se fosse loro. Questa è la forza della nostra PMI. Chiudere equivarrebbe a morire, con impatti devastanti anche sulla ripresa, che di sicuro ci sarà».

«In concreto, ci chiediamo se chiudere tutto ad eccezione delle attività ritenute “strategiche” possa rappresentare una soluzione perseguibile – continua la lettera -. Infatti, come potremmo salvaguardare la produzione delle filiere lunghe? Pensiamo, ad esempio, al settore farmaceutico, dove sono fondamentali la chimica, il packaging, le manutenzioni, le assistenze in campo, il terziario, la logistica, la produzione di parti di ricambio, di carburanti e la loro distribuzione. Un ragionamento analogo vale per il comparto alimentare».

«Abbiamo scoperto tutti noi, in questo mese, quanto gli interessi economici degli altri Paesi prevalgano sulla solidarietà – attacca Marinese -. Siamo sotto attacco da parte dei nostri concorrenti, pronti ad approfittare dei momenti di debolezza per conquistare nuove fette di mercato o di clienti. È vero: la salute viene prima di tutto e il nostro sistema sanitario sta reggendo, ma in alcuni casi rischia di arrivare al collasso. Per questo bisogna in tutti i modi bloccare la contaminazione del Coronavirus. Siamo consapevoli che la mobilità debba essere ridotta ai minimi termini e abbiamo preso coscienza che anche le nostre abitudini di vita devono cambiare. Non bisogna sentirsi più astuti degli altri ed è altrettanto fondamentale attenersi scrupolosamente al rispetto delle regole».

«Ma anche in questo caso, se chiudessimo tutto, tanti italiani rimarrebbero senza un lavoro. In tale scenario, ipoteticamente sarebbe ancora più difficile controllarli e dovremmo avvalerci dell’Esercito. È questo il rischio che vogliamo correre? Sarebbe un’onta che ci segnerebbe per troppo tempo. Nelle nostre fabbriche abbiamo già avviato controlli severissimi per tutto il personale, identificando in modo puntuale i comportamenti da assumere ed eliminando qualsiasi forma di trasferta. I rapporti interpersonali tra cliente e fornitore sono praticamente azzerati. Regole rigide, a tutela di tutte le componenti che fanno parte dell’azienda. Dobbiamo fare in modo analogo anche per la nostra vita quotidiana: l’impresa potrebbe certificare i movimenti dei propri dipendenti, limitandoli solo ed esclusivamente – e se strettamente necessario – dal domicilio alla sede di lavoro. Combattiamo questa guerra tutti uniti, fianco a fianco, adottando e promulgando in ogni modo e forma un comportamento corretto ed evitiamo di arrenderci. La chiusura sarebbe una resa», conclude il presidente di Confindustria Venezia.