«Nelle carceri è un inferno, manca tutto»

Parlano i responsabili veneti dei sindacati di polizia penitenziaria. Vona (Sappe): «Sistema allo sfascio, ai detenuti promesse impossibili da mantenere». Pegoraro (Cgil): «Sulle rivolte ci marciano»

Emergenza Coronavirus in carcere. In Veneto la sommossa dei detenuti è esplosa alla casa di reclusione Due Palazzi di Padova e al carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia. Ma anche negli istituti di Verona e Rovigo ci sono state manifestazioni di protesta, le cosiddette “battiture”, che significa far rumore contro inferriate e porte, e qualche giornale bruciato e lanciato dalle finestre. A raccontarlo sono i sindacati della polizia penitenziaria e gli agenti che ogni giorni si recano nelle carceri a prestare servizio. Proteste legate ai timori del Coronavirus, alla sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari ma che nascondono anche altro.

Serve più protezione

«Siamo umani anche noi. E’ molto dura essere in prima linea in questo momento». Giovanni Vona è il segretario nazionale e coordinatore del Triveneto per il Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. Ma è, come lui stesso si definisce, un “sindacalista con la divisa”, da 29 anni nelle carceri, ispettore di polizia penitenziaria alla casa di reclusione di Padova, che conta 600 detenuti, dove c’è stata la sommossa qualche giorno fa. Vona racconta: «Stiamo lavorando con grande attenzione. A Padova abbiamo avuto un incontro con i rappresentanti dei detenuti, presenti le autorità e il magistrato di sorveglianza. Sono preoccupati per il Coronavirus, dicono che è un controsenso sospendere i colloqui con i parenti quando il personale di polizia entra ed esce. Ma noi dobbiamo esserci per forza. E come sindacato abbiamo chiesto maggiori controlli. Noi se abbiamo qualche sintomo restiamo a casa. All’esterno della casa di reclusione hanno montato la tenda della protezione civile come presidio, come in quasi tutti gli istituti, ma manca il personale sanitario. E quindi la preoccupazione dei detenuti ci può stare come principio, anche se questo divieto temporaneo ai colloqui arriva dal governo, sono disposizioni legate alla salute pubblica che ha la priorità su tutto». Sul sistema di protezione Coronavirus all’interno delle carceri precisa: «Noi avevamo chiesto di distribuire gel igienizzante, di sanificare gli ambienti, di fare una sorta di triage prima di entrare. Ma non viene fatto in tutti gli istituti».

«Carceri sovraffollate, noi sotto organico»

Le proteste, secondo Vona, “giocano” sulla preoccupazione Coronavirus e approfittano della situazione: «Perchè emergono le problematiche vere del sistema penitenziario, che è uno scatafascio totale, abbiamo problemi di sovraffollamento e la polizia penitenziaria è sotto organico. In alcuni istituti del Nord c’è una concentrazione di detenuti stranieri che supera il 60%. Con problematiche correlate: soggetti che non hanno dimora, non hanno parenti o familiari su cui appoggiarsi, non tutti riescono ad avere un lavoro e diventano spesso delle mine vaganti: se ci fosse la volontà potrebbero essere suddivisi in altre carceri». La prima richiesta a governo e istituzioni del Sappe è «innanzitutto in questo momento avere una maggiore presenza di personale sanitario, non pretendiamo dottori e infermieri visto la situazione degli ospedali, ma noi dovremmo avere presidi come gli aeroporti, le stazioni. Forse aiuterebbe. Se scoppiasse anche in Veneto una sommossa violenta come a Foggia, a Modena… ai detenuti si fanno promesse che non si riescono a mantenere. Un esempio? Visti i mancati colloqui a Padova compensiamo con l’aumento delle telefonate, anche tutti i giorni. In casa di reclusione sono 600, poniamo che la metà si metta a voler chiamare: quante linee servirebbero? 300? Ecco, ce ne sono solo 8. Significa che devono aspettare, fare le code. Ma non stiamo parlando di persone in fila all’Inps. Qui ci sono anche pazienti psichiatrici e comunque soggetti di difficile gestione. Dietro alle reazioni al Coronavirus ci sono un accumulo di problemi delle carceri».

«Giusto sospendere i colloqui»

«Faccio questo lavoro dal 1983. Ne ho viste tante: brigatisti rossi, autonomi, detenuti extracomunitari, Mala del Brenta. Ma questo è un momento da bollino rosso, siamo in allerta continua». Gianpietro Pegoraro è il coordinatore regionale Cgil della polizia penitenziaria, ispettore superiore al carcere di Rovigo, 268 detenuti di cui 100 ad alta sicurezza. Racconta di un istituto in sovraffollamento, in cui mancano agenti e personale civile, dove c’è stata una protesta, la battitura, ma poi tutto è rientrato. L’emergenza Coronavirus sta rendendo tutto molto difficile e rischioso: «Con il direttore in questi giorni abbiamo fatto un giro delle sezioni. L’amministrazione penitenziaria ha esteso la possibilità di fare telefonate e di avere colloqui via skype e questo è importante. Ma va sottolineato un altro aspetto. Facciamo il caso che arrivi un parente e al triage si rilevi una temperatura anomala. La persona verrebbe messa subito in quarantena, ma oltre a saltare il colloquio con il detenuto, il familiare dovrebbe restare a Rovigo senza più rientrare nel comune di residenza. Il blocco quindi è stata una decisione consona ad un’emergenza che interessa tutta Italia. Un detenuto mi ha detto: tanto tu poi vai fuori, vai al cinema, vai in giro. Forse non hanno capito che usciti andiamo a casa e basta. Che è tutto fermo. Ci stanno marciando su questa cosa. Questi giorni sono molto duri, soprattutto perchè siamo in pochi. E’ una questione di stress, lavorare sempre col timore che esploda una contestazione violenta».

Appello alle istituzioni

Sul sistema di prevenzione attuato in carcere Pegoraro spiega che «per quanto riguarda la nostra presenza esiste in quasi tutti gli istituti la tenda del triage della protezione civile e se abbiamo qualche sintomo ci sospendiamo da soli. E poi ci sono detergenti, sanificazione degli ambienti. Come Cgil abbiamo sollecitato il Provveditorato, che è il massimo organo delle carceri del Veneto, chiedendo prevenzione e anche informazione. In tutte le strutture mi risulta che le richieste siano state accolte. Anche al penale di Padova hanno fornito gli strumenti di protezione. Certo i turni si stanno allungando, chi presta servizio sa quando arriva ma non quando potrà andare via. Ma stiamo parlando della salute di colleghi e detenuti». E in momenti come questi l’appello alle istituzioni diventa più forte, all’amministrazione penitenziaria e al Dipartimento nazionale che ha in gestione gli istituti: «Serve una revisione del sistema. Questa emergenza dovrebbe far riflettere. Pensiamo a cosa è successo in altre nazioni, Brasile, Argentina, dove un’epidemia ha innescato una sorta di bomba in alcuni istituti di pena con fuga di massa. Ecco, noi non siamo preparati a far fronte all’emergenza. Ci sono pianti anti-evasione ma non direttive o protocolli per situazioni come quella che stiamo vivendo. In Italia non si investe più nelle strutture penitenziarie e nell’emergenza il sistema rischia di implodere. Servono risorse, che carceri vengono tagliate ogni anno. Anche i sistemi di sorveglianza sono obsoleti. Occorre un piano del governo, investimenti e assunzione di personale, poliziotti, educatori, assistenti sociali. Come Cgil lo abbiamo denunciato più volte».