Diario del coprifuoco/3: Onan il barbaro virtuale

Mentre negli ospedali medici e operatori si coprono di onore, l’Ue ci truffa ancora una volta. E noi murati vivi rischiamo di immergerci sempre più nell’irrealtà digitale

Giorno 3. Il diario di oggi inizia con Roberto Stella. Era un medico di famiglia, presidente del suo Ordine nella provincia di Varese, aveva 67 anni ed è uno dei 1016 morti finora lasciati dal coronavirus. Nonostante la prudenza che in queste giornate ognuno dovrebbe avere per tutelarsi, ha curato pazienti nel suo ambulatorio fino all’ultimo, venerdì scorso, quando è stato ricoverato. Se n’è andato ieri. «Per me e mio fratello è sempre stato il nostro punto di riferimento. Siamo orgogliosissimi di avere un papà così, speriamo di essere grandi almeno una briciola di quanto è stato grande lui», ha detto il figlio Massimo (Corriere della Sera). Se i valori comuni sono un optional, i valorosi ci sono eccome. Chi si sta massacrando di fatica negli ospedali per fronteggiare l’ammassamento di malati che sta intasando i reparti specializzati, dottori, infermieri, anestesisti e operatori sanitari, troppo pochi e con attrezzature insufficienti, sta dimostrando che nelle difficoltà viene fuori anche il meglio dell’umanità. Ricordiamocene, quando riprenderà il tran tran.

Penitenziagite!

Il peggio invece si trova fra i 2162 incoscienti denunciati per essere stati beccati a violare il divieto di circolazione se non per giustificati motivi. Ora, questi sono di quattro tipi: lavoro, salute, necessità, ritorno alla propria abitazione. Oltre che rischiare loro stessi e mettere a rischio gli altri, si deve essere anche un bel po’ cretini per addurre come motivazione andare dalla morosa o trasportare in auto il cane per un giro a chilometri di distanza, com’è avvenuto in alcuni casi. L’animale lo si porta a passeggio sotto casa, maledizione, e quanto alla vita di coppia, sì, è dura l’astinenza, ma non si muore. Infettando anche inconsapevolmente, asintomaticamente, specie fra i genitori e i nonni qualcuno può restarci. Non è difficilissimo da capire. Basta accendere il cervello in testa e tenere a bada l’altro organo più in basso. Quando sarà finita, le gioie saranno raddoppiate (o almeno si spera, a meno che non bastino quindici giorni per trasformare i ragazzi in seguaci di Onan più di quanto non lo siano psicologicamente di già).

Terrore in colletto bianco

Mai una gioia, al contrario, da chi decide sulla nostra sorte senza che noi possiamo farci niente, o quasi (e in questo quasi ci sarà tempo per aprire un bel discorso). Frau Ursula baronessa von der Leyen, la cristiano-conservatrice a capo della Commissione Ue, aveva promesso ieri 25 miliardi di euro per finanziare soccorsi all’intera Unione sull’emergenza virale. Bene: si è scoperto che al momento sono 7,5 (la sola Italia ne ha messi in contro 12 subito, prospettandone 25 in totale), e serviranno soltanto ai governi di non restituire i fondi già stanziati e non spesi. Fondi che sono in parte coperti, com’è noto, anche da noi italiani. In più, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha fatto gentilmente sapere che non muoverà un dito per ridurre il famigerato spread, implicitamente confessando di averne il potere. Commenta sul suo Fb l’economista Thomas Fazi: «Praticamente un invito agli speculatori a scatenare la tonnara. E infatti lo spread dell’Italia è subito schizzato in alto: un atto di guerra nella sostanza. Siamo in mano a dei terroristi in colletto bianco». Perdonate, ma quando vengono a teorizzare la differente sensibilità delle donne ai posti di comando, dimenticando la Thatcher, la Rice, la Albright, la Clinton, la Bonino e via andare tra carogne e guerrafondaie, ci salta sempre la mosca al naso. Donna o uomo, contano gli interessi in campo e la visione che li traducono in fatti. Quella degli eurocrati non conosce diversità di genere, solo la licenza dei mitologici “mercati” di lucrare sui guai degli Stati e il parametro del 3% di deficit che ci permetteranno di sforare (uh, la flessibilità, ma quanta bontà) perchè tanto, poi, scattano i pelosi “aiuti” del Mes (finanziamenti in cambio di politiche di austerità, e ci risiamo). Poi dice che uno diventa anti-sistema.

Miseria della filosofia

Il filosofo Giorgio Agamben sul Manifesto si è attirato critiche da tutte le parti, anche vicine al mondo dell’estrema sinistra “libertaria”, per aver sostenuto che stiamo subendo una limitazione delle libertà personali basata su un allarme inventato. Ora, tacendo sulla dichiarazione di pandemia dell’Oms di ieri, poniamo che il potere decisionale della scienza medica sulle nostre vita stia determinando uno stato d’eccezione che usurpa la sovranità demandata alla res publica. Ebbene, è semplicemente falso. Non entra nella capoccia di molti, a destra e a sinistra, che la priorità numero uno non è biopolitica (gestire la vita tramite la mortalità), ma più prosaicamente politica, ovvero non mandare in tilt la sanità pubblica (visto che quella privata non investe in prestazioni non remunerative, come sono gli interventi per malattie infettive). Agamben e i gli altri nipotini di Foucault scambiano la causa con l’effetto, cedendo a quel complottismo da poveracci che vede attentati alla libertà ogni volta che l’autorità impone un disagio alla nostra sfera personale. Poi è evidente che stiamo assistendo a qualche eccesso, come per esempio vietare di camminare anche da soli esclusivamente per prendere una boccata d’aria fuori dal circondario domestico (personalmente, mi manca molto gironzolare a piedi in centro storico, infilandomi soprattutto nelle librerie, finite nella lista di proscrizione del decreto di ieri sera che ha sigillato anche bar, ristoranti e parrucchieri, salvando grazie a dio edicole e tabaccherie). Ma il dovere di solidarietà sociale, trascritto nell’articolo 2 della Costituzione tanto universalmente amata, non vale meno della libertà di fare come ci pare. Agamben è autore di tomi da una tonnellata sul sacer, il sacro. Ma il senso di sacrificio collettivo non ha forse ben capito cosa sia.

Alienati

Il lato oscuro del murarsi vivi in casa, piuttosto, sta nella spinta al decorso già avviatissimo della morte sociale: la virtualizzazione. Ci si fa gli occhi pesti su internet, incollati al telefonino o seduti al computer, più di prima e con quel piacere perverso, un po’ sadomasochista, che solo la costrizione infligge. In questo senso siamo provette di laboratorio per trasferire la realtà nel digitale, facendo passare azioni che normalmente potremmo fare in prima persona, recandoci sul posto e impiegando il tempo che ci vuole, nella ambigua comodità dell’acquisto online. Ma non è che prima della mitragliata di decreti Conte non andasse così. E’ solo che adesso il processo ha avuto una bella botta in avanti, intensificando e accelerando di colpo. La tecnologia della rete, narcisista e masturbatoria, celebra il suo trionfo. E questa è decisamente una pessima (non) notizia.

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