Diario del coprifuoco/5: i trucchetti del Reich e la lezione di Fausto

Il vero conto delle vittime da virus. La caduta dei tabù finanziari. Il sussulto neo-temporale della Chiesa. E gli attimi finali nei reparti al collasso

Giorno 5. I morti di solo coronavirus in Italia sono soltanto 2. Forse. Secondo la Protezione Civile che ogni giorno emette il bollettino di decessi, contagi e guarigioni, dei 1266 deceduti finora, due risulterebbero senza altre patologie, anche i loro casi devono essere ancora analizzati in dettaglio. Quasi la metà soffriva già di tre o più malattie, mentre tutti gli altri combattevano contro una o due. Come non si stancano di ripetere gli infettivologi, pneumologi e virologi che affollano giornali e televisioni, di questa forma virale che ha come sintomi la febbre e la dispnea non si sa ancora nè origine nè sviluppi. Le uniche certezze è che ha un tasso di contagiosità molto elevato e che perciò fra noi gli asintomatici ignari di esserne portatori sono un numero letteralmente incalcolabile. A meno di non procedere allo screening su vasta scala, sottoponendo a tamponi a campione sull’esempio della Corea del Sud, che finora ne ha effettuati più di 200 mila. E’ quanto si appresta a fare il Veneto che ne sta facendo scorta, oltre al dono (ce l’avete presente, donare?) di 15 mila da un imprenditore che vuole restare anonimo: «Faremo anche dei tamponi “on the road”, ad esempio all’esterno dei supermercati perché più positivi isoliamo e prima vinciamo questa battaglia», ha dichiarato nella conferenza stampa quotidiana il presidente della Regione, Luca Zaia. Chi verrà trovato positivo, sarà obbligato all’autoisolamento. Sarà un ulteriore test di resistenza per la popolazione, che tuttavia ha già mostrato qualche anticorpo psicologico escogitando la rallegrante iniziativa di cantare e suonare sui balconi e nelle terrazze alle 18 di ogni giornata passata da segregati in casa, per un piccolo sfogo salutare per l’animo.

O la Borsa o la Vita

Ma l’impanicamento prosegue. Il governo bloccherà i treni notturni per fermare l’esodo che prosegue imperterrito dal Nord al Sud di emigrati meridionali che così vanno a impestare regioni finora poco toccate dall’infezione, che con le sanità-colabrodo che si ritrovano (si pensi alla Campania, alla Calabria o alla mia Sicilia) sprofonderebbero nel caos ospedaliero. E’ stato finalmente varato un protocollo per la sicurezza dei lavoratori in tutte le attività economiche, specialmente industriali e nei trasporti, rimaste fuori dalla serrata nazionale per garantire produzioni, approvvigionamenti e servizi essenziali al Paese. E’ stato stabilito il rinvio del pagamento dell’Iva previsto per questo mese, la riduzione delle bollette alle imprese, la cassa integrazione in deroga anche per le piccole aziende, ma sui miliardi indispensabili a non far morire di fame l’economia si deve aspettare l’esito dell’attesissimo Eurogruppo dei ministri delle finanze europei di lunedì. Non è noto se il primo punto all’odg, l’approvazione della riforma del Mes, verrà o no rimandato. Al momento, quel che si sa è che la Commissione di Bruxelles chiederà la sospensione del Patto di Stabilità, l’insieme di vincoli che proibiscono libertà di manovra agli Stati per fare deficit, da cui sembra si potranno scomputare le spese per l’emergenza così da permettere gli aiuti di Stato. Tuttavia, come si spiegava ieri, rimane il problema di fondo: anche se non faremo più peccato mortale a ricorrere al debito, si dovrà cercare chi lo finanzia fra i capitali internazionali. Ad ogni modo segniamoci la data: dopo decenni di puritanesimo autopunitivo che ha favorito alcune economie europee a danno di altre, c’è voluta una calamità planetaria ma finalmente sta cadendo il tabù della superiorità del Bilancio sulla Vita. O la Borsa o la vita. Meglio la seconda.

Quei furbastri di tedeschi

Volete una prova dell’inganno a cui ci siamo condannati con le nostre mani – rectius: vi siete condannati, c’è chi non c’è mai cascato – scambiando la Dis-Unione Europea per il (sopravvalutatissimo) idealismo del Manifesto di Ventotene? I soliti tedeschi: «Non esiste un limite massimo agli importi che la Kfw può concedere», ha dichiarato il reichsminister Olaf Scholz riferendosi al fiume di euro che irroreranno di fresco liquido monetario la “locomotiva” d’Europa. La Kfw è la Cassa Depositi e Prestiti dell’Impero di Berlino. E’ una banca pubblica a tutti gli effetti, che offre crediti a imprese ed enti locali a condizioni agevolate, ossia non di mercato. La nostra Cdp, invece, pur essendo all’80% dello Stato, siccome opera come società di diritto privato (Spa) non può farlo. La Grande Germania ha fatto legittimamente i propri interessi, impancandosi a maestrina che bacchetta gli scandafatiche mediterranei. Tra cui noi italiani che ci crediamo furbi, a volte persino seri, e invece siamo solo fessi. Ma il tedesco è fatto così: non ci riesce, a non voler dimostrare a tutti i costi che è il più bravo. Perfino nella conta dei decessi: ne sono stimati in tutto 8 da virus, a fronte di 3700 contagi. Come è possibile siano solo 8, come un’influenza di stagione? Scrive sul suo Fb il professor Andrea Zhok, docente di filosofia alla Statale di Milano: «A occhio e croce, se escludiamo il potere taumaturgico del Würstel come antivirale, si tratta di un simpatico giochino con le cartelle cliniche (tipo, direttiva centrale di segnare come decessi per Covid-19 solo quelli senza patologie concomitanti). A che serve questo giochino? C’è chi dirà che dietro si trova un’acuta strategia per conservare immacolato il brand “Made in Deutschland” a fini economici. Può darsi. Ma ben prima di ogni strategia credo ci sia un impulso profondo, quasi atavico, quell’istinto pubblico che a seconda del contesto si può chiamare sindrome da “primo della classe” o, in linea con una florida tradizione, sindrome della “razza superiore”. Non ce la fanno proprio a non appuntarsi allo specchio una spillina di superiorità. Devono essere competitivi anche sui cadaveri».

Tilt vaticano

Lo shock della pandemia ha messo in crisi anche Santa Romana Chiesa Cattolica e Apostolica. Il papa non ha gradito la chiusura d’imperio delle chiese, ed ecco che il vescovo della diocesi romana, Angelo De Donatis, ha provveduto a farle riaprire demandando ai parroci il contingentamento dei fedeli. E il decreto che vieta a tutti i cittadini italiani di non uscire dall’abitazione se non per cause di necessità, salute o lavoro? Pfui, la legge terrena è secondaria rispetto a quella di Dio che si esprime tramite il suo Vicario in terra. Che però, si dice, ci ha ripensato. Uno scontro fra potere ecclesiastico e potere temporale nel 2020, con la fascia d’età più affezionata alle messe, gli over 60 in assoluto i più a rischio, non è propriamente una mossa azzeccata. Chi ha fede preghi – mi ha detto un amico che fa parte del gregge con ammirevole coerenza. Dovrebbe bastare, per ora.

Gli occhi dell’ultimo atto

«Tanti guariscono, certo. Però più passano i giorni più si vedono arrivare persone sulla cinquantina e in tanti, soprattutto degli anziani, non ce la fanno. Alcuni – se hanno più di 70 anni e altre patologie importanti – arrivano con la sigla “ncr”, non candidabili alla rianimazione», e vengono spostati in altro reparto «dove vanno a continuare le cure palliative». Maria Cristina Settembrese lavora all’ospedale San Paolo di Milano e al Corriere ha raccontato quel che accade dentro. E anche quel che a lei accade dentro: le emozioni che prova specialmente quando accoglie e intuba gli ammalati, che non potendo più parlare perchè attaccati al respiratore, parlano con gli occhi. Cercano conforto, la speranza di rivedere i familiari. Perchè quando si muore nella stanza di un reparto infettivo sigillato al mondo esterno, dove l’accesso è consentito soltanto al personale curante, si muore soli. La morte più terribile. E subito dopo via, un altro, perchè i letti hanno un turnover da lazzaretto. Le letalità è bassa, ma la carenza di strutture rende socialmente tragica la tragedia personale di chi vede aggravarsi le proprie condizioni a causa del coronavirus. E si spegne stringendo le mani di chi li assiste fino all’attimo finale.

Profumo di vita

Oggi chiudo prima il diario. Stasera voglio rivedermi un film che vi arciconsiglio: “Profumo di donna”. E’ del 1974, firmato dall’ironia spietata di Dino Risi. Il protagonista, Fausto Consolo (un Vittorio Gassman all’apice del suo splendore), militare cieco in seguito a un incidente, stufo di un’esistenza trascinata nel candido cinismo di chi non può più vivere all’altezza di sè, in un dialogo sbatte in faccia al giovane soldatino che lo accompagna nel suo ultimo viaggio la verità imparata vivendo: «Cosa credi? Che io soffra perché non posso più vedere i tramonti o la cupola di San Pietro? Il sesso, le cosce, due belle chiappe: ecco la sola religione, la sola idea politica, la vera patria dell’uomo». Non vedere con la vista, ma capire con il corpo, toccare, sentire nella pelle: ecco l’importante. Proprio quel che non possiamo fare per decreto in questi giorni. Buona visione.

 

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