Diario del coprifuoco/6: grazie a Dio non siamo inglesi

Chi ventila misure militari non sa quel che dice. I due modelli strategici di contrasto al contagio. La palla al piede dell’Ue-Bce. E il “socialismo di guerra”

«Se non si seguono le regole si rischia il crash sanitario e prima di questo il coprifuoco»: Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, oggi. Le regole, come si sa, impongono di non mettere piede fuori dall’uscio casalingo se non per rifornirsi di cibo e generi di prima necessità, per lavoro o urgenze verificabili. Il crash sanitario si riferisce alla saturazione degli ospedali, tanto da dover riaprire quelli dismessi e il plenipotenziario del governo Domenico Arcuri requisirà caserme e alberghi vuoti per dar posto ai pazienti. Ma il coprifuoco? Per cominciare, storicamente con questa parola si intende un ordine di Stato che obbliga a chiudersi in casa quando fa buio, evitando anche di far trasparire luci all’esterno. Era una misura originariamente pensata contro gli incendi (di qui il nome) e successivamente per difendersi dal mirino dei bombardamenti: comportava in genere l’arresto immediato. Attualmente, noi italiani siamo sottoposti a un regime addirittura più pesante e invasivo, essendo costretti all’auto-segregazione durante l’intero giorno. Probabilmente chi parla di coprifuoco intende invece la presenza dell’esercito nelle strade per far rispettare il divieto di circolazione. Ma i militari avrebbero comunque necessità di essere affiancati dalle forze di polizia, uniche deputate ai controlli certificativi e le sole addestrate a questo scopo. Insomma, più un deterrente che una soluzione. Quanto alla legge marziale, in Italia non è neppure prevista in senso generalizzato: i tribunali militari la fanno scattare in tempo di guerra per reati commessi da appartenenti alle Forze Armate, non per i civili. I rappresentanti delle istituzioni farebbero bene a non usare termini a vanvera. Bastiamo noi pennaioli, per esempio per intitolare la rubrica che state leggendo. Che non ha effetti sull’ordine pubblico.

Il casinò di Boris

Si stanno affermando due strategie per contrastare il coronavirus. Una è modellata sull’esempio cinese, seguita dal nostro Paese compatibilmente con le sue dimensioni e risorse: prevede una difficile disciplina collettiva di contenimento con giganteschi sacrifici per la macchina economica. L’altra è quella verso cui sono avviati i Paesi di cultura protestante e liberale, Gran Bretagna in testa, che per evitare la sospensione prolungata delle attività produttive e commerciali preferisce immunizzare la popolazione con restrizioni mimine alla diffusione del contagio. Sono entrambe razionali, ma corrispondono a due universi valoriali molto differenti: il modello “confuciano” (o per stare a noi, di matrice cattolica e solidarietà popolare, sia pur forzata) esige uno sforzo politico e finanziario di proporzioni belliche, con limitazioni di tipo autoritario alle libertà personali e di mercato; il modello anglosassone, di contro, mette in primo piano il mantenimento di una relativa normalità, scommettendo sulla cosiddetta “immunità di gregge”, senza intaccare troppo il vissuto quotidiano e lo svolgimento del lavoro e degli affari. Chi scrive, per radici e convinzione, parteggia decisamente per la prima via. Confortato anche da qualche parere scientificamente autorevole: «Non ritengo sia pensabile costruire l’immunità della comunità lasciando correre il virus, è da incoscienti – ha detto al Corriere della Sera l’immunologo Alberto Mantovani – Bisogna ragionare sul prezzo di una immunità della comunità ottenuta non con un vaccino, ma esponendo come è stato detto, il 60% della popolazione britannica al virus. Ammettiamo, in modo forse ottimistico, una mortalità del 2%. Su un milione di persone vuol dire 20 mila morti; su 10 milioni, 200 mila morti. Ma facciamo un conto ancora più drammatico. Il 10% dei malati ha bisogno di terapia intensiva e respirazione assistita: su un milione di persone servirà a 100 mila pazienti. Nessun sistema sanitario al mondo è in grado di far fronte a un’emergenza del genere. Ci sarebbero troppe vittime e troppi pazienti non potrebbero essere curati». Se il primo ministro inglese Boris Johnson è un amante delle scommesse pur di non mettere mano al suo sistema sanitario o non recar disagio alla City di Londra, vada al casinò. Ma noi chiudiamo frontiere, porte e finestre a qualsiasi suddito di Sua Maestà britannica, per cortesia. Grazie a Dio non siamo inglesi.

Italexit

L’ex grillino Gianluigi Paragone lo ha sbertucciato per bene sui suoi social, ma Fabio Panetta, ex direttore di Bankitalia e oggi nel board della Bce, si meriterebbe ben di peggio. In un’intervista sul Corriere, il tecnocrate si è dato all’impudenza caratteristica della sua rabbrividente categoria, sostenendo senza vergogna che «con le decisioni di questa settimana abbiamo dimostrato di essere in grado e pronti a fare la nostra parte. Al di là di singoli episodi che possono verificarsi in momenti concitati, di grande lavoro e di forte tensione, la Bce e le banche centrali nazionali hanno deciso di intervenire con forza e di applicare tutta la flessibilità necessaria in questo momento, e sono decise a prendere ulteriori misure se necessario. (…) Le conseguenze economiche della pandemia vanno affrontate innanzitutto dai governi. Sono i governi che possono avviare con rapidità e decisione misure a sostegno del sistema sanitario, dell’occupazione, dei redditi delle famiglie». Singoli episodi concitati? La presidente Lagarde ci ha fatto perdere miliardi con una sola frasetta. Intervenire con forza? E dove sarebbe, questa forza? I governi devono arrangiarsi, sì. E questo lo avevamo capito. Come abbiamo capito che la Bce è tutto tranne una banca centrale, meno che meno al servizio dei popoli europei. Ma sentiamo, per contraltare all’euro-burocrate, quanto invece ha dichiarato al Fatto Quotidiano un economista greco che insegna in Inghilterra e scrive sul Guardian, non sul Quotidiano del Popolo del Partito Comunista Cinese, il professor Costas Lapavitsas: «L’integrazione europea non sta andando da nessuna parte da tempo. Le ragioni principali sono l’assurdità dell’unione monetaria e la comparsa di una gerarchia fra centro e periferia, con una posizione egemonica per la Germania, che però non sa o non vuole esercitarla». Questo come antipasto. Ma veniamo al piatto forte, le centinaia, e non decine, centinaia di miliardi (500, secondo un altro economista, Ashoka Mody) che serviranno all’Italia per salvarsi: «Ci sono zero possibilità di un salvataggio da 500 miliardi. E’ quasi l’intera potenza di fuoco del Mes, non ci sono altri soldi disponibili e non credo neanche per un secondo che la Germania contribuirebbe (…) non avete bisogno del Mes, quello di cui avete bisogno è ridenominare il debito e uscire dall’euro». Se dobbiamo patire fame e sofferenze, almeno subiamole tornando liberi e sovrani. O ci sta bene sputar sangue senza neanche poter curarci come dovremmo?

L’opportunità nel buio

Non ci sono abbastanza respiratori. Non ci sono abbastanza mascherine. Non ci sono abbastanza letti. Non ci sono abbastanza tamponi. Per non parlare dei fondi immediati per l’economia: dal decreto di aiuto, stando alle bozze che circolano, a partite Iva e cococo andrà un’offensiva mancetta di 500 euro, una cifra con cui, alla grossa, si paga l’affitto di un mese. Se quello che stiamo vivendo non è un conflitto, lo è senz’altro negli effetti che avrà sui nostri conti correnti. In tempi di guerra, il capitalismo di pace non funziona. Ripetiamo: non-fun-zio-na. Nella Prima Guerra Mondiale nel Reich tedesco si affacciò il socialismo di guerra (Kriegssozialismus), con nazionalizzazioni e controllo di Stato sui settori vitali. Ma anche nel caso immaginario si accendesse una luce nei cervelli terrorizzati della nostra classe politica (cosa che escludiamo a priori per motivi ideologici, il massimo per ora è il calmieramento della parlantina media sui media), come Stato non avremmo il potere di fare granchè di serio, perchè non possediamo più la leva monetaria, sottrattaci dall’euro, e di conseguenza non abbiamo l’autodeterminazione politica, sotto chiave nella gabbia europea. La Cina, o anche il Giappone, e in parte pure la Germania, possono reagire a colpi di statalismo chirurgico. Noi nicht, nein. In questo momento, noi pensiamo a non ingolfare le corsie e a perseguire chi si ostina, comprensibilmente ma azzardatamente, ad andare a puttane sui viali per allentare la tensione. La questione non è se sia meglio «campare rispettando un sacco di limitazioni piuttosto che morire da liberale», come ha scritto il liberale Vittorio Feltri su Libero prendendosi per il culo da solo, ma se continuare o no a vivere da liberali anche in futuro, ancora, nonostante le perdite umane e materiali che subiremo. In fondo al tunnel, il dopoguerra si preannuncia come un’opportunità per non lasciare che i sacrifici siano stati vani. Lo dobbiamo ai morti. E a noi stessi.

(ph: Shutterstock)

 

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